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Nelle Università si compiono i più efferati attentati allo “spirito occidentale”

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Il compito dell’uomo di cultura dovrebbe essere, almeno fra le mura delle università e nei libri scientifici, quello di capire, interpretare. Il docente non può farsi “profeta”, come scriveva Weber. “Ocone’s corner”, la rubrica settimanale di Corrado Ocone, filosofo e saggista

L’adesione acritica che, anche nelle espressioni più fanatiche, sta avendo nei campus americani il movimento “Black Lives Matter” mi conferma nella convinzione che la profonda crisi dell’Occidente, che rischia di passare alla storia come la prima civiltà che si autodecapita (per rimanere metaforicamente in tema), cioè sconfitta da un nemico interno che ha covato in seno e non da forze esterne, abbia il suo specchio e il suo centro propulsore proprio nel decadimento di quelle istituzioni universitarie che dovrebbero trasmetterne e preservarne la cultura.

È nelle Università che si compiono oggi i più efferati attentati allo “spirito occidentale”. Le Università erano nate, sviluppandosi dalle scholae medievali e gradualmente affinandosi, quasi come una “zona franca” rispetto al resto della società.

In esse si doveva discutere liberamente di tutto, mettere a confronto tutte le tesi anche quelle che potevano sembrare le più eccentriche, con un solo limite: il rigore scientifico e analitico. Il corpo docente, e le Università tutte, coltivavano orgogliosamente questa loro libertà dai poteri, rivendicavano la loro autonomia che veniva loro concessa anche in nome della credibilità acquisita.

La politica, in questo preciso senso, veniva rigorosamente bandita dalle aule universitarie, e così pure quel che di fazioso, manicheo, partigiano, che è ad essa connesso. Che quella tensione fra scienza e vita si stesse rompendo, non a caso proprio nel periodo in cui è iniziato il declino occidentale, cioè a inizio Novecento, lo intuì Max Weber (di cui oggi ricorre il centesimo anniversario della morte), e questa consapevolezza tragica percorre la sua riflessione e trova poi sbocco nelle due conferenze monachesi del 1917-19 su Il lavoro intellettuale come vocazione (il tema è affrontato nell’ultimo lavoro di Massimo Cacciari, in uscita in questi giorni: Il lavoro dello spirito, Adelphi).

Che oggi, a un secolo di distanza, il processo abbia raggiunto livelli incontrollabili, nessuno credo possa negarlo. Le Università, lungi dall’essere un luogo “neutro” di incontro e scontro di opinioni divergenti, si sono schierate, sono scese in campo e si sono inchinate a tutte le idee “politicamente corrette”: vuoi per convenienza, vuoi per mancanza di coraggio e paura (si pensi al potere dei gruppi di studenti “identitari” presenti al loro interno), vuoi per predominio di quelle visioni illuministiche di cui pure il marxismo può dirsi in molti aspetti parte. Intendo quel Marx che diceva che “finora la filosofia ha interpretato il mondo, ora si tratta di cambiarlo”.

Il compito dell’uomo di cultura dovrebbe invece essere, almeno fra le mura universitarie e nei libri scientifici, solo quello di capire, interpretare. Il docente non può farsi “profeta”, come scriveva Weber. E le Università dovrebbero essere proprio preposte a conservare questo ambito di “neutralità”, mentre oggi si pongono apertamente fini “etici” che non dovrebbero essere affatto di loro spettanza: escludendo e “disciplinando” chi in nome, ovviamente con rigoroso metodo scientifico, cerca di far vedere le cose anche da una diversa prospettiva.

Le Università, detto altrimenti, si propongono di educare, non di istruire. Oppure, secondo i diktat del neopositivismo, di costruire cloni in laboratorio: i tecnici, i consulenti, gli esperti, del potere dominante, non gli spiriti critici e anche spesso “rompicoglioni”, come a suo modo lo era il padre della nostra cultura, Socrate.

In quest’ordine di discorso, si capiscono anche molte delle ragioni che hanno portato le Università anglosassoni prima a non capire e poi a schierarsi compatte, e quindi a continuare a non capire, fenomeni come la vittoria di Donald Trump o la Brexit. I quali andrebbero invece analizzati e capite, non aprioristicamente condannati, in quei luoghi, essendo fra l’altro molto stimolanti per coloro (sempre meno) che della cultura hanno veramente “vocazione” (il Beruf weberiano). Da quegli ambienti sono solo venute accuse di “incompetenza” ai cittadini-elettori, e si è persino vagheggiato una epistocrazia, un “governo degli intelligenti” (sarà stato un caso che il nostro presidente del Consiglio si è richiamato in Parlamento ad una presunta episteme da lui seguita nelle decisioni assunte per fronteggiare il virus?).

Ma gli autoproclamatisi “intelligenti” sono, come abbiamo visto, gli esponenti di una cultura decaduta, e non sono veramente tali perciò. Ed è per questo motivo, oltre che per la saccenza e arroganza da loro messa in campo, che io mi son trovato dalla parte degli “incompetenti”, a cui spesso va la simpatia che merita chi spesso con il semplice buon senso attinge il profondo della vita.

In sostanza, si può concludere dicendo che la crisi delle istituzioni del sapere e dei presidi della libertà fa parte di un insieme di fenomeni che alla fine si tengono un po’ tutti, disegnando scenari a dir poco preoccupanti per il futuro della nostra cultura e civiltà.

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