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Che cosa non quadra nelle tesi di Antifa, BLM e varianti

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Cari Antifa, BLM e varianti, non c’è razzismo davanti alla legge negli Stati Uniti (non più, da decenni) e i dati ufficiali smentiscono anche che ci sia un pregiudizio razziale sistemico nella condotta delle forze dell’ordine. L’approfondimento di Federico Punzi di Atlantico Quotidiano

 

Il colmo lo abbiamo visto ieri sera, quando è stata imbrattata e vandalizzata la statua di Winston Churchill a Londra, a Parliament Square.

Ora, può un sincero anti-fascista e anti-razzista prendersela con Winston Churchill? Evidentemente, dev’esserci qualcosa che non torna. E la cosa che non torna è proprio davanti a noi: quelli che vediamo ormai da più di una settimana devastare intere città, da Minneapolis a New York negli Stati Uniti, fino ad arrivare nel weekend appena trascorso in Europa, a Londra e Bruxelles, tutto sono tranne che sinceri anti-fascisti e anti-razzisti.

Sono innanzitutto “criminals and thugs”. No, la definizione non è nostra, né di Trump, ma di Barack Obama, che così, dopo una sola notte di disordini, definì i violenti che nel 2015 devastarono Baltimora dopo la morte di Freddie Gray: “No excuse for the kind of violence”. Non è arrivata in questa occasione una condanna così netta da parte dell’ex presidente, che invece ha lodato l’”attivismo” dei giovani e li ha esortati ad usare “l’urgenza delle proteste per innescare un vero cambiamento” (ma come, non doveva essere lui il cambiamento?).

Cari AntifaBLM e varianti, la questione razziale non c’entra, così come non c’entra l’ingiustizia. È un misto di ignoranza e ideologia. Ideologia anti-occidentale, profondamente anti-democratica, è l’odio per l’avversario politico. E qualcuno soffia sul fuoco pensando di trarne un vantaggio.

Occorre dirselo. Non c’è razzismo davanti alla legge negli Stati Uniti (non più, da decenni) e i dati ufficiali smentiscono anche che ci sia un pregiudizio razziale sistemico nella condotta delle forze dell’ordine. Non siamo più negli anni ’60, anche se così sembrerebbe dai resoconti e dagli editoriali dai toni “romantici” che leggiamo in questi giorni su old e new media di sinistra. Non si intravedono reverendi King tra chi incendia edifici, saccheggia negozi, abbatte statue, pesta selvaggiamente e qualche volta uccide dei malcapitati. Almeno quattro afroamericani innocenti hanno perso la vita a causa, o addirittura per mano dei rivoltosi, mentre non si contano neri o bianchi che hanno visto distrutta la propria piccola attività e persino la propria abitazione. Una strage di diritti costituzionalmente protetti, quindi di giustizia, alla quale sindaci e governatori Usa hanno dimostrato di non essere capaci o di non voler opporsi.

Ma i dati ufficiali, riportati nei giorni scorsi dal Wall Street Journal, parlano chiaro. Se le uccisioni di afroamericani da parte della polizia sono circa il doppio, in percentuale, della popolazione di colore negli Stati Uniti, è per il tasso di criminalità e per il comportamento dei sospetti, prima e durante le interazioni con gli agenti di polizia.

Si contano circa 375 milioni di interazioni fra polizia e civili ogni anno. Nel 2019 i poliziotti hanno sparato, uccidendole, a 1.004 persone. Tra queste, gli afroamericani sono stati 235 (di cui 9 disarmati), circa il 25 per cento, una percentuale stabile dal 2015. Circa il doppio della popolazione di colore (13 per cento), ma molto meno di quanto indicherebbe il tasso di criminalità, dal momento che le sparatorie dipendono da quanto spesso gli agenti si trovano ad affrontare sospetti armati o violenti. Nel 2018, l’ultimo anno per il quale i dati sono stati pubblicati, gli afroamericani hanno commesso il 53 per cento degli omicidi e il 60 per cento delle rapine, oltre il quadruplo della percentuale della popolazione di colore.

Il 93 per cento dei neri viene ucciso da altri neri, ma in questi casi le “vite dei neri” sembrano contare molto meno rispetto a quando un nero viene ucciso da un poliziotto bianco. Black Lives Matter non protesta quando i neri si uccidono tra loro, anche se è la principale causa di morte tra gli afroamericani dai 15 ai 45 anni.

Nelle grandi città americane troviamo alte percentuali di agenti di polizia di colore, molte sono governate da sindaci neri, molti Stati da governatori neri, c’è stato persino un presidente nero – per otto anni, durante i quali evidentemente non è riuscito a fare molto. Di uccisioni di cittadini di colore da parte della polizia se ne registrarono di più sotto Obama, ma non per colpa sua, come oggi non è colpa di Trump. Anche perché negli Stati Uniti l’ordine pubblico non dipende dalla Casa Bianca e dal governo federale, la polizia è sotto il diretto controllo dei sindaci e dei governatori. Floyd è stato ucciso a Minneapolis, Minnesota, dove sono Democratici il sindaco, il governatore, il procuratore generale e persino il capo della polizia (di colore, tra l’altro). Eppure, la protesta è arrivata sotto la Casa Bianca.

Nella tragica fine di George Floyd quello che vediamo con evidenza è un eccesso di uso della forza, un abuso brutale di potere, ma non abbiamo indicazioni, al momento, di un movente razziale. Sarà eventualmente il processo a stabilirlo, come dovrà stabilire se si è trattato di omicidio volontario, colposo o preterintenzionale. E, anche qui, dal video che tutti abbiamo visto la risposta non è scontata.

Ci si potrebbe chiedere, allora, cosa determina questi alti tassi di criminalità nella popolazione afroamericana. Condizioni socio-economiche di partenza mediamente più difficili? Le disuguaglianze persistenti nella società, nonostante la parità formale davanti alla legge? È una ipotesi, ma allora il problema non è il razzismo della polizia, è politico, e occorre riconoscere il fallimento di decenni di politiche federali e statali sostenute in primis dai Democratici; riconoscere che sotto Trump si è registrato il più basso tasso di disoccupazione degli afroamericani; riconoscere come una sciagura la identity politics, su cui proprio i Democratici hanno puntato per accrescere il loro consenso, che alimenta il vittimismo e il risentimento dei gruppi.

Si dirà, ma “per la maggior parte” sono state manifestazioni pacifiche. Ammesso e non concesso, certo, legittimo manifestare pacificamente e chiedere giustizia per George Floyd. Ci mancherebbe. Sempre tenendo a mente che la giustizia, dove grazie a dio c’è lo stato di diritto, è quella dei tribunali, non delle piazze. Ma nemmeno quelle strade e piazze pacifiche ci hanno convinto. Non ci convince l’evidente tentativo di strumentalizzare politicamente la morte di Floyd contro l’amministrazione Trump (non ricordiamo mobilitazioni simili durante gli otto anni di Obama, eppure non mancarono neri uccisi dalla polizia), né l’inginocchiatoio di massa, il tentativo ancora più grave di criminalizzazione – questa sì razzista – dei “bianchi”, come se tutti – solo perché “bianchi” – dovessero sentirsi responsabili della morte di George Floyd, espiare una colpa collettiva, una specie di peccato originale di “suprematismo”.

Ancor più che nelle violenze, l’amarezza e la preoccupazione stanno nel constatare la resa morale e politica delle istituzioni e delle leadership occidentali (tranne una, va detto, sebbene assediata) al senso di colpa, al politicamente corretto che sono oggi il vero cancro che rischia di dilaniare dall’interno l’Occidente, abbassando tutte le sue difese, prima di tutto culturali.

(Estratto di un articolo pubblicato su Atlantico Quotidiano; qui la versione integrale)

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