Mondo

Un rimpasto (obbligato) a ostacoli per Boris Johnson

di

Johnson

Il post di Pietro Romano

Troppi Brexiteer? Troppo pochi? E quante donne? E i non inglesi? E gli esponenti di minoranze etniche?

Da sei settimane perlomeno il primo ministro britannico, Boris Johnson, è alle prese con un bilancino in grado di permettergli un rimpasto di governo il meno sensibile possibile. Ora sembra proprio che il momento stia per arrivare anche se nessuno dei nostri referenti londinesi si sente di avallare le indiscrezioni dei giornalisti, indiavolati e disinformati come in tutto il mondo di fronte ai toto-nomine.

“Il problema a monte di queste indecisioni, che non sono di oggi e non sono di Johnson, è il profondo cambiamento della nostra classe dirigente negli ultimi lustri, un cambiamento oserei dire antropologico”, si rammarica una collega dalla lunga esperienza in politica britannica assaporando un croccante fish&chips innaffiato da una dark ale (chi scrive, se può interessare a qualcuno, ha preferito una, anzi due, London Pride).

In sintesi, aggiunge, il problema è quello del My Country, Right or Wrong! Un discrimine netto tra i più ideologizzati latini e gli anglosassoni in genere. La frase è attribuita infatti non a un inglese ma a Stephan Decatur, commodoro statunitense eroe della lotta contro i pirati algerini che infestavano il Mediterraneo ancora ai primi dell’Ottocento. Ispirata dal filosofo romantico Edmund Burke nelle sue riflessioni sulla Rivoluzione francese, al motto ha messo i paletti Gilbert Keith Chesterton, il Geppetto del prete investigatore Padre Brown, fine saggista anticonformista e forse un po’ fascista. Per Chesterton la frase di Decatur, e quel che ne discende operativamente, deve rappresentare l’extrema ratio di un patriota: sarebbe come se – scrisse nel suo The Defendant – un figlio devoto nel corso di una disputa desse ragione alla madre a prescindere, aggiungendo a cuor leggero drunk or sober, ubriaca o sobria che fosse.

Dissertazioni a parte, il problema non è di poco conto. Per il Regno Unito il momento non è di quelli che lasciano molto spazio ai distinguo di lana caprina, alle invidie, ai rancori. Eppure è quanto sta capitando a Londra e dintorni. Non solo tra il mainstream mediatico, i red barons del sindacato, i ceo imbottiti di quattrini anche alla vigilia di fallimenti e licenziamenti. Non solo tra i laburisti e i liberaldemocratici sempre più groggy ma perfino, se non soprattutto, in campo tory. Una indiscrezione per tutte a dimostrarlo.

Johnson sta investendo, in tutti i sensi, molto sulla Conferenza climatica dell’Onu prevista a Glasgow alla fine del prossimo novembre. È un evento che gli serve a dimostrare di non essere un nemico dell’ambiente, di possedere un’agenda verde concreta e fattibile, di riuscire a conservare se non incrementare il peso della soft diplomacy britannica e anche di voler lavorare a favore di tutto il Regno Unito, riottosa Scozia compresa. A ben vedere una serie di obiettivi quasi del tutto condivisibili con e dai concittadini comuni. Se a Glasgow vincesse, insomma, con Johnson vincerebbe sostanzialmente tutto il Paese.

Davanti al suo cammino, però, il primo ministro non si trova solo i soliti noti ma anche esponenti conservatori di primo piano. Come David Cameron e William Hague, due ex primi ministri ancora giovani ai quali Johnson avrebbe offerto l’incarico di alto organizzatore della Conferenza. E dai quali avrebbe avuto due secchi “no”. In sfregio a Johnson. Ma forse ancor di più al proprio Paese. Giusto o sbagliato che sia la sua posizione. “Che dire di Cameron e Hague? – si chiede ormai ai saluti la mia interlocutrice – Si comportano come due comunisti francesi del tempo di guerra, quando i rapporti dei gauchistes con i nazisti occupanti venivano orientati in un senso o nell’altro dall’Unione Sovietica, venivano determinati dagli interessi di Mosca e non di Parigi”.

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