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UK, Londra celebra St. George’s Day ma l’Unione resta sempre a rischio

Johnson

L’articolo di Daniele Meloni

Le bandiere bianche con la croce rosse sventolano su tutti gli edifici governativi oggi a Londra per la giornata nazionale inglese, il St. George’s Day. Sia il premier, Boris Johnson, che lo speaker della Camera dei Comuni, Sir Lindsay Hoyle, hanno mandato il loro messaggio di auguri all’Inghilterra rispettivamente da Downing Street e da Westminster. “Siate orgogliosi e celebrate”, ha detto Johnson. Tutti hanno cercato di rilevare il ruolo di core nation dell’Inghilterra all’interno del Regno Unito, senza però rinunciare a mostrarsi accanto a una Union Jack. Chiaro il senso dell’operazione: Inghilterra nazione leader del paese, ma UK deve marciare unito.

Se il grosso dei commentatori si è soffermato sul separatismo scozzese e sulla possibile riunificazione dell’Irlanda in futuro, bene è rimarcare come i sommovimenti nel Regno di Sua Maestà siano partiti in questi ultimi anni da una rinnovata assertività del nazionalismo inglese. Dalla devolution scozzese e gallese della fine degli anni ’90, l’Inghilterra si è sentita trascurata da Westminster e ha mostrato in vario modo questa sua inquietudine. Dapprima costringendo il governo Cameron a mettere le mani sulla West Lothian Question, con l’introduzione di un sistema di voto per deputati inglesi sulle questioni inglesi alla Camera dei Comuni; poi con la Brexit, votata in larga misura in Inghilterra (e in Galles) e respinta da Edimburgo e Belfast. L’uscita dall’Unione Europea è stata la punta massima di un nazionalismo multiforme e molto particolare: uno dei suoi leader, Nigel Farage, non è nemmeno mai riuscito a farsi eleggere in Parlamento. Splendori e miserie del first-past-the-post.

Quanto è pericolosa la Englishness per la tenuta del Regno? Non sono pochi gli inglesi che vorrebbero disfarsi della Scozia e dell’Ulster e dei relativi sussidi elargiti con generosità da Londra alle zone più economicamente depresse del paese. Ma ragioni geopolitiche e storiche fanno sì che Londra voglia conservarsi nell’attuale forma anche in futuro. Seppure rimanga una mina vagante, il nazionalismo inglese è stato riassorbito in questi anni dal tradizionale partito di governo britannico, il partito Conservatore, che ha portato avanti l’EVEL (English Votes for English Laws) ai Comuni con Cameron, e la Brexit, prima con May e poi con Johnson. Quest’ultimo è percepito dalle altre home nations che compongono il Regno Unito come un prodotto tipico di quel nazionalismo. Ecco perché il leader degli Scottish Tories, Douglas Ross, si è affrettato a dire che BoJo non parteciperà attivamente alla campagna elettorale per le politiche del 6 maggio in Scozia, ed è molto probabile che lo stesso premier ne avesse ben poca voglia. La simpatia nei suoi confronti aldilà del Vallo di Adriano non è la stessa che emerge nei suoi tour nell’ex red wall laburista, in Cornovaglia e nel Devon.

La questione “unità nazionale”, però, rimane. Se Johnson può celebrare l’accordo con Bruxelles sulla Brexit, il piano vaccinale e il cartellino rosso mostrato ai club della SuperLega di calcio, farebbe bene a non sottovalutare la sua impopolarità fuori dall’Inghilterra. Per tenere unito il paese i Tories sono disposti a tutto. Chi ha orecchie per intendere…

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