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Tutti i problemi che dovrà affrontare la Germania

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Germania

L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta sulle sfide che attendono la Germania di Angela Merkel

Anche per la Germania, il Novecento volge al termine. L’accelerazione della crisi politica tedesca ha radici profonde, che erano già emerse nel corso delle estenuanti trattative per la formazione dell’ennesimo governo di grande coalizione tra Cdu-Csu e Spd, dopo il fallimento di quelle con Fpd e Verdi.

Bisogna accelerare, ora, prima che le elezioni autunnali in Baviera e quelle europee nella prossima primavera si trasformino in una catastrofe, facendo volare nel consenso i due partiti della destra, l’Fpd ed AfD. Il destino del quarto cancellierato di Angela Merkel, iniziato con estrema fatica, sembra segnato.

Una leadership politica bavarese guidata dall’attuale ministro degli Interni Horst Seehofer, accompagnata da una saldatura politica con le regioni ad occidente del Reno, ribalterebbe gli equilibri tedeschi. L’anima prussiana e protestante cederebbe la guida a quella renana e cattolico-romana: dietro l’unità della lingua ed il mito del popolo tedesco, si riaffacciano le diversità tribali ben note già a Tacito.

Il tema identitario, che è linguistico, culturale e religioso prima ancora che etnico, e che era stato fondante sin dai tempi di Bismark e dei Discorsi alla Germania di Fichte, è stato sospinto nel secondo dopoguerra da un anelito ancor più forte per via della prospettiva di Riunificazione. Questa, però, si è consumata nella profonda mortificazione degli Ossie: i tedeschi dei lander orientali, a differenza degli ungheresi, dei cecoslovacchi e dei polacchi, mai lottarono contro il comunismo per ottenere le libertà democratiche. Fu l’Occidente tedesco a liberarli, in realtà sottomettendoli come avevano fatto i Sovietici.

Si apre ora un periodo di riflessione profonda, sulla identità della Germania e sul suo ruolo nel nuovo secolo. Giusto cent’anni fa, infatti, con il Trattato di Versailles se ne fece salva l’integrità territoriale sulla base delle infatuazioni del Presidente americano Woodrow Wilson, sostenitore di Stati che rispecchiassero le identità nazionali, ma si sconvolse invece l’intera Europa con il Trattato del Trainon, decidendo due anni più tardi la dissoluzione dell’Impero austroungarico. Cadde così l’unico contrafforte multinazionale, multiculturale, multireligioso e multilinguistico, all’espansione della Russia, divenuta vieppiù pericolosamente sovietica, ed alle mai sopite infiltrazioni musulmane. Fu giocoforza, dunque, sia nel primo che nel secondo dopoguerra, sostenere comunque la Germania per evitare che il comunismo e la Russia dilagassero in Europa.

Gli equilibri internazionali ora stanno mutando: i quattro Paesi del Gruppo di Visegrad, Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia, cui si unirebbe anche l’Austria, riproporrebbero un’area di interposizione ad Oriente, un Intermarium che va dal Baltico all’Adriatico passando per il Mar Nero: è quel cuscinetto tanto auspicato dalla Russia e da sempre negato dagli Usa che hanno puntato alla estensione della Nato. Una nuova Mitteleuropa.

La centralità geopolitica della Germania è venuta meno: Donald Trump può dunque permettersi di attaccarla impunemente nel corso delle riunioni del G7 per o scarso impegno militare e per l’attivo commerciale stratosferico. Impone i dazi su acciaio ed alluminio e ne minaccia di nuovi sull’export automobilistico.

I tedeschi, dal canto loro, si sentono frodati, assediati nella difesa del benessere che hanno costruito con rigore e disciplina, nell’etica del lavoro: non ci sono solo i Paesi-cicala mediterranei, che depredano le formiche del nord Europa e che addirittura reclamano la costruzione di un’Europa di trasferimenti per farsi mantenere nullafacenti; ora entrano in Germania a centinaia di migliaia i migranti economici, spezzando l’incantesimo della polarizzazione crescente del mercato del lavoro.

Si è creata una saldatura tra l’ostilità dei Lander ex-orientali, i più poveri, e l’insofferenza della ricca Baviera. Emergono le contraddizioni delle politiche di deflazione salariale adottate con le riforme Hartz, volute alla fine degli anni Novanta dal Cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder: da allora, la Germania è diventata sempre più ricca, ma i tedeschi paradossalmente sempre più poveri.

Da quando è caduto il Muro, la quota dei salari sul reddito è scesa continuamente: non c’è più alcun bisogno di tenersi buoni i lavoratori. Ed i milioni di tedeschi che sbarcano il lunario con i minijob, i lavoretti precari a tempo parziale che fanno crollare la percentuale dei disoccupati, rappresentano l’altra faccia dell’aristocrazia operaia al servizio di una industria automobilistica scintillante che macina un record di esportazione dopo l’altro.

La traiettoria europea verso la costruzione di un’Unione politica si è interrotta bruscamente, per via di una gestione decennale della crisi basata sull’accrescimento delle disparità tra i diversi Paesi ed all’interno di ognuno. La tendenza al sovranismo, che altro non è se non la rinazionalizzazione delle politiche, ha trovato esca nella retorica dei “compiti a casa”, nell’ossequio alla indiscutibilità dei mercati, nella severa condizionalità posta alla concessione degli aiuti.

Il conflitto politico più aspro si giocherà d’ora in avanti all’interno della Germania, e soprattutto tra questa e gli Usa: riguarderà da una parte il mantenimento del modello ordoliberista, che formalmente si oppone a qualsiasi intervento di stimolo alla domanda, vuoi attraverso la politica fiscale vuoi attraverso quella monetaria da parte della Bce, e dall’altra il modello di sviluppo export-led che finora ha assicurato alla Germania crescita ed occupazione.

Una riforma strutturale dell’economia tedesca, che dovesse contare solo sulla domanda interna per riassorbire un saldo attivo strutturale pari all’8% del pil in un sistema produttivo in cui la quota asservita all’export si avvicina al 46%, richiederebbe sacrifici paragonabili a quelli imposti alla Grecia, tenendo conto che sono localizzate in Baviera e ad ovest del Reno gran parte delle fabbriche automobilistiche tedesche. Ordoliberismo ed export-led economy si sono tenuti per mano. E non si può rinunciare a quest’ultima, se non abbandonando il primo.

È stato reso perfetto un modello sbagliato, perché fondato sullo squilibrio internazionale perpetuo. Per le Riparazioni, Il Trattato di Versailles impose il prelievo di una quota dei proventi dell’export tedesco: per pagare, dovevano vendere all’estero. La Storia ora ci presenta il conto. Tornare indietro sarà davvero difficile.

(articolo pubblicato su Milano Finanza)

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