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Tutti gli effetti della morte (annunciata) del ddl Zan

Sinistra Draghi

Che cosa succederà dopo la morte annunciata del ddl Zan? La nota di Paola Sacchi

Dopo la “morte” annunciata, peraltro da mesi, del ddl Zan, a causa di un Pd attestatosi sulla linea dura del “o questo o niente”, nonostante la disponibilità del centrodestra, che omofobo non è, di Italia Viva di Matteo Renzi a fare modifiche, si tira in ballo di tutto. Persino, come paventa il leader del Pd Enrico Letta, il rischio, agitato come spauracchio, che in caso di “vittoria delle Destre questa è la dimostrazione di come il parlamento italiano si allineerebbe a quelli polacco e ungherese”. Ma se è stato proprio lo stesso Letta il fautore della linea dura o Zan o morte, salvo poi, galvanizzato dalla vittoria alle Amministrative, pur ad altissimo tasso di astensionismo, aprire, ma troppo tardi, alle modifiche?

La vera “tagliola” politica in realtà è stata proprio questa linea così radicalizzata. Dalla “morte” annunciata del ddl Zan in realtà emergono tre lezioni: il voto delle grandi città, che storicamente ha sempre premiato la sinistra perché è il vero dominus dei centri di potere e statali che vi si trovano, voto pur importante, non ha mai segnato decisive svolte politiche. Al massimo potrebbe aver fatto da apripista. Basti solo pensare, come abbiamo subito ricordato su Startmag, a cosa accadde nel ’93, quando la sinistra conquistò le grandi città ma un anno dopo la “gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto venne messa fuori gioco dalla discesa in campo del Cav, che occupò quella prateria degli elettori dell’ex pentapartito rimasta scoperta.

I tempi sono certamente cambiati ma il problema della vittoria di una sinistra radicalizzata come allora resta. Fino alla manifestazione sindacale in pieno silenzio elettorale a poche ore dai ballottaggi, con in prima fila l’allora candidato, ora sindaco di Roma, Roberto Gualtieri con leader e ministri di Pd, Leu, Articolo 1 e Cinque Stelle. La piazza rossa di S.Giovanni contro un pericolo fascista che non c’ è più da quasi 80 anni.

E qui arriva la seconda lezione della giornata di ieri al Senato, ovvero la ristrettezza e la divisione delle alleanze a sinistra, con un nuovo Ulivo dove il Pd vuole essere il dominus, ma alleato solo con le altre sinistre, Iv e i Cinque Stelle ridimensionati nel Paese. Un cartello elettorale scosso già da diatribe interne tra Pd, peraltro diviso in correnti, con Matteo Renzi e Carlo Calenda, che invece nell’ennesima Cosa a sinistra i Cinque Stelle non li vogliono.

Non a caso, è proprio in questo quadro di divisioni a sinistra che sarebbero spuntati fuori quei franchi tiratori che hanno affossato il ddl Zan. Ma occorre ricordare che il provvedimento aveva già ricevuto un colpo di non poco conto dall’uscita contraria di Monsignor Richard Gallagher, “ministro degli Esteri” della Santa Sede. Ma se il Pd, le sinistre e Iv con i Cinque Stelle si sono sfilacciati sul disegno di legge contro la omotransfobia, il colpo è stato anche di riflesso per quell’obiettivo comune, detto formula “Ursula” all’italiana, volto a staccare Forza Italia dal centrodestra, disarticolando così la coalizione, risospingere la Lega di Matteo Salvini all’opposizione con Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. E andare così all’elezione del Capo dello Stato, mettendo quindi fuori gioco il centrodestra.

Ma tra il dire e il fare ci si è messo di mezzo il ddl Zan, ostacolo oggettivo che evidentemente la sinistra nei suoi piani non aveva ben calcolato. E qui veniamo alla terza, più importante, lezione di ieri: si è di fatto rilanciato il bipolarismo perché la linea del centrodestra ha tenuto, coerentemente alla nota congiunta dei leader dopo il vertice di Villa Grande che dice: no al ritorno al proporzionale, ovvero no alla fine del centrodestra, e compattezza sull’elezione del Capo dello Stato. Il bipolarismo è stato ribadito in un’intervista a “Il Corriere della sera ” dal suo stesso fondatore Silvio Berlusconi che, sdegnato, ha respinto anche l’accusa o il sospetto che voglia quella compattezza proprio per andar lui sul Colle più alto. Probabilmente c’è una parte del Cav che lo vorrebbe e un altra più realistica, ben piantata con i piedi per terra, che invece non ci crede poi molto, contrariamente a quanto viene scritto.

Se la morte annunciata del ddl Zan, con il ritorno sulla scena dei franchi tiratori, per giunta resi più a briglia sciolta da un parlamento il cui numero di rappresentanti verrà ridotto dopo il referendum, è stata come una prima, un po’ preoccupante prova generale di quanto potrebbe accadere in quella roulette russa che sono le elezioni per il Quirinale, c’è da registrare che anche qui le divisioni più grandi stanno sempre a sinistra.

Con il presidente pentastellato Giuseppe Conte che, non amando molto il suo successore a Palazzo Chigi Mario Draghi, secondo quanto gli attribuiscono i retroscena , preferirebbe che andasse al Colle, senza per questo automaticamente dover andare a un voto anticipato. Cosa che invece non viene esclusa da alcune cronache, ma forse un po’ bizzarra per la situazione caotica in cui si trova il MoVimento, dove tutti i parlamentari si ricompatterebbero a quel punto contro questa ipotesi per il timore di non esser più eletti. Con tanto di fiorire di franchi tiratori contro un’eventuale candidatura di Draghi al Colle. Da non trascurare tra l’ altro per tutti i parlamentari il fatto che matureranno la pensione nel settembre del 2022.

Dall’altro lato, invece nella partita Colle c’è Enrico Letta, che già non ha escluso di aspirare legittimamente di voler tornare alle Politiche a Palazzo Chigi e che deve mediare tra i tanti aspiranti quirinabili che si trova in casa. Il nome più gettonato è finora Paolo Gentiloni, però non graditissimo a Conte per via del ruolo che gli viene attribuito, proprio per il suo ruolo di Commissario a Bruxelles, nell’arrivo di Draghi.

Ma, se è vero che un king maker stavolta non c’è, per via del tripolarismo in parlamento, per via che il numero che divide i grandi elettori giallo-rossi da quelli del centrodestra non è di così elevato margine, dall’altro lato c’è la coalizione di Berlusconi, Salvini e Meloni che almeno finora si presenta compatta e determinata a giocare un ruolo chiave, se non proprio da king maker, per l’elezione per la prima volta dai tempi di Francesco Cossiga di una personalità che non venga più espressa dalla sinistra. Altrettanto legittima aspirazione.

Torna quindi la girandola dei nomi da Draghi a Berlusconi a un Mattarella bis, anche se il Presidente della Repubblica ha tassativamente escluso un secondo mandato. La partita è appena iniziata. Ma di certo tra i desiderata della sinistra su formule Ursula all’italiana o di ambienti che non escluderebbero perfino un Draghi bis a Chigi, ipotizzabile però solo con il proporzionale e con la stessa formula, si è messo di mezzo l’affossamento del ddl Zan. Che ha rilanciato il bipolarismo, più che i progetti centristi. E non ha registrato una gran prova di compattezza della sinistra, forse troppo gasata anche dai giornali mainstream per la vittoria a alto tasso di astensionismo e con alleanze ristrette nelle grandi città, che già guidava. Con l’eccezione di Trieste dove si è riconfermato il centrodestra.

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