Mondo

Tutte le toste sfide economiche in Spagna per il governo Sanchez-Iglesias

di

Spagna

Le richieste dei baschi. La questione catalana. Il vero stato dell’economia. E i rapporti stretti con la Cina (via Huawei) che impensieriscono gli Usa. Ecco i dossier più delicati per il governo di sinistra Psoe di Sánchez e Podemos di Inglesias secondo il saggista Sergio Soave, esperto della Spagna

L’accordo raggiunto martedì tra il Psoe di Pedro Sánchez e Unidos Podemos di Pablo Iglesias apre le porte alla formazione a Madrid di un governo di sinistra o “progressista”, come lo hanno definito gli artefici del patto.

Prima però di poter dichiarare chiusa la lunga stagione dell’instabilità spagnola, trascinatasi per oltre quattro anni attraverso altrettanti turni elettorali in successione, i due alleati dovranno trovare in Parlamento i voti necessari per raggiungere il fatidico 50% più uno.

Voti che arriveranno dalle formazioni regionali, come i baschi, e soprattutto dal fronte degli indipendentisti catalani rappresenteranno una bella gatta da pelare per Sánchez e compagnia.

Per Sergio Soave – editorialista del Foglio, di Avvenire e di Italia Oggi – conoscitore della politica spagnola – in questa conversazione con Start Magazine sottolinea la sfida che si apre adesso per il capo del Psoe, costretto a una prova supplementare di abilità politica: convincere i secessi0nisti catalani ad appoggiare il suo governo senza cedere loro quel che vogliono, ossia un referendum popolare sull’indipendenza della Catalogna.

Un rebus, insomma, che fa impallidire la già difficile prova della convivenza tra socialisti e Podemos, che secondo Soave creerà più di qualche mal di testa agli spagnoli – oltre che il malumore di Washington per le ben note simpatie castriste dei seguaci di Iglesias.

La Spagna d’altra parte, ricorda Soave, è già nel mirino degli americani a causa di legami sempre più stretti nutriti con la superpotenza rivale cinese, ben simboleggiati dalla scelta di far realizzare la rete 5G a Huawei.

Le inevitabili tensioni con l’amministrazi0ne Trump saranno tuttavia almeno in parte compensate dagli ottimi rapporti con l’Ue nutriti da Sánchez, che è stato uno dei protagonisti dell’accordo siglato due mesi fa a Bruxelles per la nomina dei vertici comunitari.

Ma il raccolto per il n. 1 del Psoe – la casella di Alto Rappresentante per la Politica Estera – rappresenta in ogni caso, a detta di Soave, un ben ben misero bottino, visto e considerato che – per dirla con il saggista Soave – non esistendo una politica estera europea non esiste nemmeno un ministro degli esteri dell’Europa.

Soave, qual è la sua impressione sul “governo progressista” benedetto dall’accordo di martedì tra Sánchez e Iglesias?

Debbo dire che somiglia molto al governo italiano. È un governo che non nasce da un accordo, ma dalla paura comune per l’avanzata della destra. Il dato essenziale delle elezioni di domenica è infatti che i maggiori partiti di sinistra hanno perso seggi, mentre quelli della destra li hanno aumentati, anche per via della caduta di Ciudadanos. Pertanto, quei due partiti di sinistra che non erano riusciti tre mesi a fare un accordo per il governo, col presidente Sánchez che diceva di non dormire la notte pensando agli uomini di Podemos dentro il palazzo del governo, adesso in un paio d’ore si sono messi d’accordo.

In un editoriale di ieri, il Pais sottolineava che Sánchez adesso deve spiegare come mai in pochi minuti è riuscito a fare quel che non gli è riuscito nei mesi precedenti.

Questo miracolo si spiega semplicemente con il fatto che Sánchez pensava, andando alle elezioni anticipate, di migliorare la situazione del Psoe e poter ottenere da Podemos l’appoggio esterno. Invece, siccome entrambi i partiti hanno perso complessivamente un milione e mezzo di voti – e questo in appena quattro mesi – Sánchez ha dovuto accettare un accordo con Podemos. Un accordo che viene giudicato da vari osservatori come privo di una base politica sufficiente e per giunta in grado di creare gravi tensioni in seno ai socialisti. Non dimentichiamo, inoltre, che  per diventare una maggioranza di governo stabile, questa alleanza ha bisogno dell’appoggio dei partiti baschi e degli indipendentisti catalani. E questo creerà problemi seri perché il maggior partito della Catalogna chiede, come condizione per astenersi sull’investitura di Sánchez, una trattativa alla pari tra governo nazionale ed esecutivo catalano. E accettare una cosa del genere implica ovviamente una mezza cessione di sovranità che Madrid non è disposta ad accettare.

Con i baschi sarà, immaginiamo, più facile trovare un accordo.

Sì, sebbene anche i baschi chiedano molte cose, anche se si tratta essenzialmente di soldi. E quelli si possono dare. Ma i catalani chiedono l’autodeterminazione e un governo costituzionale ovviamente non la può concedere. E qui va detto che Podemos sarebbe propenso a concederla, i socialisti no.

La stampa spagnola ieri però sottolineava come uno dei frutti dell’accordo tra Sánchez e Iglesias sia la rinuncia del secondo alle proprie posizioni sulla questione catalana e un suo allineamento sulla strada dell’intransigenza.

Questo per il momento non lo sa nessuno. In ogni caso ci sono stati vari pronunciamenti della corte costituzionale spagnola che hanno detto che un referendum sull’indipendenza è incostituzionale e dunque proibito. Pertanto è obiettivamente difficile che questa prospettiva si materializzi.

La Catalogna però è in piena ebollizione, e anche ieri la gente ha manifestato bloccando un’autostrada. Che succederà ora?

Le prospettive sono assolutamente imperscrutabili. E il problema persisterà fino a quando in seno al parlamento catalano esisterà una volontà indipendentista prevalente. E dico prevalente nel Parlamento perché gli indipendentisti hanno la maggioranza dei seggi, ma non dei voti. Pertanto, finché non ci sarà, da parte degli indipendentisti, una virata verso l’accettazione di una accentuazione dell’autonomia, la situazione resterà in un vicolo cieco. Ripeto il punto di prima, cioè che nessun governo può legittimamente concedere l’indipendenza. Tutte le costituzioni, quella spagnola come quella francese o italiana, lo escludono.

Nonostante la Spagna abbia attraversato quattro anni di instabilità politica, l’economia – questo lo hanno sottolineato tutti – è andata avanti col pilota automatico ottenendo risultati più che buoni. Il nuovo governo eredita dunque un quadro incoraggiante, no?

Ho personali dubbi su questo. La verità, anzitutto, è che i governi precedenti partivano da una situazione favorevole, avendo ad esempio un debito pubblico molto basso. Debito che in questi anni è aumentato moltissimo, in percentuale più di quello italiano. La disoccupazione poi, ricordo, è al 15%. Il Pil è aumentato, questo è vero, ma è una crescita drogata dall’aumento del personale della pubblica amministrazione. Non vedo insomma una vera capacità espansiva dell’economia spagnola. E se dobbiamo prestare ascolto agli imprenditori, tutti pensano che questo governo di sinistra creerà disastri.

Dal punto di vista dell’allineamento degli astri nella costellazione europea, Sánchez sembra essere dalla parte giusta: c’era anche la sua firma nel patto di potere siglato un paio di mesi fa a Bruxelles, sotto la regia del presidente francese Macron, che ha portato Ursula von der Leyen al vertice della Commissione. E Sánchez è stato ricompensato con la casella di Alto Rappresentante per la politica estera assegnata al suo ministro degli esteri. Questo rappresenta oggettivamente un vantaggio, anche per eventuali politiche audaci, no?

Certamente Sánchez gode di un vantaggio di quadro. Tuttavia qui ci sono due cose da dire. La prima delle quali è che, siccome non esiste una politica estera europea, non esiste di fatto nemmeno un ministro degli Esteri europeo.  La seconda cosa è che la Spagna, più che con la Francia, è sempre stata legata alla Germania. E qui bisogna sottolineare che l’economia spagnola, che ha sempre beneficiato del rapporto stretto con la Germania, adesso è più legata a quella cinese. E questo crea ovviamente dei problemi sia con l’Europa che con gli Usa.

A tal proposito, come sta vivendo la Spagna la guerra fredda tecnologica tra Usa e Cina?

La Spagna è passata senza esitazioni dalla parte della Cina. Basti pensare che hanno concesso la licenza per il 5G ad Huawei. E poi c’è un interscambio che continua ad aumentare così come gli investimenti interni. È insomma un rapporto molto stretto, quello tra Madrid e Pechino, che si sviluppa anche attraverso le grandi banche come Santander e Bilbao. Questo non può che generare qualche problema con Washington, che peraltro avrà qualcosa da ridire ora con l’ingresso nel governo a Madrid – sempre che questo governo nasca – di una formazione come Podemos che pullula di castristi. 

ISCRIVITI ALLA NOSTRA NEWSLETTER

Iscriviti alla nostra mailing list per ricevere la nostra newsletter

Iscrizione avvenuta con successo, ti dovrebbe arrivare una email con la quale devi confermare la tua iscrizione. Grazie, il tuo Team Start Magazine

Errore

Articoli correlati