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Tutte le sfide del centrodestra

Sinistra Draghi

Come si muoveranno i partiti di centrodestra dopo la sconfitta a Roma e Torino. La nota di Paola Sacchi

 

La parola d’ordine dei media mainstream è stata subito a caldo: hanno perso i “populisti”, i “sovranisti”, insomma, quelli brutti, sporchi e cattivi, evviva, si torna alla normalità.

Facile. Prevedibile. Ha vinto certamente la sinistra, più esattamente il Pd, a cominciare dalla netta affermazione a Roma di Roberto Gualtieri, nella geografia piddina più che al leader Enrico Letta vicino al presidente del Lazio Nicola Zingaretti e quindi a tutta la potente macchina rodata per anni nei centri veri di potere anche culturali da Goffredo Bettini, ovvero l’inventore di tutti i sindaci della capitale di sinistra.

Resta il fatto che la vittoria del Pd si conferma su base ristretta, poco più del 40 per cento di votanti, con particolare intensità di affluenze, al solito, nella Ztl, in quartieri come i Parioli. Nelle periferie restano a casa. Ma una vittoria è sempre una vittoria, tanto più nella Capitale.

In generale la sinistra vince in tutt’Italia con elettori del centrodestra o Cinque Stelle rimasti a casa. La vittoria soprattutto piddina è un po’ monca e fa ricordare le elezioni del ’93. Come lo stesso Bettini ha ribadito in una recente intervista, le grandi città sono storicamente della sinistra. E le grandi città, dove ci sono i veri centri di potere, andate al ballottaggio, tranne Trieste, erano già tutte governate appunto dal Pd, dalle altre sinistre e dagli alleati dei Cinque Stelle.

Comunque, le Comunali, per quanto importanti, non sono le Politiche, è altrettanto vero però che non tira una bella aria per il centrodestra. Non è stata una bella performance, a cominciare da quella romana.

Il centrodestra è stato certamente massacrato sul piano mediatico, certamente schiacciato nell’immagine dalla manifestazione di Roma di sabato scorso dei sindacati, a partire dalla Cgil, che, con tutto il nuovo Ulivo nascente, Pd e Cinque Stelle, senza però il cosiddetto centro, è parsa come una sorta di prova generale delle Politiche. Una manifestazione che ha di fatto rotto il silenzio elettorale.

Tutto ciò però non può nascondere il fatto che negli ultimi tempi più che una coalizione il centrodestra è apparso una competizione (tutta interna) che ha portato a individuare, come dicono i numeri,
candidati, seppur di valore nelle loro professioni, sbagliati, un po’ sconosciuti e questo come risultato di estenuanti trattative che hanno disorientato gli elettori.

Ma soprattutto è stata data l’immagine di un centrodestra solo apparentemente unito, dove ognuno in sostanza andava per conto suo.

Sarebbe ingiusto e ingeneroso attribuire alla leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, la sconfitta, con una ventina di punti sotto di Enrico Michetti, da lei particolarmente voluto. Ma è altrettanto vero che continuare a parlare di primi partiti della coalizione forse non aiuta la riflessione profonda di cui il centrodestra necessita.

FdI ha avuto sicuramente una buona affermazione a questa tornata di Comunali, come la ebbe la Lega alle Politiche 2018, quando diventò primo partito della coalizione con quasi il 18 per cento e poi alle Europee andando oltre il 30 per cento e alle Regionali. E tuttora secondo alcuni sondaggi la Lega resta primo partito e secondo altri invece lo è FdI. Comunque se la battono entrambi i partiti sul 20 per cento.

Forza Italia ha raggiunto un buon risultato, seppur strappato più faticosamente del previsto, a Trieste con la conferma del sindaco Dipiazza e l’ottima affermazione del presidente della Calabria Roberto Occhiuto. Ha avuto anche un buon risultato a Olbia e in altre realtà. Ma a Roma Fi è sotto la Lega, che è a oltre il 6 come secondo partito, che pure ha subito forti perdite, dopo Fdi a oltre il 17 per cento, stando ai dati fino a ieri sera. E a Milano FI è al 7,3 per cento dopo l’oltre 21 delle Comunali di 5 anni fa.

I populisti, sovranisti, brutti, sporchi e cattivi, stando ai numeri, costituiscono quindi la parte più consistente della coalizione. Si dirà e si dice ormai in tutte le salse che solo con la cosiddetta moderazione si vince, ma il paradosso è che si invoca una moderazione senza numeri reali nel Paese.

Mentre il punto politico è la rappresentanza di quei ceti rimasti a casa, quel ceto medio impoverito, gli strati più popolari delle periferie o quella stessa media borghesia produttiva, non al riparo dello Stato, di professionisti, imprenditori del settore privato che, ad esempio, due anni fa nella piccola ma simbolica Umbria, perché vero fortino rosso da 60 anni – più storicamente rosso di quello resta l’Emilia-Romagna – premiò la Lega di Matteo Salvini, forza trainante del centrodestra.

Questi strati sociali in tutt’Italia chiedono meno tasse, lavoro, sburocratizzazione, riforma della giustizia, immigrazione controllata, selezionata. E meglio distribuita in Europa. Meno reddito di cittadinanza, riforma del codice degli appalti.

La sfida è questa. E certamente è su questo che d’ora in poi il centrodestra di governo e di opposizione dovrà più mettere l’accento. L’alternativa è una coalizione-competizione pronta a farsi disarticolare definitivamente con il ritorno a un vero proporzionale.

Magari con sullo sfondo l’ipotesi, accarezzata da settori di sinistra, di un Draghi bis.

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