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Tutte le schizofrenie del governo sulle misure anti Covid

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Nuove misure anti Covid? Il governo dovrebbe, innanzitutto, farsi curare della schizofrenia che lo tormenta. Il commento di Gianfranco Polillo

Dal 24 dicembre al 6 gennaio l’Italia sarà zona rossa nei giorni festivi e prefestivi e zona arancione nei giorni lavorativi. Nel periodo delle festività si potrà uscire dal territorio dei piccoli Comuni sotto i 5mila abitanti, entro un raggio di 30 chilometri. E’ la decisione che il governo avrebbe comunicato alle Regioni. Non ci si potrà però muovere per andare nei Comuni capoluogo, anche se si trovano entro un raggio di 30 km. C’è la cosiddetta deroga “nei due commensali”, a quanto si apprende da fonti di governo, nelle misure restrittive che verranno messe in campo per le festività natalizie. Nell’ambito della zona rossa e arancione – quindi fermo restando il divieto di spostamento tra le Regioni – sarà consentito, sia nelle giornate “rosse” che in quelle “arancioni” a massimo due non conviventi di effettuare visite nelle abitazioni private. Un nuovo decreto legge Covid, per disporre le restrizioni nel periodo dal 24 dicembre al 6 gennaio, sarà sul tavolo del Consiglio dei ministri già convocato alle 18. (Fonte: Ansa)

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L’ANALISI DI GIANFRANCO POLILLO

L’Italia sta affrontando una delle crisi più drammatica degli ultimi cento anni, ma con un Governo tra i meno qualificati della sua lunga storia. Al vertice dello Stato, a causa degli errori commessi da coloro che li avevano preceduti, si sono avvicendati personaggi senza un passato, la necessaria esperienza e preparazione. Come spesso è avvenuto nei momenti dei grandi rivolgimenti sociali. Nonostante ciò gli italiani hanno saputo dare una risposta straordinaria. Al punto da suscitare l’ammirazione dei principali commentatori stranieri. Di solito poco inclini a celebrarne le relative virtù.

Un giudizio troppo severo? Frutto di pregiudizio? Magari fosse così. Avremmo una situazione migliore, nei confronti degli altri Paesi, che pure sono stati colpiti da un identico shock sanitario. È il raffronto dei dati ad essere impietoso. Evidenzia quel susseguirsi di ritardi, incongruenze, contraddizioni che hanno caratterizzato un intero anno vissuto all’insegna di un pressapochismo che ha sfiorato l’irresponsabilità. Nonostante l’uso di strumenti legislativi – il diluvio di decreti e Dpcm – che hanno caratterizzato la legislazione di emergenza. Punteggiata di forzature al limite del rispetto costituzionale.

Il dato da cui partire è la diffusione del virus. In Italia il contagio è stato pari, secondo i dati della Johns Hopkins University, al 3,1, per cento della popolazione. Considerati i 14 Paesi, con una popolazione superiore ai 10 milioni di abitanti, (United States, Brazil, France, Italy, Spain, Argentina, Poland, Peru, Chile, Netherlands, Belgium, Czechia, Portugal e Sweden) essa si colloca al dodicesimo posto. In testa è la Repubblica ceca con una percentuale pari al 5,5. La Cina non appare nella statistica, ma non deve sorprendere, considerata la facilità con cui i suoi dati sono stati taroccati. In questa circostanza si può quindi dire che l’Italia sia stata fortunata. Poteva andare molto peggio: come si è verificato in Francia o in Spagna. Relativamente al sesto o quarto posto.

Unica recriminazione possibile: il forte anticipo della diffusione rispetto agli altri Paesi. Ne è derivato un “effetto – cavia”, che ha indubbiamente pesato sul decorso della pandemia. È sufficiente questa considerazione per giustificare il maggior numero di decessi? In Italia i casi sono stati 107,58 ogni centomila abitanti. Superata solo dal Perù con 114.65. Ma si tratta, in questo caso, di due mondi completamente diversi. Quanto abbia inciso la primogenitura nello sviluppo della malattia (ovviamente dopo la Cina) è difficile dire. Un indizio potente dà, tuttavia, adito a ben altri interrogativi.

L’indice di letalità, che rappresenta il rapporto tra il numero dei contagiati ed il numero dei decessi, è stato alto fin dall’inizio. A dimostrazione appunto della precocità nello sviluppo della pandemia. Nel mese di marzo era stato, in media, pari all’11,9 per cento. Per poi salire velocemente, fino a raggiungere il massimo del 20,3 per cento a maggio. E quindi declinare prima lentamente a giugno e poi rapidamente a luglio. Il trascorrere del tempo non sembra pertanto che avesse apportato correttivi nei metodi di cura, tali da superare l’impasse iniziale. Al contrario: sembrerebbe, invece, che la crescita dell’indice di letalità fosse più legato a carenze strutturali del sistema sanitario italiano. A partire dalla mancanza di quel piano anti pandemico di cui si sta interessando la stessa magistratura.

Il miglioramento di luglio ed agosto derivava soprattutto da una forte riduzione del numero dei contagi. Da una media mensile di circa 75 mila casi si era passati a meno di 14 mila. Grazie anche al lockdown, iniziato il 19 marzo e terminato due mesi dopo: alla fine della seconda decade di maggio. Decisione che aveva contribuito ad incapsulare il virus, al prezzo di una crisi economica senza precedenti. Con l’indice della produzione industriale che in quei mesi perdeva circa 30 punti rispetto ai valori di febbraio. Ed il Pil del secondo trimestre che crollava del 13 per cento.

Che il miglioramento dovesse essere considerato come una semplice parentesi era chiaro fin dall’inizio. L’incubo di una seconda ondata non solo era nell’aria. Ma nessuno era disposto a scongiurarlo. Si cercò pertanto di correre ai ripari chiedendo agli operatori economici di provvedere. Si dispose pertanto per i vari distanziamenti: riduzione del numero dei tavoli per i ristoranti, mascherine e disinfettanti per le mani, schemi di plexiglass e finte paratie, anche all’intero dei taxi cittadini. Il tutto, naturalmente a spese degli esercenti. Unico beneficio concesso: la possibilità di occupare spazi maggiori di suolo pubblico, proprio per compensare le restrizioni interne. E qualche ristoro. Misure giuste ai fini della possibile riduzione del contagio. Ma anche parziali, dato che incidevano, semmai, solo sul tasso di diffusione. Ma non sulle caratteristiche più allarmanti della pandemia.

La prima ondata aveva mostrato tutta la carenza delle strutture sanitarie. Si era fatto fronte al virus mobilitando tutte le risorse disponibili, ma a scapito di qualsiasi altro servizio. Ed a soffrirne erano stati soprattutto i malati di altre patologie. Una classe dirigente, degna di questo nome, avrebbe avuto contezza del problema e predisposto le necessarie misure d’intervento, in vista del peggio. Poi, semmai, incrociando le dita, quelle stesse misure potevano anche dimostrarsi eccessive. Ma un’assicurazione si sottoscrive proprio per evitare il peggio.

Invece si è criticato chi, autonomamente – l’ospedale nella fiera di Milano – si era mosso in quella stessa direzione, senza chiedere alla collettività il becco di un quattrino. Mentre lo Stato passava la mano. E lo faceva non per carenza di soldi, ma per il rifiuto pregiudiziale nei confronti dei finanziamenti del Mes. Come se un interesse pari allo 0,1 per cento, o giù di lì, per dieci anni fosse una minestra da rifiutare. Potenza dell’autolesionismo.

Alla fine le previsioni della primavera si dimostrarono esatte. La seconda ondata era scattata puntuale nel mese di ottobre: oltre 325 casi, un numero pari alla somma dei positivi dei sette mesi precedenti. E fu subito panico. Tanto più che a novembre si registrarono altri 400 mila casi, per poi ridursi, per fortuna, nei primi giorni di dicembre. Fin dall’inizio si temette il peggio. Di fronte a quella massa di nuovi contagi, se gli indici di letalità fossero stati quelli della prima ondata (ma per fortuna erano crollati), si sarebbe verificato una carneficina ed il tracollo delle intere strutture sanitarie.

Scattarono allora divieti cervellotici. Come la chiusura di bar e ristoranti alle 18 del pomeriggio o il coprifuoco dalle 22 in poi. Una mazzata definitiva per tanti esercenti e la moria di migliaia di imprese. Sorprese di quelle decisioni la mancanza di ogni ragionevolezza. Meglio allora buttare il bambino con l’acqua sporca. Ma non si potevano organizzare centri di ascolto e di pronto intervento, lasciando ai cittadini l’onere di denunciare comportamenti devianti? Quegli stessi cittadini che, in passato, avevano dimostrato tanto senso di responsabilità.

Può sembrare una sorta di incidente della storia, ma non è così. La presenza del partito politico è stato sempre elemento di garanzia, canale di comunicazione tra il popolo e le istituzioni. Ma dov’è oggi quel tipo di organizzazione nella principale forza politica italiana? Cosa siano i 5 stelle non è chiaro nemmeno a quel pugno di attivisti che ne costituiscono lo zoccolo duro. Ed ecco allora il perché del carattere contraddittorio di tanti comportamenti. L’ultimo dei quali fu la meraviglia di dover constatare i grandi assembramenti dell’ultimo week end. Ma se si invitano i cittadini a spendere con la carta di credito, per ottenere i rimborsi del cash back, ci si può poi meravigliare delle lunghe file a negozi e centri commerciali?

La verità è che invece di farci rimpiangere con nuovi divieti, che seguiremo da buoni soldatini, le feste di fine d’anno, il Governo dovrebbe, innanzitutto, farsi curare della schizofrenia che lo tormenta. Il Covid -19 rimarrebbe, ma non gli effetti collaterali di quella pandemia che, a ben vedere, rischiano di essere peggiori del male originario.

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