“Stabilità” e “prevedibilità”. Il mantra della Commissione di Ursula von der Leyen per giustificare il brutto accordo sui dazi concluso con Donald Trump a luglio sul campo di golf di Turnberry in Scozia non è cambiato dopo la sentenza della Corte suprema della scorsa settimana e la decisione del presidente americano di rilanciare con dazi globali del 15 per cento. Non è cambiata, dunque, nemmeno la sua strategia dell’asservimento, che serve a limitare i danni di breve periodo per le imprese europee. Martedì il commissario al Commercio, Maros Sefcovic, ha invitato il Parlamento europeo a votare l’accordo di Turnberry nella sessione plenaria di marzo per permettere all’Ue di onorare la sua parte dell’accordo, cioè l’azzeramento dei dazi sui prodotti americani.
LE LEVE EUROPEE SUGLI USA DI TRUMP
Eppure l’Unione europea non manca di leve per una strategia completamente diversa. Dezernat Zukunft, un istituto tedesco per la macrofinanza, la scorsa settimana ha pubblicato un rapporto che ha fatto molto discutere. Gli Stati Uniti non hanno dipendenze solo dalla Cina, che le ha usate per far indietreggiare Trump nella sua guerra dei dazi. Dai profitti dei colossi della Tech all’uranio per le centrali nucleari, anche l’Ue può usare le dipendenze americane a proprio vantaggio. Ma serve un cambio di mentalità e meno avversione al rischio.
Sin dal titolo, il rapporto di Dezernat Zukunft contraddice l’opinione corrente secondo la quale l’Ue ha solo da rimetterci in un rapporto di forza con Trump, a causa della superiorità economica degli Stati Uniti. “Europe’s Trump Cards” è un gioco di parole. Non sono solo le carte da giocare con Trump, ma anche certe vincenti (Trump card, dicono gli anglosassoni). Secondo gli autori (Philippa Sigl-Glöckner, Mediha Inan, Aurora Li, Maximilian Paleschke, Janek Steitz, Sven von Wangenheim) “il continente ha più leve di quanto pensi”.
Se si guardano i fattori macroeconomici, le dipendenze dai prodotti, i mercati finanziari, le infrastrutture digitali e l’energia, “scopriamo che l’Europa ha più carte da giocare di quanto si pensi” in un rapporto di forza con gli Stati Uniti. Il principio da tenere a mente è questo: “Potere e leva non sono la stessa cosa. Il potere si riferisce a capacità assolute. La leva descrive la capacità di imporre costi asimmetrici, di danneggiare un altro attore senza subire un danno proporzionale”.
URANIO ARRICCHITO E TURBINE A GAS
I punti critici che possono essere sfruttati dall’Europa a proprio vantaggio senza subire danni proporzionali toccano diversi settori: l’arricchimento dell’uranio, la fornitura di turbine, un mercato unico di 450 milioni di consumatori e 30 milioni di imprese che spendono 10.000 miliardi di dollari nella tech americana, un’espansione delle esportazioni di gas naturale liquefatto di tale portata che gli Stati Uniti hanno bisogno del ricco mercato europeo per dargli uno sbocco. Le interdipendenze sono a due vie. Secondo il rapporto, “la posizione degli Stati Uniti è fragile: la domanda di titoli del Tesoro dipende dagli hedge fund londinesi, le valutazioni tecnologiche richiedono i consumatori europei e gli esportatori di GNL hanno bisogno dei prezzi premium europei”. Chi ha più bisogno di chi?
E LE BIG TECH?
Il caso dei Big tech è esemplare. Il rapporto analizza l’enorme importanza per le “Magnifiche Sette” aziende tecnologiche americane. Anche se i loro ricavi in Europa sono difficili da reperire, gli autori hanno usato come benchmark per avere un ordine di grandezza la quota europea di Meta: 23 per cento. “Se Apple, Alphabet, Microsoft, Amazon, Meta, NVIDIA e Tesla realizzassero tutte il 23 per cento delle loro vendite in Europa, genererebbero un fatturato superiore a 500 miliardi di dollari all’anno”. In altre parole “le loro storie di crescita si basano sulle vendite in Europa”. Altrimenti “è impossibile giustificare le loro valutazioni (in borsa) con multipli prezzo/utili nell’ordine di 30 volte e oltre, basati su una continua crescita globale”. Morale, se i “Magnifici Sette” dovessero perdere l’accesso al mercato dell’Ue, il loro valore di mercato potrebbe subire “una perdita del 30 per cento”. E non è finita qui: la correzione in borsa avrebbe un effetto anche sulle pensioni, dato che gran parte dei fondi previdenziali americani hanno investito lì.
E ASML?
Uranio e turbine a gas sono un altro elemento di fragilità critica per gli Stati Uniti, che l’Europa può sfruttare a suo favore. La Cina ha efficacemente usato il suo quasi monopolio sui magneti, le terre rare e alcuni tipi di chip per far indietreggiare Trump. Una possibilità per l’Ue sarebbe usare il monopolio della società olandese ASML sulle macchine litografiche per chip avanzati. Ma, a sua volta ASML, dipende da forniture in tutto il mondo. Laddove l’Ue ha la possibilità di imporre danni superiori a quelli che subirebbe in un rapporto di forza – e dunque ha vera leva – è l’uranio a basso arricchimento. Le ambizioni nucleari dell’Amministrazione Trump sono enormi”, ricorda il rapporto: gli ordini firmati a maggio 2025 prevedono di quadruplicare la capacità nucleare americana. Gli Stati Uniti dovranno affidarsi sempre più ai fornitori di uranio a basso arricchimento europeo, che già oggi garantiscono circa l’80 per cento delle importazioni americane.
Le turbine a gas saranno necessarie per alimentare di energia i grandi data centre dell’Intelligenza artificiale. Anche solo dare priorità ai clienti europei su quelli americani potrebbe costare 50 miliardi di euro agli americani.
I CINQUE FRONTI PER L’EUROPA
Il rapporto dell’istituto Dezernat Zukunft individua altre potenziali leve che l’Ue può usare per sfruttare le dipendenze degli Stati Uniti: dai prodotti ematici ai buoni del tesoro americano, passando per la tassazione negli investimenti americani e la concorrenza che l’euro può fare al dollaro come moneta di riserva globale. Gli autori del rapporto sottolineano che, in alcuni settori, devono emergere campioni europei di una certa dimensione per permettersi di sfidare gli Stati Uniti. Ma la posizione americana è più fragile di quanto si pensi e l’Ue ha più leve di quanto voglia ammettere.
“Per capitalizzare su questa posizione, l’Europa deve agire su cinque fronti”, dice il rapporto. Il primo è già difficile di per sé: “rendere lo strumento anti-coercizione credibile”. Gli altri quattro punti – dare priorità agli ordinativi europei nel settore delle turbine o dell’uranio, rafforzare la sovranità digitale, pensare ai mercati finanziari come arma geopolitica, e agire a livello intergovernativo con il Regno Unito con un approccio politico – sono ancora più complessi.
La Commissione non ha voluto attivare lo strumento anti-coercizione né durante la guerra dei dazi lanciata da Trump nella prima metà del 2025, né quando il presidente americano ha minacciato di annettersi la Groenlandia. Su “Made in Europe” e prioritizzazione dell’Europa, il collegio è diviso, tanto quanto gli Stati membri. Gli Eurobond – che alcuni considerano essenziali per rendere l’euro una vera moneta di riserva – rimangono un tabù politico.
Eppure non mancano i precedenti di successo. Accadde per esempio durante il Covid, quando l’Amministrazione Biden bloccò le esportazioni di vaccini e componenti verso l’Europa. L’allora premier italiano, Mario Draghi, spinse Ursula von der Leyen a seguire la strada della priorità agli europei. In modo tardivo e reticente, la presidente della Commissione accettò di istituire un regime di autorizzazione delle esportazioni. Fu l’inizio della rivincita vaccinale dell’Ue. Si può essere una superpotenza geopolitica ed economica, ma non se l’Ue non pensa di esserlo e non agisce di conseguenza.
(Estratto dal Mattinale europeo)







