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Tutte le incognite sul negoziato commerciale Usa-Cina

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A diminuire le possibilità che la controversia sui commerci tra Usa e Cina si sblocchi nei prossimi giorni sono intervenuti alcuni fattori politici delicati se non spinosi. Il Punto di Marco Orioles

Governi, mercati e analisti attenderanno con il fiato sospeso lo scoccare della mezzanotte del 15 dicembre, giorno in cui l’amministrazione Trump farà sapere se intende procedere o meno con l’annunciata introduzione di nuovi dazi al 15% su 160 miliardi di dollari di importazioni dalla Cina – l’ultima fetta di made in China destinata al mercato americano ancora non toccata dalla furia protezionista trumpiana.

A quel punto, il mondo intero saprà se la guerra commerciale tra Usa e Cina è destinata a proseguire sine die, ovvero se la superpotenza a stelle e strisce – rinunciando all’ultima staffilata contro il proprio rivale – proclamerà una tregua e si accingerà a siglare con Pechino un deal, o comunque un compromesso, sui commerci.

Il clima, a dire il vero, non è dei più propizi, anche a causa delle recenti affermazioni con cui il presidente Usa ha lasciato intendere – seminando il panico sui mercati globali – che, se dipendesse da lui, la firma di un accordo potrebbe benissimo scivolare a dopo le presidenziali 2020. Se devo sottoscrivere qualcosa, è il pensiero di The Donald, meglio che sia un accordo risolutivo e soprattutto conveniente per gli americani, altrimenti va bene così: i dollari che fluiscono copiosi nelle casse del Tesoro Usa grazie ai prelievi sulle importazioni dalla Cina non dispiacciono affatto al capo della Casa Bianca.

Per Pechino, naturalmente, tale prospettiva sarebbe a dir poco infausta. È per questo che, nel fine settimana, la commissione statale sui dazi del Consiglio di Stato di Pechino ha reso noto che rinuncerà ad applicare, com’era invece nelle intenzioni iniziali, tariffe punitive sulle importazioni dall’America di soia e carne di maiale (erano state fissate, nel luglio 2018, al 25%, come ritorsione per le analoghe misure prese dagli Usa nei confronti dell’export cinese).

Annunciando la decisione, il ministro del Commercio cinese Gao Feng ha espresso l’auspicio che dopo questo atto di buona volontà, “i dazi” imposti reciprocamente dalle due superpotenze “siano ridotti di conseguenza”.

In attesa di capire se il ramoscello d’ulivo cinese avrà partorito i risultati sperati, è bene precisare che dalle parti dell’ex impero di mezzo nessuno nutre soverchie illusioni sull’accondiscendenza degli Usa. Pechino, al contrario, sta mettendo in campo tutti gli accorgimenti necessari a parare i colpi dell’America e, soprattutto, non soccombere.

Ecco, così, che anche per quanto riguarda gli acquisti di carne di maiale e soia – che in Cina si consumano come l’acqua e l’aria – il regime sta da tempo seguendo il suo piano B, riducendo la dipendenza dalle forniture americane e aumentando gli acquisti da paesi terzi. Mentre dunque le importazioni di soia made in Usa sono crollate di ben il 90% negli ultimi due anni, gli acquisti da Argentina e Brasile si sono impennati.

A diminuire le possibilità che la controversia sui commerci tra Usa e Cina si sblocchi nei prossimi giorni sono intervenuti poi alcuni fattori politici delicati se non spinosi. A Washington, la Camera dei Rappresentanti ha approvato in prima lettura e a schiacciante maggioranza (407 contro 1) una legge – l’Uighur Bill – che richiede al presidente di condannare gli abusi di Pechino contro i propri cittadini di fede islamica della regione dello Xinjiang, pretendendo la chiusura di quelli che sono universalmente noti, e denunciati, come campi di internamento per musulmani. La legge, tra l’altro, introduce sanzioni contro il potente segretario del Partito Comunista nello Xinjiang nonchè membro del Politburo, Chen Quanguo.

Pechino, ovviamente, non l’ha presa bene, affidando alla portavoce del ministero degli Estero il compito di manifestare la propria irritazione e di illustrare le possibili conseguenze. “Pensate”, ha dichiarato Hua Chunying, “che se l’America compie queste azioni per danneggiare gli interessi della Cina, noi non faremo altrettanto?”.

È spettato alla voce di alcune fonti governative anonime chiarire a Reuters a quali conseguenze si riferisse la portavoce: la minaccia è che se anche il Senato Usa approverà l’Uighur Bill, e soprattutto se Trump vi apporrà la propria firma conferendo al provvedimento forza di legge, allora Washington potrà dire addio a qualsiasi deal sui commerci.

Analisti sentiti da Reuters hanno confermato che Pechino non è disposta ad alcun compromesso sulla questione degli uiguri – la sua posizione è che sta conducendo una legittima campagna di de-radicalizzazione in una zona piagata dalla sovversione jihadista – e che su questo punto è ancor meno disposta a compromessi che sull’altro nodo rovente delle attuali relazioni sino-americane: la ribellione democratica a Hong Kong.

La prova che la Cina non ammetterà alcuna interferenza sullo Xinjiang, e che se gli Usa tirano troppo la corda il risultato sarà far saltare definitivamente il negoziato sui commerci, l’ha fornita pochi giorni fa il Global Times, quotidiano in lingua inglese che esprime la posizione ufficiale (e intransigente) del regime. Nell’edizione di martedì, il giornale ha voluto precisare che Pechino, qualora l’Uighur Bill diventasse legge in America, potrebbe presto stilare una lista di “entità inaffidabili” – leggi: aziende americane – che sarebbero colpite da sanzioni.

È sullo sfondo di queste tensioni che i negoziatori di entrambi i paesi stanno comunque continuando a trattare in vista della chiusura di quella che, due mesi fa, era stato annunciata come la “fase uno” di un accordo commerciale – un deal interlocutorio, insomma, in cui le due parti avrebbero iniziato a dirimere almeno parte delle controversie sui commerci che li dividono.

Fonti al corrente delle trattative hanno rivelato che i due team negoziali stanno lavorando sui dettagli di questo accordo transitorio, e che uno dei punti in ballo riguarda i dazi Usa sulle merci cinesi che dovrebbero venir meno in cambio dell’impegno cinese di acquistare generosi quantitativi di prodotti agricoli americani.

E se secondo Bloomberg le due parti sarebbero “vicine” ad un’intesa, il Segretario al Commercio Usa Wilbur Ross ha dichiarato l’esatto contrario martedì a CNBC, spiegando che il negoziato procede a livello di sherpa ma che nessun incontro al vertice è previsto a breve per ratificare e ufficializzare i risultati delle trattative. Pertanto, ha fatto sapere Ross, sono assai scarse le possibilità – salvo miracoli all’ultimo minuto – che il giorno 15 non scattino i nuovi dazi americani.

Se così fosse, sarà meglio prepararsi al peggio, visto che la portavoce cinese degli Esteri Hua ha già chiarito che, non appena scatteranno i dazi Usa, partiranno automaticamente le “decisive” contromisure di Pechino.

 

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