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Tutte le anomalie del dibattito in Senato sulla fiducia a Conte

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Aula - Seduta del 24 luglio 2019, intervento del Presidente del Consiglio dei Ministri

Altrove la politica, nonostante gli inevitabili contrasti, scorre lungo l’asse di una difesa dei grandi interessi nazionali. Che interpreta nelle due opposte varianti di destra o di sinistra. Ma che ha sempre e comunque questo filo conduttore. In Italia purtroppo non è così. Il commento di Gianfranco Polillo

 

Che non sarebbe stato un dibattito facile, sulle dichiarazioni del Presidente del consiglio, Giuseppe Conte, prima di recarsi al Quirinale, per presentare le proprie dimissioni, era prevedibile. Purtroppo: aggiungiamo subito. Di fronte ad una crisi profonda del Paese, si poteva almeno sperare in una riflessione più attenta, in grado di capire e farne capire la relativa complessità. Ma così non è stato. Una delle tante occasioni mancate da una parte di un ceto politico allo sbando che, nemmeno, sull’orlo di un possibile baratro, riesce ad avere quel minimo di lucidità, che gli impedisce, seppure in extremis, di non precipitare.

Non ci aspettavamo invece la scenografia complessiva. I banchi del Governo occupati, quasi manu militari, dai 5 stelle per ostacolare la presenza fisica dei ministri leghisti. Pochi precedenti nella lunga storia parlamentare italiana. Tecnica che lascia intravedere un’insofferenza a lungo sopportata. L’Aula del Senato che si trasforma, rapidamente, in una sorta di stadio, dominato da tifoserie rissose che impediscono ad uno dei protagonisti della vicenda governativa di parlare. Il Presidente del Senato costretto continuamente ad intervenire. Una sorta di domatore in un circo impazzito.

Chi conosce la storia delle nostre Istituzioni, non può fare a meno di cogliere la novità. In genere era l’Aula di Montecitorio ad essere più vivace. Era, in generale, quella la “fossa dei leoni”. Il maggior numero dei partecipanti, la presenza dei leader politici, il diverso sistema elettorale la rendeva meno governabile. Mentre Palazzo Madama, anche in ossequio alla tradizione reggia, rimaneva un piccolo club inglese. Toni sommessi, atteggiamento british e maggiore capacità di reciproco ascolto.

In passato non era mancati episodi di ebollizione. Nel dibattito che seguì il voto sulla Nato – gli inizi degli anni ‘50 – vi furono addirittura fenomeni di devastazione, nell’Aula di Montecitorio. Ma si trattava degli effluvi tossici della “guerra fredda”. In genere l’effervescenza era domata da una disciplina di partito, che lasciava poco spazio all’anarchismo individuale. Nel PCI il controllo era severo. Il segretario d’Aula, il mitico Mario Pochetti, era un cerbero che non consentiva trasgressioni, rispetto ad una linea di responsabilità democratica, imposta da Botteghe Oscure.

Tradizione che si è persa, mentre quella forza politica si trasformava nell’amalgama poco riuscita dei nostri giorni. Semplici spigolature: si potrebbe dire. Se simili episodi, sempre più frequenti, non nascondessero qualcosa di più profondo. Che attiene al modo d’essere della sinistra italiana. Che ha sempre bisogno di individuare un nemico da eliminare. Che si fosse trattato, in passato, di Alcide De Gasperi, che Togliatti voleva cacciare, dopo aver indossato delle “scarpe chiodate”. O di Bettino Craxi e quindi di Silvio Berlusconi, per finire oggi con Matteo Salvini, conta poco. Passano gli anni, i muri crollano, la storia sconvolge precedenti equilibri, ma c’è sempre un “nemico” e non un semplice “avversario” sulla sua linea di tiro.

Potrebbe sembrare un fatto di costume. Un peccato veniale. Se questo atteggiamento non facesse altro che procrastinare nel tempo un’anomalia, che è solo italiana. Altrove la politica, nonostante gli inevitabili contrasti, scorre lungo l’asse di una difesa dei grandi interessi nazionali. Che interpreta nelle due opposte varianti di destra o di sinistra. Ma che ha sempre e comunque questo filo conduttore. In Italia purtroppo non è così. È la fazione che prevale. Quasi una maledizione. Che se non scongiurata, prima o poi, finirà per distruggerci.

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