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Che cosa succede in Turchia

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Quando si interpretano le scelte di politica estera della Turchia si dimenticano gli stretti legami tra lo Stato turco ufficiale e il deep state

Partiamo come di consueto dai più recenti fatti di cronaca.

In primo luogo entro la fine di agosto, per porre in essere nuove attività di esplorazione energetica, la Turchia  proseguirà  le sue operazioni di trivellazione nel Mediterraneo orientale nonostante le recenti tensioni politiche e diplomatiche con la Grecia. A tale proposito, proprio Erdogan ha sottolineato che in nessun modo la Turchia potrà acconsentire ad iniziative che cerchino di bloccare il Paese sulle sue coste, ignorando il vasto territorio turco di 780.000 metri quadrati.

In secondo luogo, il portavoce degli Affari Esteri della Commissione Europea, Peter Stano, ha sottolineato  che le crescenti tensioni tra Grecia e Turchia nel Mediterraneo orientale sono “estremamente preoccupanti”.

Ebbene, proprio per questo la complessa questione  deve essere risolta attraverso il  dialogo.

LE MOSSE DELLA TURCHIA

Al di là dell’ approccio diplomatico europeo la politica di potenza regionale turca è stata caratterizzata da scelte coerenti e lineari.

Il 27 novembre 2019, la Turchia aveva firmato un accordo con il Governo libico di Accordo Nazionale (GNA), suscitando l’indignazione di Grecia, Cipro ed Egitto, che avevano accusato il presidente turco Erdogan di aver violato i loro diritti economici nel Mediterraneo.

L’8 agosto, Erdogan ha annunciato di aver ripreso le attività di esplorazione energetica nel Mediterraneo orientale e, due giorni dopo, la nave da ricerca sismica Oruc Reis è partita dal porto di Antalya per iniziare le sue operazioni al largo dell’isola greca di Kastellori che andranno avanti fino al 23 agosto.

Naturalmente lo scopo su lungo  periodo è quello di raggiungere l’indipendenza energetica.

Alla luce sia di questi recenti sviluppi che di quanto opportunamente osservato da Massolo, da un lato viene confermata l’irrilevanza europea – allo stato attuale – e l’impotenza della Nato. Ma soprattutto il modus operandi turco conferma pienamente quanto scritto dallo scrivente per oltre un anno su queste pagine.

I LEGAMI TRA STATO E DEEP STATE IN TURCHIA

Un ultima considerazione. Sovente – quando si interpretano le scelte di politica estera turche – si dimenticano gli stretti legami esistenti tra lo Stato turco ufficiale e il deep state turco. Credo sia opportuno dare al lettore un breve ragguaglio su tale tematica.

Anche la Turchia infatti, come la gran parte dei paesi europei, ha una vera e propria organizzazione criminale denominata mafya – come sottolinea Ryan Gingeras, docente presso il National Security Affairs del Naval Postgraduate School nel suo saggio “Heroin, Organized Crime, and the Making of Modern Turkey” (New York 2014, Oxford University Press) – che si basa prevalentemente sui legami di clan o di natura territoriale e che collabora in modo sinergico con le istituzioni politiche e soprattutto con quelle economiche in modo speculare alla mafia italiana o alla ‘Ndrangheta calabrese. La mafia turca – già presente  durante la seconda guerra mondiale – si occupava della coltivazione dell’oppio, della produzione e del contrabbando di eroina. Per l’esportazione della droga negli Usa collaborava con la mafia corsa che le consentiva di raggiungere gli Stati Uniti attraverso Marsiglia.

Di particolare importanza sono i rapporti tra la mafia turca e i movimenti politici di destra come di sinistra come per esempio a quello neofascista denominato Movimento nazionalista (Mhp) oppure all’estrema sinistra come nel caso delle Associazioni culturali rivoluzionarie orientali (Devrimci Doğu Kültür Dernekleri, Ddkd).

Gli esperti ricordano il caso di Behçet «Beco» Cantürk, che dagli anni 50 agli anni 90 fu uno dei massimi esponenti della mafia turca riconosciuto anche a livello europeo.

Nel 1995 l’ex responsabile dei servizi di sicurezza turchi Mehmet Ağar collaborò con uno dei più noti mafiosi turchi, Hüseyin Baybas – considerato una sorta di Pablo Escobar europeo – per contrastare il Pkk, la cui  ricchezza, valutata intorno ai 45 miliardi di dollari, si costruì anche sul narcotraffico oltre che sul riciclaggio di denaro sporco attraverso il settore turistico.

Gli analisti ricordano anche Mehmet Nabi İnciler detto İnci Baba, potentissimo esponente della mafia turca, e Süleyman Demirel, premier turco ed ex presidente della Repubblica che negli anni settanta non solo dichiarò pubblicamente il proprio sostegno a İnci Baba, ma lo invitò a ricevimenti ufficiali facendosi accompagnare in diversi viaggi all’estero, tra cui uno negli Stati Uniti. In quell’occasione İnci Baba si recò a Chicago per omaggiare addirittura la tomba di Al Capone.

In ultima analisi l’indagine del docente universitario americano dimostra come anche in Turchia – come d’altra parte Cina, in Russia, in Italia e negli Stati Uniti – esista non un intreccio occasionale ma un intreccio strutturale tra ambienti della sicurezza, alcuni esponenti della criminalità organizzata e politica. Insomma, un vero e proprio Stato parallelo contiguo a quello istituzionale.

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