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Turchia e curdi, che cosa cambia dopo la mossa di Trump in Siria

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Erdogan

Fatti e scenari dopo le ultime decisioni degli Usa di Trump su Turchia, curdi e Siria. L’analisi di Giuseppe Gagliano

“Le stupide guerre senza fine, per quanto ci riguarda, stanno finendo!”: così Donald Trump su Twitter dove conferma che 50 soldati Usa sono stati ritirati dal nord della Siria dove si attende l’offensiva turca contro le milizie curde. “Gli Usa non avrebbero dovuto mai essere in medio Oriente”, aggiunge, ribadendo come ora “la Turchia dovrà prendere il controllo dei combattenti dell’Isis catturati e che l’Europa non ha voluti riprendere”.

Il tweet odierno arriva dopo che domenica sera Trump aveva comunicato che le forze armate americane saranno ritirate dal nord-est della Siria, dove allo stato attuale si trovano i curdi siriani stretti alleati degli Usa in funzione anti-Isis.

Questa scelta — che non è stata comunicata preventivamente né alla Francia né all’Inghilterra a dimostrazione della logica unipolare trumpiana e della marginalità europea su uno scacchiere così rilevante — consentirà alla Turchia di porre in essere l’occupazione militare della Siria settentrionale con l’operazione denominata “Fonte di pace” e costituirebbe la naturale prosecuzione delle operazioni militari del 2016 — quando la Turchia riuscì a penetrare il nord della Siria — e del 2018 quando le forze armate turche attaccarono la città di Afrin.

Allo scopo di dare una motivazione di natura strategica Trump ha sottolineato altresì la necessità di ritirare le forze armate americane evitando di farsi ulteriormente coinvolgere in faide tribali e soprattutto cercando di salvaguardare i propri interessi nazionali. Al di là delle motivazioni trumpiane, non va dimenticato che dal punto di vista storico il coinvolgimento Usa è iniziato nel 2014 quando Obama aveva posto in essere una guerra per procura anti-Isis servendosi dei curdi siriani e non dobbiamo neppure dimenticare che i curdi avevano stipulato questa alleanza con lo scopo di potere costruire o uno stato curdo o comunque con la finalità di conseguire una ampia autonomia politica in Siria.

Non si è fatta attendere la positiva reazione del ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, che ha sottolineato la necessità da parte turca di garantire la sicurezza della Turchia eliminando le sacche di resistenza terroristica — chiara allusione alle forze armate curde YPG o Unità di Protezione Popolare — e contribuendo in questo modo a stabilizzare la situazione politica in Siria.

Che cosa dimostrano le reazioni americane e turche da un punto di vista geopolitico?

In primo luogo, la reazione turca è la coerente conseguenza della necessità di conseguire un’autonomia di carattere sia militare che politica per la futura spartizione del Medio oriente (Siria e Iraq), cercando di ridimensionare il ruolo americano nell’area. Non a caso, proprio allo scopo di poter conseguire questo obiettivo, Ankara ha posto in essere scelte geopolitiche di riavvicinamento verso la Russia.

In secondo luogo, per quanto concerne la reazione americana, questa dimostra da un lato il fallimento della strategia americana in Siria e dall’altro lato il repentino venire meno della alleanza politica e militare — puramente strumentale come tutte le alleanza — nei confronti dei curdi che sono stati per gli Usa un validissimo alleato in funzione anti-Isis.

In terzo luogo l’abbandono da parte americana dell’alleanza con i curdi non farà altro che rafforzare la posizione politica di Erdogan in Turchia.

Quale scenario possiamo dunque delineare? Al di là del ruolo di consueta irrilevanza politica dell’Onu, la futura spartizione della Siria sarà decisa non solo dalla Turchia ma dalla Russia e dall’Iran che quindi rafforzeranno la loro influenza nell’area siriana a danno degli Stati Uniti. Da un punto di vista squisitamente militare, l’offensiva turca — quando sarà posto in essere — non dovrebbe presentare significative difficoltà da un punto vista strategico in relazione all’occupazione dei territori della zona di sicurezza. Naturalmente una delle variabili strategiche di questa possibile operazione militare sarà relativa ai territori da occupare: cioè se sarà rivolta solo ai territori di Tell Abiad e Ras al Ain o anche a quelli di al Hol dove si trova un enorme campo di 70 mila profughi fino a questo momento controllato dai curdi siriani.

Inoltre uno degli scenari possibili potrebbe essere non solo un conflitto di natura militare tra Assad e Erdogan ma anche il rafforzamento dell’Isis — rischio questo esplicitamente paventato sia dalla Francia che dal Consiglio esecutivo del Congresso nazionale curdo — e la nascita di una alleanza — strumentale e provvisoria — tra i curdi del YPG e il regime siriano di Assad. D’altra parte da tempo i curdi sono in trattativa con Damasco per salvaguardare la loro autonomia nella Siria nord orientale proprio nella eventualità di un ritiro inaspettato e imprevisto da parte americana.

Se l’operazione militare dovesse andare a buon termine in assenza di variabili impreviste — sempre possibili in un conflitto militare — la proiezione di potenza turca diventerebbe significativa poiché consentirebbe alla Turchia di ampliare in modo rilevante gli attuali confini turchi fino alla conquista di Aleppo, Mosul e Kirkurk.

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