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Come Trump e Pompeo ribalteranno la politica di Obama in Medio Oriente

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Tutti i messaggi espliciti e impliciti del Segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, che al Cairo ha illustrato la politica degli Stati Uniti in Medio Oriente nell’era di Donald Trump. Il Punto di Marco Orioles

 

Il Segretario di Stato Usa Mike Pompeo sceglie l’Università Americana del Cairo, prestigiosa istituzione che simboleggia lo storico legame tra la superpotenza a stelle e strisce e il Paese che per tutto il XX secolo ha guidato il mondo arabo, per illustrare la politica degli Stati Uniti in Medio Oriente nell’era di Donald Trump. E lo fa con un discorso lungo e appassionato in cui marca le distanze rispetto alla stagione di Barack Obama, che proprio nella capitale egiziana, nel giugno 2009, fece più o meno la stessa cosa, esponendo in un altisonante discorso che ebbe vasta eco in tutta la regione i motivi per cui la sua presidenza avrebbe avuto un approccio al Medio Oriente diverso rispetto alla tumultuosa fase del suo predecessore, il deprecato amico dei “neocon” George W. Bush.

Dopo aver fatto tappa in Giordania ed in Iraq, Pompeo atterra in Egitto con una missione delicata: convincere gli alleati arabi che gli Stati Uniti non stanno procedendo ad un disimpegno da una regione-polveriera in cui hanno sempre svolto una funzione di leadership. Compito difficile, visto che arriva nel momento in cui gli Usa hanno deciso di ritirare i loro uomini dalla Siria, ma che Pompeo affronta con vigore e convinzione. Lo fa pronunciando un discorso carico di significati e imperniato su due concetti chiave: l’America torna alla carica in Medio Oriente, dove vuole tornare ad esercitare il suo “ruolo tradizionale di forza del bene”. Ma soprattutto, non commetterà più gli “errori” in cui incorse Obama, che scelse proprio il Medio Oriente per testare la propria dottrina di politica estera basata sull’uso riluttante della forza e sul rilancio del soft power americano contrapposto all’hard power che Bush Junior usò disinvoltamente impegnando il paese in due guerre infinite quali furono quelle in Afghanistan e in Iraq.

Barack Obama fu scelto dagli elettori anche per archiviare quella stagione funesta, in cui l’America si attirò le ire per la reazione sproporzionata al blitz islamista sulle Torri Gemelle e per la scelta clamorosa di condurre un attacco preventivo contro un paese, l’Iraq, che aveva l’unica colpa di essere incluso nella lista dei nemici ideologici compilata dai falchi dell’amministrazione Bush. La quale, agli occhi di Obama, cadde anche nell’errore fatale di considerarsi in guerra contro un avversario, il terrorismo jihadista, che per il primo presidente afroamericano della storia americana andava sconfitto non con le armi bensì concedendo maggiori diritti ai popoli del mondo musulmano. Ecco perché Obama scelse proprio il Cairo, capitale culturale dell’universo islamico, per illustrare la sua visione e promettere un “nuovo inizio” nelle relazioni tra l’America e gli alleati musulmani. E il perno dell’approccio obamiano alla regione più instabile del pianeta è stato la mano tesa all’Iran, un nemico storico che andava trasformato in partner anche per sciogliere le tensioni che da Teheran si irradiavano in tutto il Medio Oriente. Una vera e propria svolta a U che culminò con l’accordo sul nucleare del 2015, capolavoro di diplomazia che Obama considerò la sua maggiore eredità politica.

Pompeo guarda però proprio a quell’eredità come la sorgente di tutti i problemi che gli Stati Uniti si trovano a dover gestire oggi in Medio Oriente. Colpa, secondo il Segretario di Stato, della “inclinazione al wishful thinking” di Obama, reo di aver “letto male la nostra storia” e di averla piegata a proprio uso e consumo. Basti vedere cosa è successo in Siria, dove la “esitazione” dell’ex presidente a “usare il potere” americano – ben simboleggiato dalla scelta di non attaccare Damasco dopo che questa, nell’agosto 2013, violò la “linea rossa” tracciata dallo stesso Obama, l’uso di armi chimiche contro i rivoltosi – ha comportato l’abbandono di una zona strategica ai nemici dell’America come le milizie sciite capitanate dall’Iran, intervenute in Siria a difesa del regime, e la Russia, che non tardò a riempire il vuoto strategico lasciato dagli Stati Uniti con i propri uomini ed aerei

Pompeo non nomina mai, nel suo discorso, Obama. Ma è lui l’ombra nera che si staglia sullo sfondo delle parole affilate dell’attuale numero uno della diplomazia Usa. “È stato qui”, spiega Pompeo, “che un altro americano” parlò al popolo egiziano e al mondo dicendo una lunga serie di falsità. “Vi ha detto che il terrorismo islamista radicale non deriva da una ideologia. Vi ha detto che l’11 settembre ha portato il mio paese ad abbandonare i propri ideali, particolarmente in Medio Oriente. Vi ha detto che gli Stati Uniti e il mondo musulmano avevano bisogno di un nuovo inizio”. Erano, per Pompeo, tutti “giudizi errati”, le cui conseguenze sono state “disastrose”.

“Nell’avere visto falsamente noi stessi come una forza responsabile dei malanni del Medio Oriente”, chiosa Pompeo, “siamo stati timidi nell’imporci proprio quando i tempi – e i nostri partner – lo richiedevano”. Rinunciando ad esercitare la propria leadership, è la convinzione del Segretario di Stato, gli Stati Uniti sotto la reggenza di Obama hanno messo a repentaglio gli equilibri della regione che, abbandonata a se stessa, ha partorito i più perfidi mostri: la risorgenza del terrorismo jihadista sotto la forma di un califfato efferato, e la briglia sciolta di un Iran che mira ora ad egemonizzare il Levante destabilizzando nel contempo tutti gli alleati degli Stati Uniti. “Quando l’America si ritira”, è la conclusione di Pompeo, “segue il caos”.

Ora però, promette il capo del Dipartimento di Stato, America is back. “L’età della vergogna auto-inflitta (…) è finita, e così le politiche che hanno prodotto così tanta sofferenza”. È giunta l’ora che gli Stati Uniti riprendano in mano il testimone della propria storia. Una storia che, spiega Pompeo, non ha mai visto l’America nel ruolo di “costruttrice di imperi o oppressore”. Gli Usa sono, al contrario, una “forza del bene” che opera per garantire e tutelare gli interessi dei propri alleati.

Per ripristinare la grandezza dell’America, la via maestra è cancellare i passi falsi compiuti da Obama. A partire dall’errore capitale: la tendenza ad accettare accondiscendenti le “false aperture dei nemici”. I quali, a ben vedere, in Medio Oriente si riducono ad uno: la Repubblica islamica, che degli Usa rappresentano la nemesi. Mentre infatti i secondi sono una forza “liberatrice”, la prima aspira ad essere e si comporta come una potenza “occupante”. Lo dimostra chiaramente la sua condotta in Siria, dove i Guardiani della Rivoluzione hanno guidato la controffensiva del regime di Damasco volta a soffocare nel sangue l’anelito di libertà del popolo siriano e oggi sono i decisori ultimi, i controllori del destino di un intero paese.

L’America di Trump promette di farsi carico di questo problema. Di “usare”, nelle parole di Pompeo, “la diplomazia e il lavoro con i nostri partner per espellere fino all’ultimo scarpone iraniano” dalla Siria. Qui però il Segretario di Stato deve sciogliere una contraddizione della politica trumpiana: rendere compatibile questo disegno geopolitico con la decisione di The Donald di ritirare le truppe dalla Siria.

Una decisione che Pompeo conferma, sottolineando che “ora è il momento” di riportare i soldati a casa. Ma questa mossa, spiega il Segretario, non implica affatto “un cambiamento della missione”. “Rimaniamo impegnati nel completo smantellamento della minaccia dell’Isis e nella continua lotta contro l’islamismo radicale in tutte le sue forme”. E gli aerei americani continueranno a bombardare le bandiere nere. Quanto al contrasto delle manovre iraniane, l’amministrazione Trump ha ripetutamente dimostrato di fare sul serio: il ripudio del Jcpoa, l’accordo nucleare con l’Iran da cui gli Usa sono usciti nel maggio dell’anno scorso, segna l’inizio della controffensiva statunitense contro un paese che è e rimane uno Stato canaglia.

La dottrina americana in Medio Oriente nell’era di Trump è dunque tracciata. E, nel sentiero della migliore tradizione della politica estera americana, comporterà l’uso selettivo ma implacabile della forza contro i nemici della libertà, siano essi i miliziani sciiti che osannano gli ayatollah o i seguaci del califfo. L’importante, nell’ottica del comandante in capo degli Usa e del suo fido Segretario di Stato, è voltare le spalle rispetto alla stagione obamiama. E ridonare all’America l’orgoglio di essere nel mondo “una forza del bene” che non ha paura di esserlo e di comportarsi come tale.

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