Mondo

Come e perché Trump e Macron si detestano cordialmente

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Il Punto di Marco Orioles sulle celebrazioni a Parigi del centenario dell’armistizio che pose fine alla Grande Guerra

Doveva essere la rappresentazione plastica dell’unità del mondo contro la barbarie della guerra e il cieco egoismo delle nazioni che soffoca la cooperazione. E invece, le celebrazioni a Parigi del centenario dell’armistizio che pose fine alla Grande Guerra hanno palesato le linee di divisione che percorrono il mondo. Con il presidente Donald Trump, ospite di Emmanuel Macron insieme a un’altra settantina di capi di Stato e di governo, nel ruolo del leader nazionalista che, a colpi di tweet, decisioni unilaterali e dazi sta sgretolando l’ordine mondiale nato dalle ceneri di due conflitti mondiali.

Le divisioni sono apparse nitide negli Champs-Elysees, da cui si è mosso il corteo dei capi di governo che hanno marciato, sotto la pioggia battente, verso l’arco di Trionfo. C’erano tutti, ombrello in mano, Macron in testa con a fianco il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il premier canadese Justin Trudeau, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, persino il premier libico Fayez al Serraj, che oggi sarà tra i protagonisti della conferenza di Palermo sulla Libia organizzata dal governo italiano. C’erano tutti, tranne i due maggiori troublemaker che si muovono al momento sulla scena internazionale: Trump e il suo collega russo Vladimir Putin.

Che sopraggiungono dopo, a processione conclusa, quando gli altri leader hanno già preso posto sulla tribuna d’onore, in attesa dell’inizio della cerimonia. Per primo, si manifesta Donald Trump, accompagnato dalla moglie Melania: torvo e accigliato, lo sguardo fisso davanti, senza quasi degnare la platea di un saluto. Pochi minuti dopo, spunta Putin, il consueto sguardo algido, accolto da Trump che gli regala un sorriso e una pacca sulla schiena.

Quando la fanfara intona le prime note, il padrone di casa si alza e passa in rassegna i soldati in fila e le bandiere, pronto per tenere un discorso che riassume le tensioni del momento. “Dipende solo da noi”, dice Macron riferendosi alla marcia dei settanta sui Campi Elisi, “se questa immagine verrà interpretata nel futuro come il simbolo di una pace duratura tra le nazioni, e non come la fotografia di un ultimo momento di unità prima che il mondo sprofondi in un nuovo disordine”.

Per il presidente francese, la fonte del disordine che attraversa il pianeta è una: il nazionalismo. Parafrasando la frase di Romain Gary, “Il patriottismo è l’amore dei nostri, il nazionalismo è l’dio degli altri”, il capo dell’Eliseo sottolinea il suo credo nel sistema multilaterale e il ripudio dell’egoismo che porta i paesi a pensare anzitutto ai propri interessi, a scapito di quelli degli altri e dell’intero sistema. “Il patriottismo è l‘esatto contrario del nazionalismo. Il nazionalismo rappresenta il tradimento del patriottismo. Dicendo ‘i nostri interessi prima di tutto, degli altri non ci importa’, si cancella quello che una nazione ha di più prezioso: i suoi valori morali”. È un attacco, diretto e irrituale, al mantra trumpiano dell’America first, all’approccio con cui il presidente americano gestisce gli affari dell’America tenendo in scacco il pianeta. Parla al suo paese e al mondo, Macron, ma le sue parole sono rivolte soprattutto all’uomo che, al comizio del 22 ottobre scorso a Houston, disse senza ambiguità: “Sapete che cosa sono? Sono un nazionalista, ok? Sono un nazionalista. Nazionalista! Usate questa parola, usatela!”.

Macron denuncia il ritorno dei “vecchi demoni” che un secolo fa istigarono il “suicidio dell’Europa”. Il pericolo che corriamo, per il presidente francese, deriva dalla “fascinazione per il ripiegamento su se stessi, la violenza e la dominazione”. “La lezione della Grande Guerra”, sottolinea, “non può essere quella del rancore di un popolo contro gli altri”. La conclusione del suo discorso è affidata ad un impegno altisonante e lirico: “sommiamo insieme le nostre speranze invece di opporre una all’altra le nostre paure”.

Alla fine della cerimonia, si diffonde la notizia che tutti aspettavano: Trump e Putin si sono parlati. Una conversazione che viene prima smentita dal Cremlino, smentito a sua volta poi dal presidente russo in persona che la definisce “buona”. E chissà cosa si sono detti, nei pochi minuti a disposizione, il leader del mondo libero e colui che quel mondo vorrebbe sfaldare, come ha fatto con l’annessione della Crimea e lo spregiudicato intervento militare in Siria. Di qualunque grana sia fatto, il filo del discorso tra Trump e Putin si snoderà meglio a fine mese, quando i due terranno l’annunciato bilaterale a margine del G20 di Buenos Aires.

Le divisioni che turbano l’atmosfera parigina si riaffacciano nel pomeriggio, quando Donald Trump sceglie di disertare il Forum della Pace organizzato da Macron. Ad un’iniziativa concepita per rilanciare il multilateralismo, il leader che straccia l’accordo nucleare con l’Iran e si ritira dal patto globale sul clima sarebbe apparso del resto come il proverbiale elefante nel negozio di cristalli. Di certo, se fosse stato presente, non avrebbe apprezzato le parole della cancelliera Merkel, cui il cerimoniale affida gli indirizzi di saluto. “Vediamo chiaramente”, sottolinea Merkel, “che la cooperazione internazionale, un equilibrio pacifico fra gli interessi degli uni e degli altri e anche il progetto europeo di pace sono nuovamente in discussione”. Parole che Trump non può sentire, proprio come quelle del segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, per il quale nel clima attuale ci sono “molti elementi” che “sembrano riportare all’inizio del XX secolo e agli anni Trenta”.

L’Europa che celebra l’anniversario della fine dei massacri nelle trincee è il continente che più di altri è inquieto dinanzi ai ruggiti nazionalisti dell’America trumpiana. Macron ne ha avuto un assaggio sabato, quando Trump – esattamente tre minuti dopo l’atterraggio dell’Air Force One sul suolo francese – ha scagliato nel cyberspazio i consueti duecentottanta caratteri al vetriolo. Obiettivo polemico del presidente americano è proprio il collega francese, reo di aver invocato, in un’intervista alla radio Europe 1, la costituzione di un “vero esercito europeo” per difendere il vecchio continente da ogni tipo di minaccia, “anche dagli Stati Uniti”. Parole che, decontestualizzate da molti network americani, sono apparse al capo della Casa Bianca come “molto insultanti”, scrive nel suo tweet. L’Europa, cinguetta il presidente, pensi piuttosto a pagare quanto dovuto per il bilancio Nato. Un attacco cui Macron risponderà il giorno dopo cercando di spegnere l’incendio, sottolineando che “preferisco avere una discussione diretta invece di fare diplomazia con i tweet”. Discussione che c’è stata, nella cornice dell’Eliseo, e ha visto i due leader convergere sulla necessità di un’Europa “forte”. Un chiarimento che sorvola sui dettagli, in cui si cela, come noto, l’ombra del diavolo.

Il diavolo che per Macron si chiama nazionalismo e per Trump ha le sembianze di un’Europa scroccona. Distanze siderali, che la cerimonia di ieri non è riuscita ad accorciare. Peccato.

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