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Così Trump mira a contenere l’avanzata commerciale della Cina in Africa

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Il Punto di Marco Orioles

 

In quello che appare come il primo atto della strategia africana del governo americano per rilanciare la presenza Usa nel continente e contrastare la penetrazione della Cina, Donald Trump ha comunicato venerdì al Congresso di aver inviato in Gabon ottanta soldati per proteggere i propri cittadini e diplomatici dalle violenze che potrebbero innescarsi nella vicina Repubblica Democratica del Congo a seguito dell’imminente rivelazione dei risultati delle elezioni presidenziali tenutesi – con due anni di ritardo e dopo varie manifestazioni e scontri che hanno provocato numerose vittime – il 30 dicembre, nelle quali sono praticamente certe la vittoria del candidato delle opposizioni, Martin Fayulu, e la sconfitta dell’uomo scelto dal presidente uscente, Joseph Kabila, per protrarre il proprio sistema di potere.

La situazione, nel paese africano, è estremamente tesa. A più di una settimana dal voto, la commissione elettorale non ha ancora reso noti i risultati. Ma la Conferenza Episcopale del Congo, basandosi sulle informazioni raccolte dai suoi 40 mila osservatori dislocati nei seggi, ha fatto sapere che un vincitore c’è, sebbene non ne abbia rivelato l’identità onde non violare le disposizioni normative che affidano l’ufficializzazione dei dati elettorali alla sola commissione elettorale. Molti, tuttavia, hanno intravisto nella comunicazione dei vescovi la conferma di quel che i sondaggi prima del voto avevano reso una certezza: il 30% di vantaggio che le rilevazioni demoscopiche attribuivano a Fayulu sul candidato rivale, ministro degli interni in carica e fiduciario di Kabila, Emmanuel Ramazani Shadary, si è riverberato sulle schede elettorali, sancendo il suo trionfo.

Il governo, tuttavia, ha reagito con stizza a quella che gli è apparsa come una indebita intromissione nel processo elettorale e, soprattutto, una manovra volta a vanificare il suo tentativo di manipolare i risultati del voto al fine di attribuire la vittoria all’uomo del presidente. La Conferenza Episcopale, è l’accusa dell’esecutivo, incita i cittadini alla rivolta. La violenza ora è un rischio concreto, ed è per questo che l’amministrazione Trump ha deciso di giocare d’anticipo e lanciare un’operazione militare volta non solo a tutelare lo stato di diritto dai trucchi del governo, ma anche a proporsi come protettore esterno di un paese i cui cittadini hanno chiesto a gran voce un cambiamento democratico dopo i diciassette anni di ininterrotto potere di Kabila.

Ma la mossa americana, a ben vedere, appare animata anche da altri intenti. Donald Trump manda i suoi uomini a presidiare un paese strategico, detentore di immense ricchezze minerarie che lo rendono quanto mai appetibile agli occhi della Cina, che vi si è già intrufolata con il suo metodo rodato di offrire investimenti in cambio di risorse. Il Congo è il principale produttore mondiale di cobalto, materiale fondamentale per la produzione di smartphone e auto elettriche, ovvero di quelle produzioni su cui la Cina sta puntando tutte le sue carte per conquistare la leadership nel settore dell’alta tecnologia scippandola agli Stati Uniti.

Enunciando il mese scorso le linee guida del piano denominato “Africa Prospera”, il Consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton aveva chiarito che l’obiettivo era contrastare le manovre della Cina e, in misura minore, della Russia che “stanno deliberatamente e aggressivamente orientando i loro investimenti nella regione al fine di ottenere un vantaggio competitivo sugli Stati Uniti”. La Cina, in particolare, “ricorre a tangenti, accordi opachi e all’uso strategico del debito per tenere gli Stati africani ostaggio del desideri e delle domande di Pechino”.

Ed è proprio questo che sta succedendo nella Repubblica Democratica del Congo, paese vastissimo – si estende su una superficie grande come l’Europa occidentale – e benedetto da risorse minerarie che, tra cobalto e rame, si calcola valgano ben 24 trilioni di dollari. Una ricchezza su cui il Dragone ha già messo le mani con un accordo che, in cambio di tre miliardi di dollari in investimenti destinati a strade, scuole ed ospedali, affida a un consorzio di trentacinque aziende cinesi i diritti di sfruttamento dei giacimenti minerari.

Il comportamento cinese in Congo rispecchia una strategia precisa, funzionale a garantire lo sviluppo di un’economia che ha fortemente bisogno di risorse per garantire l’inarrestabile ascesa di Pechino al rango di superpotenza senza rivali. Gli investimenti in Africa, di cui il faraonico piano infrastrutturale denominato One Belt One Road (OBOR) è la punta di lancia, sono il cavallo di Troia con cui la Cina intende assicurare il proprio primato globale. Ma sono, anche, un mezzo con cui praticare un’aggressiva forma di neocolonialismo che soggioga i paesi beneficiari degli investimenti e dei prestiti, imbrigliandoli in una soffocante trappola del debito.

Indicativi, a tal proposito, i nuovi piani che Pechino ha annunciato in occasione del Forum della Cooperazione Cina-Africa tenutosi il 3 settembre nelle capitale cinese alla presenza dei leader di 50 Stati africani. In quella sede, Xi Jinping rivelò di aver allocato per l’Africa ben 126 miliardi di dollari, una cifra più di due volte superiore a quella erogata dopo il summit tenutosi tre anni fa a Johannesburg. Di analogo tenore sono i dati sul commercio, che – a fronte di un interscambio che ha raggiunto i 170 miliardi, con una crescita del 14% nell’ultimo anno – vedono un profondo squilibrio a tutto vantaggio della Cina. Schiacciati dal peso di un debito enorme e in continuo aumento, i paesi dell’Africa rischiano di dover cedere progressivamente a Pechino i loro asset strategici.

Un trend che ora gli Stati Uniti hanno promesso di contrastare, non solo sostituendosi alla Cina come fonte di investimenti e prestiti, ma incrementando gli aiuti allo sviluppo, la presenza diplomatica e commerciale e anche – come sta accadendo in queste ore in Gabon – con lo schieramento di truppe. La guerra fredda tra Est ed Ovest avrà sempre più nell’Africa uno dei suoi terreni strategici.

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