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Trump, Biden, la censura e gli uomini di mondo alla Paolo Mieli

Paolo Mieli

Il corsivo di Teo Dalavecuras

“Biden prende la mira e valuta di fare causa a Trump”. Se è consentito anche fuori del magico mondo dei social network (al quale non ho accesso) lasciarsi andare a una confessione personale, devo dire che quando ho letto questo titolo nella newsletter quotidiana del Corriere del Ticino mi ha investito qualcosa di simile a un colpo di sonno. Non credo di essere il solo ad averne abbastanza del diluvio di cronache sulle malefatte di Trump e l’ascesa di Biden nei sondaggi seguito da un diluvio (in senso letterale) di manifestazioni di giubilo e di implorante ammirazione all’indirizzo del neoeletto e, adesso, la cronaca minuto per minuto della guerriglia legale e retorica scatenata dal presidente uscente.

Fondo questa mia illazione sulla lettura di un recente editoriale di Paolo Mieli sul Corriere della Sera dove si spiega al colto e all’inclita che i giornalisti televisivi americani che, senza tanti complimenti, nella fase della conta dei voti hanno silenziato il presidente Trump che denunciava irregolarità, quel che noi chiamiamo brogli elettorali, hanno fatto, né più né meno, il loro dovere.

Dopo avere chiarito che trattasi di decisione “Impeccabile. Perfetta. Inappuntabile” (anche la punteggiatura ha il suo peso), Mieli concede che poi verrà il tempo di “riconsiderare alcuni grandi o piccoli ‘misfatti’” commessi in campo antitrumpiano, ne compila un discreto elenco e conclude con un cardinalizio “Comprensibile. Sono cose che capitano i momenti come questi”.

Facendo torto all’eleganza della sua prosa, riassumo: 1. Il “bavaglio” a Trump è deontologicamente ineccepibile perché ha disinnescato “un congegno incendiario che avrebbe potuto precipitare gli Stati Uniti nel baratro di una guerra civile”. 2. Certo, il campo antitrumpiano c’è andato giù molto pesante, ma nell’emergenza (“momenti come questi”) non ci si può concedere il lusso delle buone maniere, come l’obiettività o almeno un minimo di distacco professionale: à la guerre comme à la guerre. 3. Una volta rimossa definitivamente l’anomalia Trump anche la professione giornalistica americana (e – mi per metto di aggiungere – di riflesso quella del resto del mondo occidentale) recupererà i propri standard.

L’editoriale di Mieli, una pietra tombale posata dal giornalista-storico col ben noto garbo sullo psicodramma politico e mediatico globale degli ultimi quattro anni, dimostra una volta di più il suo magistrale tempismo: ognuno può verificare con se stesso come la cronaca, partecipata oltre ogni decenza, di questo psicodramma abbia stancato anche i pochi superstiti lettori dei giornali.

A La Verità però la presa di posizione di Mieli non è piaciuta e ne ha affidato a Maurizio Tortorella una critica in chiave sarcastica. Esordisce Tortorella: “Serve un cartello di pericolo: ‘Attenzione, caduta statue’” dove la statua sarebbe quella di Mieli, monumento del giornalismo contemporaneo, che ormai inneggia alla censura (monumento, ma anche uomo di mondo, quale schiere di onesti manovali della parola stampata o teletrasmessa sognano di diventare).

A ben vedere, però, l’editoriale di Mieli non solo non minaccia la saldezza del metaforico monumento che gli dedica il quotidiano di Maurizio Belpietro, ma ne consolida in maniera definitiva le fondazioni, e c’è poco da fare sarcasmo.

Informare il pubblico non è mai stata la preoccupazione principale dei giornalisti italiani né probabilmente di quelli di altri paesi se non, in questi ultimi, nella misura imposta da minori protezioni corporative e più vivace concorrenza professionale. Anche se la classe con cui Mieli ha “legittimato” la censura praticata da importanti media americani ai danni di Trump non è di tutti, anzi è di pochissimi, la tendenza dei giornalisti italiani a impersonare il ruolo di garanti della pubblica quiete è antica e nel corso dei decenni si è consolidata. Una trentina d’anni fa era germogliato uno “scandalo” in sé assurdo, nato dal fatto che la bancarotta della Lombardfin, la commissionaria di borsa di Paolo Mario Leati, aveva fatto emergere (anche se “emergere” non rende giustizia ai generosi sforzi dispiegati per produrre questa emersione) un elenco di giornalisti titolari di conto presso questa commissionaria. Ne era scaturito un “maxiprocesso” disciplinare a carico dei giornalisti economici clienti della Lombardfin (quasi che in un paese come il nostro, dove il vasto impero finanziario posseduto da Silvio Berlusconi non gli aveva impedito di diventare ripetutamente presidente del consiglio dei ministri, il semplice fatto di affidare il proprio peculio a una commissionaria di borsa comportasse, per un giornalista, un inaccettabile e quindi sanzionabile conflitto d’interessi).

Uno dei principali professionisti coinvolti, all’epoca teorizzò pubblicamente, a difesa propria e di tutta la categoria dei giornalisti economici, che la stampa ha il dovere di salvaguardare la stabilità dei mercati, valutando preventivamente le possibili ripercussioni delle notizie capaci di influenzare sensibilmente le quotazioni. Non si parlava di guerra civile ma di quotidiani conflitti tra offerta e domanda di valori mobiliari, ma la logica era la stessa.

Niente di scandaloso, è solo un modo, umanamente più che comprensibile, di ribattezzare destriero il somaro che il padrone ci chiede di legare all’albero. Del resto il principale teorico dell’opinione pubblica del ‘900, Walter Lipmann, ha spiegato in un agile libretto del 1922 che il ruolo dei mezzi di informazione è quello di fabbricare stereotipi. Ognuno svolge questo ruolo come può ma il concetto è semplice, e a quasi cent’anni dalla sua formulazione teorica sarebbe ora di farsene una ragione risparmiando a tutti, al colto come all’inclita, giustificazioni più o meno contorte, più o meno sofisticate di scelte che hanno giustificazione onestamente prosaiche. La libertà di stampa esiste sempre e comunque: sia di fabbricare stereotipi, sia di smontarli, secondo il momento, il gusto del proprio pubblico e quella che nel forbito linguaggio odierno si chiama l’agenda personale.

 

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