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Vi spiego cosa cambierà Biden rispetto a Trump su Cina, Russia e nucleare

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Biden, a differenza di Trump, non considera la Russia un possibile alleato degli Usa contro la Cina. Ecco perché. L’analisi di Carlo Jean per Start

La guerra fredda fra l’Occidente e il blocco sovietico era stata caratterizzata da una solida stabilità strategica, fondata sull’accettazione da parte sia degli Usa che dell’Urss della Mad (Mutual Assured Destruction), cioè sulla capacità di “secondo colpo”. In altre parole si trattava della capacità d’infliggere, con le proprie forze strategiche, danni inaccettabili all’avversario dopo aver incassato un suo attacco di sorpresa. Tale stabilità era stata rafforzata dagli accordi, prima di limitazione e poi di riduzione degli armamenti, nonché da collegamenti come la “linea rossa” fra la Casa Bianca e il Cremlino. Essi riducevano la probabilità di scoppio di un conflitto per errore, evento possibile dati i ridottissimi tempi previsti per una risposta nucleare in caso d’attacco.

La stabilità strategica aveva radici profonde. Primo, il comune interesse degli Usa e dell’Urss al mantenimento degli assetti derivati dal secondo conflitto mondiale e all’evitare un disastro nucleare. Secondo, l’esistenza di una chiara strategia Usa nei confronti dell’Urss. Essa era stata delineata da George Kennan già nel famoso “telegramma da Mosca” del 1946 e consisteva nel costringere il Cremlino alla bancarotta e alla resa, obbligandolo a enormi spese militari incompatibili con l’inefficienza del suo capitalismo di Stato. Tale strategia manca nei confronti della Cina, competitore degli Usa nel nuovo mondo bipolare. Di conseguenza, non si può escludere l’opzione militare. Terzo, non esistevano tecnologie non-nucleari in grado di neutralizzare, con misure difensive e offensive, le forze di rappresaglia nucleare avversarie, né i loro sistemi di comando e controllo.

Tali condizioni di stabilità non esistono più. Il nuovo bipolarismo fra gli Usa e la Cina obbedisce, secondo molti, alla logica del Thucyidides Trap, secondo la quale è inevitabile lo scoppio di un conflitto fra la grande potenza che vede in pericolo la sua egemonia (gli Usa) e quella che le sta subentrando (la Cina), come avvenuto fra Atene e Sparta o fra la Germania guglielmina e la Gran Bretagna. Pechino non può essere obbligata a capitolare economicamente, né può essere sconfitta militarmente. Non è chiaro come gli Usa possano prevalere, né quali siano i loro alleati principali: l’Europa, l’India/Giappone o, come ha auspicato Kissinger e anche da Trump, la Russia.

Sono poi disponibili nuove tecnologie non nucleari (convenzionali, cibernetiche e spaziali), utilizzabili per i sistemi sia di difesa antimissili sia d’attacco contro i deterrenti nucleari strategici. Beninteso, nessuno Stato potrà fare completo affidamento su di essi ed essere ragionevolmente sicuro di poter evitare un la rappresaglia avversaria. Tuttavia, tale disponibilità unita a quella di armi nucleari miniaturizzate e specializzate (ad esempio anti-bunker, neutroniche o ad impulso elettromagnetico rafforzato) rendono meno improbabile, rispetto al passato, il ricorso al nucleare. Attacchi nel cyberspazio o dallo spazio extra-atmosferico possono neutralizzare i sistemi di allerta e di comando e controllo e al limite colpire sistemi nucleari anche mobili. Tali due spazi geopolitici hanno acquisito una propria autonomia da quelli tradizionali (di terra, mare e aria), a cui erano subordinati solo fino a qualche decennio fa. Attacchi “non-cinetici” contro i sistemi di comando e controllo rendono difficile il ricorso a rappresaglie nucleari.

Il controllo degli armamenti e il disarmo nucleare, su cui tante speranze erano state poste dagli anni ’90 dello scorso secolo, è in crisi. L’unico trattato – a parte quello “egemonico” di Non Proliferazione Nucleare – ancora in vigore è il New Start, relativo alle armi nucleari strategiche russe e americane. Esso scadrà il 5 febbraio prossimo. Washington e Mosca non hanno trovato un accordo per prolungarne la validità, neppure di un solo anno, per permettere un nuovo negoziato, così come proposto da Putin nell’ottobre scorso. Esso voleva estendere il trattato ai sistemi antimissili americani schierati in Polonia e Romania, ma rifiutava le richieste americane di includere nel negoziato la Cina (fatto chiaramente irrealistico e rifiutato da Pechino), ma anche di consentire ispezioni ai nuovi cruise russi e ai sommergibili robotizzati, entrambi a propulsione nucleare.

Con il nuovo presidente americano, Joe Biden, è del tutto probabile che le cose non cambieranno, anche se ha dichiarato di voler prolungare il New Start. È comunque difficile che abbia il tempo per farlo prima della scadenza del Trattato, che avverrà il 5 febbraio, solo 16 giorni dopo l’inauguration, anche se il prolungamento del Trattato richiede l’approvazione del solo presidente, non del Senato degli Usa. Occorre tenere conto che Biden, a differenza di Trump, non considera la Russia un possibile alleato degli Usa contro la Cina. Come Obama, la ritiene troppo dipendente da Pechino per poter svolgere un ruolo strategico autonomo. È probabile che il suo atteggiamento nei confronti di Pechino sarà addirittura più rigido di quello di Trump. Dovrà poi tener conto del fatto che oltre la metà degli americani è decisamente anti-cinese e favorevole alla politica seguita dal suo predecessore nei confronti di Pechino. Insomma, con Biden non ricomincerà una nuova era d’oro dell’Arms Control. Muteranno i toni e la propaganda, come ai tempi dei resets di Obama e del ridicolo Premio Nobel per la Pace attribuitogli dopo aver auspicato il disarmo nucleare completo e prima di lanciare l’enorme programma di ammodernamento nucleare degli Usa (1.200 miliardi di dollari). Ma le tensioni continueranno, con gli Usa alla ricerca di una strategia per confrontare la Cina e mantenere la loro egemonia mondiale.

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