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Tempi bui per gli intellettuali

Intellettuali

Il Bloc Notes di Michele Magno

“Tempi bui sia per gli intellettuali, sia per i mezzi di cui si valgono per farsi ascoltare. Se ‘uno vale uno’, l’uno vale l’altro, non c’è differenza tra il sapiente e l’ignorante. Se tutti possono dialogare con tutti, se Internet dà voce a due terzi degli abitanti del pianeta, se i media tradizionali (one to many), di cui di solito gli intellettuali si valgono per raggiungere il proprio pubblico, sono in crisi, chi ascolta gli intellettuali?

Dobbiamo rassegnarci al trionfo degli apedeuti, come veniva chiamato nella Francia dell’illuminismo chi, non capace o non incline a seguire un corso severo di studi, congiura a screditare il sapere, così facendosi un merito della propria ignoranza? Si può ritenere che la figùra dell’intellettuale sia ancora riconosciuta? Gli intellettuali sono ascoltati o messi ai margini?” (Sabino Cassese, “Intellettuali”, il Mulino, 2021).

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Da noi ci sono intellettuali talmente di sinistra per i quali la sinistra che c’è non è mai la “loro” sinistra. Hanno speso una vita a demolire il craxismo, il berlusconismo, il prodismo, il renzismo e, oggi, il “governo dei padroni” di Mario Draghi (copyright di Tomaso Montanari). Sempre dalla parte degli oppressi, hanno scritto libri vibranti di indignazione contro l’eterna vocazione autoritaria, compromissoria, subalterna, trasformistica, premoderna, delle italiche classi dirigenti. La domenica predicavano nuovi modelli di sviluppo, naturalmente alternativi a un capitalismo cieco e disumano. Nei giorni feriali ci spiegavano che tra democrazia e mercato esiste una contraddizione insanabile. Negli anni bisestili era il turno delle grandi utopie: dalla liberazione dal lavoro alla kantiana pace perpetua.

Severi custodi della Costituzione più bella del mondo e inflessibili guardiani di ogni immobilismo istituzionale, si sono poi convertiti all’etica della responsabilità. Hanno quindi cominciato a corteggiare quelli che volevano aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno. E ora, pur di salvare la propria verginità, si scagliano contro la dittatura sanitaria del green pass. Alla faccia del bicarbonato di sodio, direbbe Totò. Infatti, la cosa è di una comicità grottesca. Ma la storia è piena di eterogenesi dei fini. Poco prima della sua morte, Eric Hobsbawm osservava con una punta di nostalgia che l’epoca in cui gli intellettuali erano il principale volto pubblico dell’opposizione al potere apparteneva ormai al passato. Lo storico britannico del “secolo breve” descriveva così il declino di una delle figure centrali del Novecento, fosse al servizio delle élite dominanti, organico a un partito, un cane sciolto. Ma l’intellettuale è sempre stata una bestia strana. Qual è infatti il suo mestiere? Secondo Luciano Bianciardi, insofferente a ogni establishment culturale, era indefinibile. Per l’autore della “Vita agra” il vero intellettuale, in fondo, è -o dovrebbe essere- schiavo di tutti e servo di nessuno. Può darsi, però non un acrobata del circo equestre nazionale.

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Scritta tra il 1612 e il 1614, “Fuente Ovejuna” è forse la commedia più famosa di Lope de Vega, drammaturgo tra i più prolifici della letteratura spagnola. È ambientata nella seconda metà del Quattrocento in Andalusia, durante la lotta tra la pretendente al trono di Castiglia, Giovanna la Beltraneja, e i sovrani cattolici Isabella e Ferdinando. Fuente Ovejuna è il nome di un  borgo che fa parte di una “commenda” (una specie di signoria) dell’ordine militare di Calatrava. Il suo “comendador” (comandante) è un partigiano della Beltraneja, Férnan Gómez. Despota prepotente e crudele, impone lo “ius primae noctis” a tutte le fanciulle del luogo. Quando imprigiona il giovane Frondoso e rapisce la sua promessa sposa Laurenzia, il popolo si ribella e lo decapita. Vinta la guerra di successione, Isabella e Ferdinando inviano un giudice per istruire il processo contro i rivoltosi. Nonostante le torture, quando vengono interrogati tutti rispondono che a uccidere il tiranno è stato Fuente Ovejuna, ossia i suoi trecento abitanti. Il giudice, non potendo scoprire i veri autori dell’omicidio, allora li assolve per insufficienza di prove. Piuttosto che imprigionare degli innocenti, infatti, preferisce lasciare liberi i colpevoli.

Ps. Ho inviato una copia di “Fuente Ovejuna” (Introduzione di Andrea Baldissera, prefazione di Mario Socrate, Garzanti, 2007) al dott. Marco Travaglio.

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Esattamente due anni fa, Beppe Grillo sul suo blog proponeva di privare gli anziani del diritto di voto perché incuranti — per ragioni anagrafiche — del futuro politico, economico e sociale del paese. Allora fu considerata come la boutade di un comico in vena di gag (ma Charlie Chaplin, che forse se ne intendeva più di lui, una volta disse che “in fondo, tutto è una gag”). Solo l’on. Giorgia Meloni e pochi altri la presero sul serio, accusandolo di attentato alla Costituzione e di mettere in discussione il principio del suffragio universale. Ebbene, confesso di essere tra coloro che non trovano l’idea sconveniente. Ultrasettantacinquenne di lungo corso, ho dato un’occhiata alla mia pensione e mi sono accorto che ne avrei tratto un discreto giovamento. Perché Grillo, se mi vuole togliere il diritto di voto, mi deve esentare anche dal dovere di pagare le tasse. Infatti, “no taxation without representation”.

Mi si potrà obiettare che il vecchio slogan dei coloni americani, cardine degli Stati liberali, da noi è largamente eluso in virtù di un’evasione fiscale di massa; ed è stato addirittura capovolto da una legge che permette agli italiani residenti all’estero, ma che non sono contribuenti del nostro erario, di eleggere diciotto parlamentari. Vero. Tuttavia, messa da parte ogni facile ironia, fateci caso: in ogni fantasiosa provocazione del cofondatore del movimento pentastellato si manifesta immancabilmente la congenita inclinazione per quella che si potrebbe definire una “democrazia dispotica”. Il lupo  perde il pelo, ma non il vizio.

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