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Donatella Di Cesare

Spigolature su Bergoglio, Di Cesare, Emiliano, Putin e Schlein

Il Bloc Notes di Michele Magno

Michele Emiliano ricorda di avere portato Antonio Decaro nella casa barese della sorella del boss Capriati, Decaro non ricorda di essere stato nella casa della suddetta, la suddetta nega di conoscere Emiliano e Decaro: “Noi siamo la nostra memoria, noi siamo questo museo chimerico di forme incostanti, questo mucchio di specchi rotti” (Jorge Luis Borges, “Cambridge, 1969”, in “Il libro di sabbia”, 1975).

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Pur avendo avuto in passato una certa dimestichezza con le tortuosità della sinistra italiana, confesso di non capire un fico secco di quel cafarnao che è oggi il dibattito interno al Pd sulla questione delle alleanze (pre e post-elettorali). Tuttavia, osservando le rotte di navigazione di Elly Schlein, mi sembra che “Non è pileggio [traversata audace] da picciola barca/ Quel, che fendendo va l’ardita prora,/ Né da da nocchier ch’a se medesmo parca [si risparmia per paura]” (Dante, Paradiso, Canto XXIII).

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“Pecca fortiter, sed fortius crede” (“Pecca anche molto, ma credi ancora di più”): con questo motto Lutero esprimeva il primato della fede sulle opere buone ai fini della salvezza dell’anima. Papa Francesco recentemente ha affermato il contrario: all’inferno ci andranno non coloro che credono poco o non credono, ma gli iniqui, i corrotti, i bancarottieri, chi vive solo per fare soldi. A occhio e croce, stando alle cronache nazionali, sarà pieno di italiani.

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“Siate morbidi sulla morale ma tenete duro sul dogma”, diceva il gesuita di André Gide (“L”immoralista”, 1902). Il gesuita Bergoglio sostiene, in fondo, esattamente il contrario.

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Come è noto, le tecniche elettorali non ci arrivano dai greci, che di norma ricorrevano al sorteggio, ma dagli ordini religiosi, dai monaci arroccati nei loro conventi-fortilizi che nell’alto Medioevo dovevano eleggere i propri superiori. Non potendo ricorrere al principio ereditario, non restava che il voto. Così dobbiamo alla loro fantasia il voto segreto e l’elaborazione di regole maggioritarie. Va aggiunto, per amore di verità, che alla fine l’elezione doveva risultare unanime. I riottosi, infatti, spesso venivano convinti a bastonate. In fondo, qualcosa di simile oggi accade in Russia, nei paesi islamici, in buona parte del continente asiatico e di quello africano. La vittoria della democrazia liberale, quindi, è purtroppo ancora una mezza vittoria. Il problema è che molti, non solo in Italia, strizzano l’occhio all’altra metà.

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La democrazia russa sta a quella nordcoreana come la farsa sta all’avanspettacolo.  Nelle ultime elezioni per il rinnovo dell’Assemblea popolare nazionale (marzo 2019), l’affluenza è stata pari al  99,99 per cento degli aventi diritto, mentre i candidati hanno ricevuto il 100 per cento dei consensi. Nelle ultime elezioni per il rinnovo delle assemblee popolari locali (novembre 2023), invece, ai candidati nei consigli provinciali è mancato lo 0,09 per cento dei consensi, mentre a quelli nei consigli comunali è mancato lo 0,13 per cento. Poi dicono che il “leader eterno” Kim Jong-un non ha oppositori.

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Morto impiccato il quarto top manager del colosso petrolifero Lukoil negli ultimi due anni. In Russia il Novichok comincia a scarseggiare.

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Donatella Di Cesare è irritata perché nessuno ha capito cosa intendeva dire. In un’intervista concessa (o forse richiesta) al quotidiano La Stampa (6 marzo), ha cercato di giustificare l’ingiustificabile, ovvero il suo post, rapidamente cancellato, per la scomparsa della “compagna Luna” (Barbara Balzerani). In estrema sintesi, la docente della Sapienza ci ha spiegato che occorrerebbe aprire un dibattito sugli anni di piombo per comprendere e contestualizzare, as usual, le sue parole. Alla domanda sul perché avesse scelto di dare l’addio con “malinconia” alla brigatista, la professoressa contraria alle armi all’Ucraina, ma più benevola con i mitra di via Fani, ha risposto che aveva pensato alla “Malinconia di sinistra” di Walter Benjamin, uno dei suoi filosofi prediletti.

In verità, nel suo saggio apparso nel 1937, Benjamin ce l’aveva con gli intellettuali di sinistra tedeschi ed europei, depressi e melanconici, ridottisi a “creare, dal punto di vista politico, non partiti ma cricche”. La conclusione era senza appello: “Questo radicalismo di sinistra è proprio precisamente quell’atteggiamento a cui non corrisponde più nessuna azione politica”. A qualcuno dovrebbero fischiare le orecchie. In un libro pubblicato per la prima volta in Francia nel 2003, “Storia del mal di vivere. Dalla malinconia alla depressione” (Dedalo, 2022), lo storico Georges Minois si chiedeva se non fossimo di fronte “a una sorta di bivio fra l’idiozia e la depressione, fra un avvenire di imbecilli felici o di intellettuali depressi”. Ho l’impressione che in Italia, vent’anni dopo, quel dilemma non sia stato ancora sciolto.

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