L’ascesa di Giorgia Meloni alla Presidenza del Consiglio dei Ministri segna un momento di svolta per la politica estera italiana, inaugurando un capitolo che mira a ricalibrare il posizionamento di Roma nello scacchiere globale. Il suo governo si propone di navigare lo scenario internazionale attraverso una dottrina che coniuga tre elementi cardine: una solida e irrinunciabile fedeltà atlantica, un approccio critico ma costruttivo verso un’Unione Europea da riformare in profondità e una decisa e affermativa difesa dell’interesse nazionale. Questa postura non rappresenta una rottura, bensì un tentativo di ridefinire il ruolo dell’Italia come attore protagonista, capace di influenzare le traiettorie strategiche del continente.
La mia analisi esaminerà i fondamenti ideologici di tale visione, le azioni diplomatiche che ne hanno caratterizzato l’esordio, le sfide alla sicurezza nazionale e le prospettive future della politica estera del governo Meloni, basandosi esclusivamente su dati oggettivi. Si delineerà così un quadro di come Roma, sotto la nuova guida, intenda interpretare il proprio ruolo in un mondo in piena trasformazione.
L’analisi deve prendere le mosse dall’esplorazione dei principi conservatori che costituiscono la bussola valoriale di questo nuovo corso diplomatico.
Per interpretare la strategia internazionale del governo Meloni è imprescindibile decodificare la sua visione ideologica dell’Unione Europea, una filosofia che si discosta nettamente dal federalismo tradizionale per proporre un modello alternativo. L’approccio di Fratelli d’Italia si fonda sul concetto di “Europa delle Patrie”, una Confederazione europea di esplicita ispirazione gollista. Tale modello non persegue la dissoluzione delle sovranità in un’entità sovranazionale, ma promuove una cooperazione rafforzata tra Stati sovrani sulle grandi questioni strategiche — sicurezza, mercato unico, immigrazione e politica estera — lasciando al contempo ampia autonomia decisionale a livello nazionale, in ossequio al principio di sussidiarietà.
Questa visione scaturisce da una critica all’attuale assetto dell’Ue, percepita come un’entità sovranazionale governata da apparati burocratici e distante dagli interessi dei popoli. Nelle sue dichiarazioni programmatiche, Giorgia Meloni ha descritto un’Unione paradossalmente ipertrofica su materie di competenza nazionale ma assente sulle grandi sfide strategiche, come la sicurezza energetica. Questa critica culmina nell’obiettivo, dichiarato nel programma comune della coalizione di centro-destra, di trasformare l’Unione in un’organizzazione “più politica e meno burocratica”.
Elemento fondante di questa filosofia è la difesa delle “radici e identità storiche e culturali classiche e giudaico-cristiane dell’Europa”, principio richiamato sia nel programma comune sia in quello di Fratelli d’Italia. Questo non è un mero appello retorico, ma la base valoriale su cui si intende edificare un’Europa più consapevole del proprio retaggio. Da questa solida base ideologica scaturisce la leadership pragmatica con cui Giorgia Meloni intende tradurre tali principi in azioni concrete sulla scena internazionale.
La caratteristica distintiva della leadership di Giorgia Meloni in politica estera è una calcolata dualità: proiettare continuità rispetto agli impegni internazionali dell’Italia e, al contempo, perseguire una difesa più assertiva dell’interesse nazionale. Questa dinamica è particolarmente visibile nella netta ricalibrazione strategica della sua posizione sull’integrazione europea.
L’analisi dei programmi elettorali di Fratelli d’Italia rivela un’evoluzione sostanziale. Le posizioni “fortemente euroscettiche” del 2014, 2018 e 2019, che arrivavano a postulare la “supremazia della Costituzione sulle norme europee” e a criticare la moneta unica, hanno lasciato il posto a una postura più moderata. Il programma del 2022, infatti, conferma la “piena adesione al processo di integrazione europea”. Questo spostamento tematico non segna una rinuncia ideologica, ma un cruciale perno strategico, concepito per rassicurare Bruxelles e i mercati internazionali, preservando al contempo lo spazio per un fondamentale rimodellamento degli equilibri di potere dell’Unione.
Un primo esempio di abilità diplomatica è stato l’incontro con Emmanuel Macron del 23 ottobre 2022. Il colloquio informale ha permesso di superare le tensioni pre-elettorali e di avviare un dialogo su temi chiave come energia, Ucraina e flussi migratori. Tuttavia, la successiva crisi della nave Ocean Viking ha rivelato le faglie insite in questo approccio. Secondo la ricostruzione del Ministro Piantedosi, era stata raggiunta un’intesa di massima con la Francia per l’accoglienza della nave. La gestione di questa intesa è stata però compromessa da dichiarazioni non coordinate: il commento del Vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini (“La Francia apre il porto? Bene così, l’aria è cambiata”) è stato percepito a Parigi come un tentativo di “intestarsi l’operazione”, scatenando una dura reazione francese. L’episodio esemplifica la tensione centrale nel progetto meloniano: la difficoltà di attuare una politica di “interesse nazionale” senza fratturare quella cooperazione europea indispensabile per gestire crisi complesse come quella migratoria.
La politica estera del governo Meloni si fonda su una diagnosi precisa dello stato dell’Unione Europea: un’organizzazione percepita come ipertrofica nelle competenze burocratiche minori e inefficace nelle grandi sfide strategiche. Le proposte di riforma mirano a correggere questo squilibrio. Sul fronte economico, si chiede una “revisione delle regole del Patto di stabilità e della governance economica” per favorire crescita e occupazione. Sul piano istituzionale, si critica il presunto “deficit democratico” di un’Europa governata da “apparati burocratici” che si occupano di materie di competenza nazionale.
La crisi nel Mar Rosso offre un potente e attuale esempio della percepita inefficacia strategica europea. Di fronte alla minaccia Houthi, la comunità internazionale ha offerto una “risposta frammentata”. L’astensione di Russia e Cina alla risoluzione Onu e, soprattutto, la divergenza degli obiettivi delle missioni navali ne sono la prova. Come sottolineato dall’analista Eleonora Ardemagni, la missione a guida statunitense punta a “indebolire le capacità offensive”, mentre la missione europea Aspides persegue un obiettivo di “mitigazione del rischio Marittimo”. Questa distinzione non è un mero dettaglio tecnico, ma la manifestazione di una persistente incapacità europea di formulare una politica di sicurezza coesa e incisiva. Nonostante questa diagnosi critica, l’Italia non si pone in rottura, ma intende agire da protagonista per rafforzare la sicurezza dello scacchiere euro-atlantico.
La strategia di sicurezza italiana sotto il governo Meloni si articola su tre pilastri: un incrollabile atlantismo, un ruolo attivo nella difesa europea e la tutela degli interessi strategici nel Mediterraneo allargato. La “fedeltà alla Nato” è un caposaldo radicato nella tradizione storica dello schieramento di governo. In questo quadro, il pieno sostegno all’Ucraina è interpretato non solo come un dovere morale, ma anche come “il modo migliore per difendere anche il nostro interesse nazionale”, riaffermando l’Italia come partner affidabile dell’Occidente.
L’Operazione Aspides è l’attuazione concreta di questa strategia. L’operazione difensiva dell’Ue, come descritto dalla Marina Militare, mira a salvaguardare la libertà di navigazione nel Mar Rosso, minacciata dagli attacchi Houthi, per proteggere il traffico marittimo. L’Italia ha assunto un ruolo di primo piano, garantendo il “Comando operativo e tattico”, a dimostrazione della sua volontà di assumersi responsabilità dirette per la sicurezza collettiva. Questo ruolo di leadership non è un gesto simbolico di impegno europeo; è una difesa diretta e pragmatica delle vitali linee di comunicazione economiche italiane, particolarmente vulnerabili alle interruzioni nel Mar Rosso. Dal Canale di Suez transita infatti circa il 16% delle importazioni e il 7% delle esportazioni del Paese. Una sua chiusura prolungata comporterebbe un concreto rischio di “marginalizzazione del Mediterraneo”.
In materia di immigrazione, la strategia del governo si è evoluta. La proposta di “blocco navale” è stata riformulata in una missione sul modello della “missione navale Sophia”, finalizzata a bloccare le partenze in accordo con le autorità nordafricane e a istituire hotspot gestiti a livello internazionale. Si tratta di una riformulazione che segnala un passaggio pragmatico dalla retorica della campagna elettorale a un quadro giuridicamente e diplomaticamente più sostenibile, pur mantenendo l’obiettivo di fondo dell’esternalizzazione del controllo delle frontiere.
La politica estera del governo Meloni, nel suo complesso, si configura come un progetto ambizioso che cerca di coniugare la difesa dell’interesse nazionale con la lealtà agli impegni euro-atlantici, puntando non a una rottura ma a una profonda revisione delle alleanze storiche. L’Italia si posiziona non come un avversario dell’Unione Europea, ma come un “partner critico” che ne auspica una riforma in senso confederale, volta a rafforzare la sovranità degli Stati membri come fondamento per un’Europa più forte.
La leadership assunta nell’Operazione Aspides dimostra la volontà di esercitare un ruolo attivo e propositivo nella sicurezza globale, proteggendo interessi economici vitali attraverso strumenti di difesa comuni. Nel contesto di un’Europa in cui le forze conservatrici guadagnano influenza — come testimoniato dalla presidenza di Giorgia Meloni del partito dei Conservatori e Riformisti Europei (ECR) — la sua strategia si candida a diventare un potenziale modello per altri governi che cercano di riformare l’Ue dall’interno.
La prova finale di questa linea politica risiederà nella sua capacità di governare la contraddizione intrinseca tra la richiesta di maggiore sovranità nazionale e la necessità di soluzioni europee collettive per le crisi, dalla sicurezza all’energia. Sarà questo difficile equilibrio a definire l’effettiva influenza dell’Italia negli anni a venire.






