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Se anche (e ancora) le sentenze sono le peggiori nemiche delle donne

Le sentenze della Corte europea smascherano i ritardi della giustizia italiana nel tutelare le donne vittime di violenza, le lavoratrici caregiver e il diritto alla parità. L’intervento di Alessandra Servidori

 

Abbiamo troppo spesso bisogno di ricorrere alla Corte Europea se in Italia le tante leggi a difesa della dignità femminile vengono addirittura ridicolizzate da sentenze non solo sessiste, ma pronunciate da una magistrata contro una ricorrente e a difesa di un marito violento.

Le Direttive UE ci sono eccome, ma registro una sottovalutazione sistematica quando si tratta di avanzare sul piano dei diritti rivendicati dalla CEDU (Comitato europeo dei diritti umani), che peraltro ha un Comitato tutto italiano (CIDU), che ha appena licenziato un Piano Nazionale sull’emancipazione e la sicurezza femminile del tutto o quasi sconosciuto ai tribunali, dove pascola ancora una misoginia evidente nelle varie sentenze, che può trovare un approdo tossico/solidale nella nuova vulgata vannacciana che proclama insistentemente insofferenza per i diritti femminili e non solo.

L’italiana che ha agito con determinazione e coraggio, trovando sostegno dalla Corte UE, ancora oggi, dopo 5 anni, deve subire ritardi dalla giustizia nostrana per sé e per i suoi figli, vittime di un padre padrone violento, asserragliati in una casa rifugio per difendersi dall’aguzzino familiare che non aveva neanche ricevuto l’ordine di non avvicinarsi ai figli.

È sempre della Corte di giustizia Europea la sentenza che restituisce a una lavoratrice italiana caregiver, che poi si era licenziata, il diritto di riconoscere, dopo anni, di poter avere dal datore di lavoro, avendo un figlio minore totalmente non autosufficiente, un giusto accomodamento ragionevole per poter lavorare in turni che le consentissero di programmare la terapia del figlio.

Possibile che non siamo in grado di dare piena attuazione ai tanti provvedimenti che diano attuazione alla parità di genere e dei fragili?

Possibile che, se attuiamo delle Direttive o Piani UE, ricorriamo alle cd. certificazioni che irrobustiscono i portafogli degli enti di certificazione e di formazione, senza risultati di impatto reale sulla qualità della vita delle italiane?

Anche l’ultimo DDL che recepisce l’obbligo di parità salariale è un barocco articolato di adempienze delle aziende, senza però considerare (come giustamente invece la Direttiva Europea indica) la necessità di ricercare nell’organizzazione aziendale i fattori intersezionali discriminanti, come la diversità di etnia, di religione, di handicap, certo anche di genere, per sconfiggere le discriminazioni e quindi la diversità di retribuzione tra pari lavori.

È una sconfitta sistematica culturale divenuta insopportabile che bisogna contrastare rilanciando la politica attiva di parità.

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