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L’Italia, l’Egitto, Zaki, le amnesie e le utopie

Egitto

Non solo Zaki. Considerazioni a margine dei rapporti fra Italia ed Egitto. Il corsivo di Giuseppe Gagliano

 

La notizia della scarcerazione di Patrick Zaki ha suscitato la favorevole quanto comprensibile reazione dei media e dei principali quotidiani nazionali italiani.

Tuttavia l’Italia – come gli altri paesi europei – ha ben poco di cui vantarsi, considerando i considerevoli affari che il nostro paese ha anche nel settore degli armamenti con paesi che non possono certamente dirsi rispettosi dei diritti umani

E ciò vale anche per l’Egitto, come più volte messo in evidenza su queste pagine.

Le democrazie europee dunque – e fra queste naturalmente anche l’Italia, che promuove nelle proprie scuole il rispetto dei diritti umani e decontestualizzandoli dal punto di vista storico e assolutizzandoli, considerandoli oggettivi e universali – da un lato, dietro le quinte, promuovono la scarcerazione del giovane studente ma dall’altro proseguono a commerciare nel settore petrolifero e nel settore gli armamenti con paesi assai lontani dal condividere la sacralità del diritto internazionale e dei diritti umani.

Tutto ciò non può che portare a fare alcune considerazioni certamente poco politicamente corrette.

In primo luogo: su quale base l’Occidente pretende di avere una superiorità di natura giuridica e morale su paesi come l’Egitto, la Turchia o paesi del Golfo?

In secondo luogo: perché l’Occidente non impara ad accettare non l’assolutezza dei diritti, ma la loro relatività cioè il fatto che questi valgano in determinati contesti storici?

In terzo luogo: il modus operandi delle democrazie nel contesto della politica estera si ispira ad una grammatica che poco o nulla ha a che vedere con il rispetto dei diritti umani.

Ciò dimostra una insanabile contraddizione all’interno di tutte le democrazie europee e non.

L’unico modo per risolvere queste contraddizioni sarebbe semplicemente riconvertire le industrie militari in industrie civili e non esportare nessun prodotto – né il petrolio né il gas -e neppure naturalmente acquistarlo da paesi che non rispettano i diritti umani.

Ma ci si domanda, in modo naturalmente pleonastico: è questa una prospettiva realmente e concretamente perseguibile? O è al contrario una prospettiva quantomeno utopica?

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