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Salvini sulla giustizia si radicalizza e strattona Pd e M5s

di

mattarella quirinale

Salvini sulla giustizia si pannellizza, ecco come e perché. I Graffi di Damato

Il fantasma di Marco Pannella a 91 anni dalla nascita appena trascorsi e a 5 dalla morte, che si compiranno il 19 maggio, è tornato ad aleggiare sulla crisi della giustizia. Che peraltro si è aggravata rispetto ai tempi in cui Pannella l’aveva già messa al centro della sua azione politica reclamando una riforma radicale: radicale come il nome del suo partito.

A scomodare Pannella, pur senza neppure nominarlo, ma limitandosi ad adottarne il metodo di lotta, è stato Matteo Salvini in una puntata di Porta a Porta tornata nell’occasione alla funzione di “terza Camera” ironicamente assegnatagli una volta dalla buonanima di Giulio Andreotti, riconoscendole il merito di precedere a volte gli annunci di solito riservati dai politici ai due rami del Parlamento.

In particolare, Salvni ha lanciato sulla bilancia dell’agenda politica sia della maggioranza, di cui fa parte, sia dell’opposizione, dove già il segretario del Pd Enrico Letta lo immagina impegnato nelle ore dispari del giorno e della notte, il ricorso al referendum per sciogliere alcuni nodi della giustizia dai quali, secondo lui, pure l’espertissima e autorevolissima Marta Cartabia, già presidente della Corte Costituzionale e ora guardasigilli, rischia di rimanere soffocata. E ciò per il gioco a rimpiattino, o quasi, di due importanti partiti della coalizione governativa di emergenza che sono il Pd e il Movimento delle 5 Stelle, alla testa del quale Beppe Grillo sta quanto meno faticando a insediare davvero Giuseppe Conte.

Pur o proprio perché partecipe dell’aggravamento della crisi della giustizia procurata dal passaggio dei grillini al Ministero della Giustizia con Alfonso Bonafede, arrivatovi nel primo governo Conte gialloverde, a partecipazione cioè anche diretta di Salvini come vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, il leader leghista si è convinto che solo passando la parola agli elettori con un po’ di quesiti referendari, come ai tempi appunto di Pannella, potranno essere mosse davvero le acque. Per la raccolta delle 500 mila firme necessarie entro il 30 settembre ad azionare il ricorso alle urne referendarie nella prossima primavera egli ha scelto come compagni di strada, esperti in materia, proprio gli eredi di Pannella: i radicali di Maurizio Turco, Rita Bernardini e altri.

Sotto minaccia di abrogazione sono, in particolare, le norme che impediscono una vera separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, una vera responsabilità civile dei magistrati che sbagliano, autorizzata dalla stragrande maggioranza degli elettori con un referendum nel 1987 ma evasa da un’altra disciplina dopo qualche mese, e la cosiddetta legge Severino della fine del 1992. Che è rimasta celebre soprattutto per l’uso fattone nel 2013 espellendo dal Senato Silvio Berlusconi: il maggiore, o fra i maggiori contribuenti italiani condannato per frode fiscale da una sezione estiva della Cassazione in relazione a fatti precedenti a quella legge, applicata pertanto retroattivamente, e per giunta con votazione palese disposta dall’allora presidente dell’assemblea Pietro Grasso.

Neppure a quella legge, visto l’uso cui si è prestata pur nella mobile finalità della lotta alla corruzione, la politica è riuscita in questi anni ad apportare una modifica. Anzi, sempre in nome della lotta alla corruzione è stata introdotta la prescrizione brevissima, che muore con la prima sentenza di giudizio, lasciando l’imputato teoricamente a vita sia come condannato sia come assolto ma con sentenza impugnata dall’accusa.

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