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Salvini, Spadaro e Cartabia. Girotondo (a sorpresa) fra politica e simboli religiosi

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Il corsivo di Andrea Mainardi

 

C’è un involontario rovescio ironico in questa afosa crisi di governo. Che si infila diritto allo storytelling preteso dai protagonisti in maniera inedita (forse non così inedita) sull’uso politico dei simboli religiosi.

I rosari di Matteo Salvini, manifestamente baciati nelle piazze e nell’aula di Palazzo Madama, dove nel mentre il senatore Pillon esponeva una croce in violazione del regolamento parlamentare. La cronaca riferisce delle non dimenticate immaginette di Padre Pio del premier Giuseppe Conte mostrate a suo tempo a favore di telecamera; o i bacioni di Di Maio alla reliquia di San Gennaro allungatagli dal cardinale Sepe. Le – dell’altro giorno citazioni evangeliche dell’altro Matteo (Renzi) in Aula – imprecise fino a farne un quinto evangelio nell’attribuire a Cristo parole sul freddo che non risultano – sono irrompenti e certamente inedite in un dibattito parlamentare.

Un caravanserraglio di mistiche imprese. Incomprensibile, dato che i temi “cattolici” sono usciti dalle agende di governo da un po’. Gli antichi principi non negoziabili diversamente articolati su più punti della stagione Ruini si sono riassunti in uno. E uno solo: importante, sensibile ed evangelico fino alla lettera. Ma uno. L’accoglienza dei migranti.

Salvini per quello sventolare corone e proclamare appelli alla Madonna è da mesi attaccato dalla Chiesa che conta. Matteo Matzuzzi sul Foglio con efficace sintesi ha definito la posizione come “Governo Spadaro”. Il gesuita direttore di Civiltà Cattolica che sussurra al Papa e che di migranti twitta e di Salvini pure. Attaccandolo ogni due per tre.

Sinistra e Pd ironizzano l’improvvisa devozione di Matteo da Milano. Di chi è nato nell’alveo del dio Po. Sono passati trent’anni da quando il fondatore della Lega Nord, Umberto Bossi, dava dell’extracomunitario a Giovanni Paolo II. Salvini oggi tira dalla sua anche riferimenti al Papa polacco. Lo ha fatto anche in Senato.

L’ultimo retroscena manda in pagina il nome di un prossimo governo istituzionale M5s-Pd con Marta Cartabia premier. Al netto della regola aurea secondo la quale i primi nomi pronunciati sono i primi ad essere bruciati tra elzeviri e mediazioni, e che i totopremier sono più inattendibili delle previsioni del tempo, in questo contesto anche solo tirare per la gonna la vicepresidente della Corte costituzionale mentre si richiamano i cristiani a occuparsi di sacrestie fa un poco straniante.

Cartabia, con buona pace di chi in queste ore lamenta una possibile consegna dello Stato alla Magistratura, non è magistrato. Proviene dalla carriera universitaria come apprezzata docente di Diritto costituzionale. Alla Consulta la chiamò nel settembre 2011 Giorgio Napolitano. Pochi giorni prima l’allora inquilino del Colle era a Rimini, anche per inaugurare una mostra al Meeting di Cl sui 150 anni dell’Unità d’Italia curata, tra gli altri, dalla ancora per poco docente universitaria. Prof stimata nella galassia di Comunione e liberazione – al Meeting è intervenuta più di dieci volte –; a lungo ha scritto interventi per il Sussidiario.net di Giorgio Vittadini, il deus ex machina della linea politico-economica del movimento cattolico. La coincidenza tra incontro Meeting e nomina presidenziale è avallata sullo stesso quotidiano online da Andrea Simoncini, costituzionalista ciellino, renziano della prima ora. Nel 2014 Cartabia è nuovamente promossa e diventa vicepresidente della Consulta.

Non è reazionaria, come qualcuno la dipinge sui social. Si è occupata di nuovi diritti e in maniera forte e chiara. Ha il difetto di essere una laica cattolica non laicista rappresentante delle istituzioni. Che difende una laicità positiva. Come si diceva ai tempi.

Cartabia ha sempre difeso la positiva laicità dello Stato e per questo il diritto di cittadinanza dei simboli religiosi nello spazio pubblico. Nel 2011 ai margini del dibattito europeo sulla legittimità del crocifisso nelle scuole, dettava: “Nella cultura contemporanea due sono gli elementi che neutralizzano la religione, spingendola ai margini della vita sociale. Il primo è una concezione della persona totalmente autonoma, autosufficiente, autodeterminata. La parola libertà – anche libertà di religione – è ridotta all’idea di autodeterminazione. Per un individuo così concepito la dimensione religiosa appare estranea e persino minacciosa, perché mette in campo una dipendenza e un rapporto con il mistero che pare contraddire l’autonomia individuale. Il secondo è il risvolto istituzionale di questa concezione antropologica ed è costituito dall’idea di istituzioni neutre, distaccate e indifferenti rispetto al fattore religioso. Molte forme di secolarismo si basano su questa concezione. In vero la loro presunta neutralità facilmente scivola in una forma di sottile e sofisticata ostilità al fattore religioso, tipica dell’occidente contemporaneo”. Coerentemente, la Consulta non ha solo difeso simboli cristiani, ma anche spazi di libertà necessari per tutte le confessioni. Compreso l’Islam.

Appena ieri il presidente dei vescovi italiani, Gualtiero Bassetti, è sembrato indicare una linea differente. Rispondendo sui ripetuti riferimenti ai simboli religiosi in Senato durante il dibattito seguito all’intervento del premier Conte, ha così riassunto: “La religiosità si esprime in chiesa e nei luoghi della fede”. Il confronto delle sue affermazioni con quelle della costituzionalista che rivendica uno spazio pubblico all’esperienza religiosa è inevitabile.

Cartabia ha difeso i crocifissi. Dopo il primo ko, quando l’Italia riesce a ribaltare la condanna europea per i crocifissi negli spazi pubblici, lei chiosa: “Il passo compiuto è significativo perché sposta la discussione dal piano dello scontro astratto tra valori, che simboleggia lo scontro di civiltà, a quello della ricerca di una soluzione ragionevole e rispettosa per tutti”. Aveva argomentato: “La vicenda del crocefisso sembra aver risvegliato una coscienza della società civile prima sonnolente. La condanna dell’Italia da parte della Corte europea nel 2009, infatti, ha provocato una reazione molto sentita. Da quel momento si è messo in moto un fermento che ha un che di nuovo”.

Ricorda la posizione del professor Joseph Weiler, che aveva osservato alla Corte che nel contesto attuale le maggiori divisioni non sono quelle che separano le persone appartenenti a diverse religioni, ma piuttosto quelle che contrappongono i laici “militanti” e i credenti. “In questo contesto, uno Stato che assume un’iconografia laica non è affatto neutrale, ma di fatto sostiene una delle visioni in campo, quella laica, appunto. Dunque, non c’è via d’uscita: se lasciare i simboli religiosi può generare la percezione che lo Stato si identifichi con una confessione religiosa, toglierli può generare la percezione che lo Stato militi a favore di una visione del mondo laica, senza Dio”.

In un libro del 2007, Cartabia denunciò il “colonialismo” della corte di Giustizia europea di Lussemburgo: “La parola colonialismo è volutamente provocatoria per attirare l’attenzione su un problema che in Italia non era avvertito. Si guardava sempre alle istituzioni europee come alle depositarie del progresso civile. Si può pensare che la Corte di Strasburgo sia stata contagiata da quella tendenza.Per quali motivi? La riduzione, nelle sentenze, del margine di apprezzamento dei singoli stati ed il numero esorbitante di casi pendenti: 120mila. Un fattore quest’ultimo che può dipendere anche dall’esterno, cioè dall’esplosione della mentalità dei diritti individuali. Si tratta in ogni caso di un fattore che denota un’anomalia e che desta preoccupazione sia per la qualità delle decisioni della Corte sia per il dilatarsi dei tempi di giudizio. Ma anche i magistrati italiani sembrano favorire lo sviluppo del fenomeno…”.

Ce ne sarebbero tante. Da costituzionalista (non magistrato), probabilmente arriccerebbe il naso di fronte all’ostentazione di simboli religiosi in un’Aula parlamentare, dove da regolamento non sono ammessi. Ma di certo il suo curriculum non sembra così ostile ad una laicità positiva che non censura il binomio cristiano di “presenza e testimonianza”. Abbastanza bizzarro che i laicissimi Pd e M5s, così indignati con chi cerca di interpretare uno spirito di popolo – magari per tornaconto politico, non è dato e non si vuole sapere – la immaginano ora come profilo di candidata premier in pectore.

Intanto Francesco Occhetta, gesuita scrittore di quella Civiltà Cattolica diretta da padre Spadaro, il più netto oppositore alla Lega, la benedice Scrive su Facebook: “Potrebbe essere un’ottima candidata a Palazzo Chigi, (…) Persona colta, fidabile e affidabile, non appartiene a partiti ma ha un’ampia visione politica”.

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