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Salvini sta davvero affondando la Lega?

Meloni Centrodestra

La nota di Paola Sacchi

 

Dall'”uomo che ha salvato la Lega”, come titolava pochi anni fa un giornale di area di centrodestra, all’uomo “nero”, dipinto dal mainstream mediatico di sinistra praticamente come la causa di tutti i guai italiani. Ora lo stesso mainstream mette Matteo Salvini, con la sua Lega rimasta terzo partito, nonostante il sorpasso anche al Nord di FdI, seppur non stratosferico (Lega 15 per cento circa, con 21 sindaci tra riconferme e nuovi, gli altri andati al ballottaggio in località significative) sullo stesso piano del vero crollo, da polvere di stelle, pentastellato a guida Giuseppe Conte (più o meno un 2 per cento a queste Amministrative).

La vittoria del centrodestra (di governo e di opposizione), secca al primo turno in grandi città come Palermo, strappata in incredibili e inquietanti condizioni nell’organizzazione dei seggi, viene oscurata a vantaggio della sconfitta dell’alleanza giallo-rossa, Pd-5s, dove il Pd resta in piedi, con il suo più o meno 20 per cento, ma l’alleato pentastellato si dissolve. Sotto tutti i riflettori però c’è Salvini, l'”uomo nero”, che, come segnala una nota di Via Bellerio, qualche risultato lo strappa anche al Sud: “A Messina la lista ‘Prima l’Italia’, l’unica formazione di centrodestra ad aver sostenuto il sindaco vincente, è sopra il 5 per cento; a Palermo la stessa lista ha superato il 5, a Catanzaro il 6”. Si dirà, piccole cifre. Ma inimmaginabili solo pochi anni fa.

Il punto è che il “peccato originale” imputato a Salvini è l’aver reso la Lega nazionale, sfondato il “muro” del Po, aver espugnato il fortino rosso dell’Umbria, dove è stato l’autore principale del clamoroso cambio, pur con il concorso di giovani sindaci come Andrea Romizi (Forza Italia) a Perugia, ed essersi spinto fino al profondo Sud. “Peccato originale” perché, dopo la crisi di FI, la tempesta giudiziaria perfetta abbattutasi su Silvio Berlusconi, estromesso dalla politica con l’applicazione retroattiva della legge Severino, alla sinistra tutta, compresa quella rosa di Matteo Renzi (celebre il suo “game over” sul Cav, accompagnato anche da battute ironiche seppur più soft dello stesso premier di allora Enrico Letta), faceva comodo una Lega che rimanesse confinata al Nord, ormai ridotta a poco più del 3 per cento, il baratro dal quale Salvini l’ha salvata, fino a vette dell’oltre 30 per cento.

L’ex ragazzo di Via Bellerio, quello che nei ’90 e primi 2000 se ne andava in giro con in macchina secchi di colla (stile Umberto Bossi degli esordi), manifesti, volantini, 10 mercati in una mattinata, poi cambio d’abito, messo su una stampella in auto, per andare in consiglio comunale a Milano, che da giornalista professionista lanciò “Radio Padania”, era ritenuto una creatura politica utile ma un po’ strana anche tra gli stessi maggiorenti leghisti di allora. L’unico che alla sottoscritta, inviata politica anche di Lega allora per Panorama (Gruppo Mondadori), che accese i fari su Salvini fu l’ex capogruppo della già Lega Nord alla Camera Marco Reguzzoni, bossiano di ferro. Che disse: “Guarda che quello (Salvini ndr) è l’unico di noi che è riuscito a sfondare a Milano anche tra i ragazzi bene di Via della Spiga”. Nonostante la narrazione mediatica la Lega non è mai stata fortissima in tutta Milano.

Il segretario leghista è stato sempre un leader movimentista, un leader-giornalista, si potrebbe dire, abituato ad accendere i riflettori sull’evento del giorno, come uno scoop politico, una sorta di “buco”, si dice in gergo giornalistico, da dare da politico agli avversari politici su temi da loro trascurati: dalla sicurezza alla crescente immigrazione incontrollata, all’Europa burocratizzata. Insomma, non un leader ingessato in ufficio in giacca e cravatta, ma un politico itinerante, non avvezzo ai riti del “politichese”, ma in pianta stabile su quel territorio la cui assidua frequentazione da Bossi in poi è stata sempre il fiore all’occhiello leghista. Un leader senza intermediazioni “politichesi”, non nato con i social che però poi ha ampiamente utilizzato abbinandoli sempre al territorio. Un leader senza il linguaggio paludato di Conte, cui viene sempre accostato inappropriatamente anche per le opposte visioni politiche, nonostante la breve alleanza di governo, e Luigi Di Maio, quei Cinque Stelle nati con l’obiettivo di rinnovare radicalmente la “vecchia” politica. Anzi, disse Grillo: aprire il parlamento come “una scatola di tonno”.

Salvini resta in piedi, i Cinque Stelle si dissolvono. Il leader leghista si mosse con il suo schema movimentista anche nei tanto criticati giorni del Quirinale, fino a presentarsi direttamente a casa di Sabino Cassese. Il più grande scandalo tra i tanti scandali contestatigli dai politicamente corretti. Certamente non furono mosse ortodosse secondo il vecchio canovaccio di un Palazzo però a rischio crescente di sconnessione dalla realtà. Certamente Salvini ha fatto anche errori, ma altri leader ritenuti più “affidabili”, a giudicare dai loro numeri da prefisso telefonico, no?

Poi, però si arriva al secondo “peccato originale” di Salvini, quello di essere entrato nel governo Draghi di emergenza nazionale, essersi “sgrugnato” con le questioni di governo, quelle che incidono sulla vita degli italiani, senza restare nelle piazze a protestare. Cosa che mandò in tilt il Pd. Salvini ha cercato e cerca di tenersi in un acrobatico equilibrio tra lotta e governo, per non lasciare il campo libero a una sinistra pro-tasse, ai Cinque Stelle pro assistenzialismo e scelte ambientaliste ideologiche che paghiamo pesantemente oggi dopo la guerra della Russia all’Ucraina. L’acrobatico equilibrio del “capitano” genera sicuramente anche malumore nella cosiddetta “base” delle valli del Nord, malumori anche in parte della dirigenza leghista più ortodossa che però, nonostante l’eterna “telenovela padana” di carta mainstream, sa che dell’ex ragazzo di Via Bellerio fare a meno non può. Resta “l’uomo che ha salvato la Lega” e che, come assicurano ai piani molto alti della Lega, “detiene ancora tutto il pacchetto dei voti. Le liste per le Politiche le fa lui, il resto chiacchiere di giornali”.

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