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Salvini

Meloni, Salvini e Tajani fra Lampedusa, Europee e Draghi

I dossier più caldi per il governo Meloni. La nota di Paola Sacchi

Il più duro è Matteo Salvini, che comunque riconosce al premier Giorgia Meloni di aver fatto l’impossibile in questi mesi per fermare gli sbarchi. In un incontro con i giornalisti della Stampa estera Salvini individua nella drammatica situazione di Lampedusa non solo il fallimento della Ue sull’immigrazione, con la mancata attuazione degli impegni presi con l’Italia, e il fallimento della politica fin qui perseguita con una alleanza con il Pse, che “porta a culle vuote e barchini pieni”. Ma denuncia anche un “atto di guerra”, ad opera di “bande criminali”, con “una regia dietro” (“l’intelligence” ci dirà) per mettere in difficoltà, afferma, “il governo di centrodestra”.

Anche il premier Giorgia Meloni, che stavolta sembra inseguire il suo vicepremier – che sul tema Ue e alleanze da giorni si è rimesso al centro, invitando a sorpresa Marine Le Pen a Pontida domenica prossima – fa critiche forti alla UE e alla mancata concreta attuazione degli impegni presi, carenze aggravate dalle nuove chiusure di Francia e Germania.

Ma mentre Meloni ribadisce la sua linea, già riaffermata l’altro ieri all’assemblea nazionale di FdI di cui è presidente, secondo cui vanno fermate essenzialmente le partenze (cosa sulla quale è comunque d’accordo Salvini), il suo vicepremier e ministro delle Infrastrutture-Trasporti, nonché leader leghista, si differenzia sul fatto che, a suo avviso, l’emergenza deve essere affrontata non solo a monte ma anche a valle. E, quindi, rafforzando, al tempo stesso, quella linea dei decreti sicurezza che da ministro dell’Interno lo portò a ridurre drasticamente il numero degli sbarchi.

Salvini, come si sa, ci ha “guadagnato”, come lui stesso più volte con amara ironia ha stigmatizzato, una serie di processi, di cui uno (Open Arms) è ancora in corso e vedrà la prossima udienza a Palermo proprio domani 15 settembre, due giorni prima di Pontida. Meloni è molto dura con la Ue. Ma stavolta sembra giocare di rimessa, di fronte al pressing di Salvini, con al centro la necessità, a parere del leader leghista, di riaffermare il centrodestra a livello anche europeo con l’inclusione di Marine Le Pen (“È leader del primo partito francese, non vedo perché ci debbano essere discriminazioni”, ribadisce) e l’Afd tedesca. Pur ricordando, il leader leghista, che il suo partito è di identità federalista e autonomista, non di destra.

Secondo la narrazione mediatica anche dei giorni scorsi, la dialettica interna alla maggioranza in vista delle Europee sarebbe solo tra i “duellanti” o meglio ” i litiganti” Salvini e l’altro vicepremier Antonio Tajani, ministro degli Esteri e segretario di Forza Italia, nettamente contrario con il presidente del Ppe, Manfred Weber, di cui è vice, alle alleanze che vuole Salvini. Mentre Meloni non si è ancora ufficialmente espressa. Ma gli eventi drammatici di Lampedusa in realtà fanno chiaramente emergere che più che di “duellanti”, si tratta, per usare un termine forzato, di “triellanti”.

La partita in forme e posizioni con sfumature e approcci diversi è, insomma, tra tutti e tre I partiti di governo, che con il proporzionale dovranno, inevitabilmente, sfidarsi alle Europee, misurare sul campo gli equilibri di forza interni alla coalizione. Tajani ieri, con la presidente del Parlamento Europeo Roberta Metsola, anche lei del Ppe, ha duramente sollecitato la Ue a prendersi la responsabilità di una politica comune sul controllo dell’immigrazione. Una politica che non lasci più sola l’Italia, i cui confini sono non solo italiani ma innanzitutto europei, come Salvini e Meloni hanno sempre sottolineato. Ma Tajani afferma anche di non sapere a cosa si riferisca Salvini quando parla di lavoro dell’Intelligence sulla causa di questa esplosione del fenomeno degli sbarchi. Che non può essere attribuito per Salvini solo ai drammi della Libia, del Marocco e della crisi subsahariana.

Salvini si chiede perché solo l’Italia sia soprattutto sotto tiro, mentre non sono così particolarmente prese di mira con gli arrivi Spagna, Grecia, Malta. Liquidare ora le preoccupazioni, confermate dai fatti, del vicepremier, ministro e leader leghista con la solita narrazione demonizzante nei suoi confronti non aiuterebbe a capire cosa sta davvero accadendo. E non sarebbe giusto nei confronti di un ex ministro dell’Interno che gli sbarchi li fermò davvero, rischiando ora 15 anni di carcere. Peraltro sarebbe davvero non rispettoso soprattutto della tragedia di Lampedusa, dove ha perso la vita un neonato di 5 mesi, che le opposizioni individuino nella fisiologica dialettica in atto nella maggioranza sulle misure da prendere sull’emergenza anche l’avvio della corsa elettorale per le Europee.

Ovviamente questa è sullo sfondo e riguarda però la discussione interna sulle alleanze nella Ue. Ma il Pd, Iv e 5 stelle ora già accusano il governo, a cominciare dal premier Meloni, di non aver fatto nulla di concreto, come se dipendesse dal premier, Salvini e Tajani la drammatica crisi subsahariana che ha fatto esplodere la Tunisia, da dove parte la maggioranza degli sbarchi. E questo per giunta dopo che è stata all’opposto la sinistra a non far niente, perseguendo di fatto in anni e anni di governo esclusivamente la politica della piena accoglienza. Meloni a Tunisi ha portato pure la presidente della commissione UE, Ursula von der Leyen, coinvolgendo l’Europa su aiuti anche economici.

Ma, intanto, sui nuovi assetti europei, rispunta il nome di Mario Draghi incaricato di un ruolo relativo al tema della competitività del Continente. Osservatori maliziosi ci vedono una mossa che eviterebbe a Draghi di diventare successore di von der Leyen. Sul nuovo ruolo di Draghi si registra una differenza tra Meloni che ne dà un giudizio molto positivo, mentre Salvini mostra una certa freddezza sull’ex premier e ex presidente della Bce. Ma Draghi, a sua volta, non si dimostrò molto generoso con il leader della Lega. Eppure, Salvini, a differenza di Meloni, aderì con FI all’appello del Capo dello Stato a tutte le forze politiche per la formazione di un governo di emergenza nazionale di fronte della pandemia, pagando il suo atto di responsabilità inevitabilmente anche in termini di consensi.

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