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Perché la Russia non vuole la pace con l’Ucraina. Report Foreign Affairs

Un saggio di Foreign Affairs, firmato da Seva Gunitsky e Jeremy Morris, smonta il mito che Putin continui la guerra solo per capriccio o geopolitica. I due studiosi dimostrano che ormai la macchina bellica è diventata il motore economico e sociale della Russia.

La Russia ha spinto l’acceleratore sulla produzione bellica a un punto tale che la guerra non è più una scelta politica reversibile, ma il motore stesso dello Stato.

Smantella parecchi luoghi comuni occidentali il saggio “The Inertia of Russia’s War: Why Putin Can’t End the Conflict”, firmato da Seva Gunitsky e Jeremy Morris sulle pagine di Foreign Affairs. I due autori conoscono a fondo la società e le dinamiche dell’ex blocco sovietico. Seva Gunitsky è professore associato di scienze politiche all’università di Toronto ed esperto di regimi autoritari. Jeremy Morris è professore di studi globali all’università di Aarhus ed etnografo specializzato in Russia post-sovietica.

Di solito si pensa che l’invasione dell’Ucraina vada avanti solo per le ambizioni imperiali di Vladimir Putin o per i disegni geopolitici del Cremlino. Eppure i due studiosi mostrano qualcosa di diverso e più profondo: un meccanismo che ormai viaggia da solo, dove il conflitto plasma la vita quotidiana, le banche e le istituzioni ormai estranee a un orizzonte di pace.

LA GUERRA COME SPINA DORSALE DELLA RUSSIA

L’impalcatura pubblica russa è cambiata da cima a fondo, spostando l’asse di gravità delle sue funzioni. L’analisi del bimestrale newyorkese mette in chiaro che l’aggressione militare non è una questione confinata al fronte, ma la spina dorsale del paese. Intorno a questa transizione è nata un’economia e una rete di potere interno in cui deporre le armi non significa affatto riaprire le porte alla vecchia normalità, bensì rischiare un terremoto politico dai risvolti imprevedibili per chi governa.

Putin si trova così nella curiosa e difficile posizione di essere ostaggio del mostro che ha creato: una forza d’inerzia che rende la fine delle ostilità un azzardo politico quasi impossibile da pagare.

IL CIRCOLO VIZIOSO DELL’ECONOMIA DI DIFESA

Riorganizzare le fabbriche per rifornire i reparti al fronte ha finito per drogare i conti della Russia. I fiumi di rubli iniettati dallo Stato nella produzione di munizioni e armamenti spingono all’insù il Pil, offrendo una facciata di solidità che copre crepe strutturali molto serie. Dietro questa crescita artificiale si muove una nuova leva di imprenditori e speculatori che fa profitti enormi solo grazie alle commesse del ministero della Difesa.

Se i combattimenti dovessero cessare di colpo, questo castello di carte dirigista verrebbe giù all’istante: migliaia di imprese dell’indotto si ritroverebbero senza ordini, aprendo la strada a una recessione pesantissima dovuta al blocco improvviso degli stimoli statali.

I bilanci delle amministrazioni locali e persino le economie sommerse dei territori più depressi della federazione sono ormai tarati sulla spesa bellica. Nelle province storicamente povere, osservano i due autori, i generosi salari garantiti dalle fabbriche d’armi e i cospicui indennizzi versati in caso di morte o invalidità al fronte hanno garantito a milioni di famiglie i primi reali aumenti di reddito da un decennio a questa parte. Una pace improvvisa distruggerebbe questo inatteso benessere periferico, tramutandosi in un boomerang per la stabilità sociale e probabilmente innescando proteste capaci di ribaltare gli equilibri a livello centrale.

IL NODO DEI REDUCI E IL PARADOSSO TERRITORIALE

Due ulteriori aspetti spesso sottovalutati da tanti osservatori emergono guardando alla società. L’ipotesi di congelare il conflitto apre due fronti caldi per la sicurezza russa. Da un lato c’è l’enorme incognita del ritorno a casa di centinaia di migliaia di soldati. Reinserire nella vita civile uomini segnati dai traumi della trincea e abituati alla violenza rischia di incendiare le città, soprattutto in un mercato del lavoro privato dei ricchi ingaggi garantiti dall’esercito. Dall’altro, la propaganda di guerra permanente è lo strumento perfetto per silenziare l’opposizione, visto che ogni critica viene bollata come tradimento della patria.

MARGINI DI MANOVRA LIMITATI PER LA LEADERSHIP

C’è poi lo scoglio costituzionale delle quattro province ucraine formalmente annesse: per la dottrina di Mosca, fermarsi senza averne il controllo militare completo significherebbe cedere territori nazionali, uno smacco intollerabile per l’ala nazionalista che farebbe a pezzi la narrazione del trionfo finale.

Il saggio di Foreign Affairs mette in luce come questa nuova gerarchia sociale e politica, nata dal sangue e dai sussidi, limiti di fatto i margini di manovra della leadership. Per i governi alleati dell’Ucraina, per i popoli europei tutti, l’analisi lancia un monito chiaro: la deterrenza deve fare i conti con un avversario strutturalmente modificato, per il quale i rischi legati alla fine delle ostilità superano ormai i costi di un logorante conflitto d’attrito.

Questo spiega perché Putin, nonostante le dichiarazioni di facciata, non abbia vere intenzioni di aprire un tavolo di trattative di pace che giunga a un risultato concreto. E perché l’ipotesi di una guerra infinita, anche senza prospettive di una vittoria vicina, possa apparire per gli strateghi del Cremlino (finora non apparsi particolarmente acuti) il male minore.

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