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Perché Cina e Russia non aiutano tanto l’Iran?

Gran parte delle risorse militari della Russia è assorbita dalla guerra in Ucraina, mentre la Cina privilegia i legami economici ed evita il coinvolgimento diretto nei conflitti. L'analisi di Alexander Gabuev e Temur Umarov (Carnegie Politika) tratta da Appunti.

Il regime di Teheran è stato portato sull’orlo del collasso da pochi giorni di attacchi condotti dagli Stati Uniti e da Israele. In una situazione simile, l’Iran avrebbe tratto enorme beneficio dal sostegno dei suoi alleati: in particolare di quelli dell’asse autoritario spesso definito “CRINK” (Cina, Russia, Iran e Corea del Nord), che si oppone all’ordine internazionale guidato dalle democrazie.

Eppure né Mosca né Pechino hanno offerto un sostegno concreto, limitandosi a criticare pubblicamente gli Stati Uniti e Israele. Se la passività della Russia può essere spiegata con il suo impegno nella guerra in Ucraina, l’aspettativa che la Cina potesse intervenire militarmente a sostegno di Teheran è sempre stata fuorviante. La Cina non è la “nuova America” e ha un’idea molto diversa di come esercitare potere nel mondo contemporaneo.

Russia e Cina sono senza dubbio i due partner più importanti dell’Iran.

I rapporti tra Mosca e Teheran si sono rafforzati in modo particolare durante la guerra in Ucraina, con le sanzioni occidentali che hanno creato le condizioni per una cooperazione reciproca. Dall’invasione su larga scala dell’Ucraina nel 2022, i due Paesi hanno scambiato numerose visite ufficiali di alto livello, firmato un accordo di partenariato strategico e rafforzato i legami militari.

Mosca ha acquistato da Teheran sistemi d’arma per oltre 4 miliardi di dollari, soprattutto droni kamikaze Shahed. In cambio, la Russia ha venduto all’Iran aerei da addestramento, elicotteri d’attacco, veicoli blindati e fucili.

I due Paesi hanno inoltre cercato insieme modi per aggirare le sanzioni occidentali e hanno condiviso competenze nelle tecnologie di sorveglianza. Nel 2023 l’Iran ha firmato anche un accordo di libero scambio con l’Unione economica eurasiatica guidata dalla Russia.

I rapporti stretti tra Iran e Cina risalgono a un periodo ancora precedente. Durante un tour in Medio Oriente nel 2016, il leader cinese Xi Jinping compì una visita di Stato a Teheran, durante la quale i due Paesi firmarono un accordo di partenariato strategico. Nel 2021 elaborarono inoltre un piano venticinquennale in base al quale Pechino si impegnava a investire 400 miliardi di dollari in cambio di forniture ininterrotte di petrolio iraniano.

Iran, Russia e Cina hanno anche sviluppato formati di cooperazione trilaterale. Dal 2019 conducono regolarmente esercitazioni navali congiunte (note come Maritime Security Belt) e spesso assumono posizioni simili sulle questioni globali. Il coordinamento è diventato più semplice dopo che l’Iran è entrato nelle organizzazioni internazionali guidate da Mosca e Pechino: l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai nel 2023 e il gruppo dei BRICS l’anno successivo.

Nonostante questo, nel momento di massimo bisogno dell’Iran, né la Russia né la Cina sono intervenute in modo deciso, diretto e inequivocabile. Secondo alcune fonti, Mosca avrebbe fornito dati di puntamento per attacchi iraniani contro navi e aerei statunitensi: se confermato, potrebbe essere interpretato come una risposta del Cremlino alla massiccia assistenza di intelligence fornita dagli Stati Uniti all’autodifesa ucraina negli ultimi quattro anni, che ha contribuito alla morte di migliaia di militari russi.

Dal lato cinese, invece, non è emersa alcuna assistenza sostanziale — o quantomeno nulla di paragonabile alle mosse russe è stato finora rivelato dal governo statunitense. Mosca e Pechino hanno criticato la campagna di attacchi di Washington e chiesto una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ma questi gesti appaiono chiaramente sproporzionati rispetto alla profondità delle relazioni trilaterali sviluppate negli anni.

Per quanto riguarda la Russia, tutti i suoi sistemi moderni di difesa aerea S-400, così come aerei e missili che potrebbero essere utili all’Iran, sono necessari per la guerra in Ucraina. Inoltre il Cremlino è ancora impegnato in negoziati con Washington, e un’escalation in Medio Oriente metterebbe a rischio quel processo.

Alcuni ritengono che, se la Cina aspira a diventare la “nuova America”, dovrebbe trattare i suoi partner iraniani come Washington tratta i propri alleati. Ma i tempi sono cambiati. Quando gli Stati Uniti divennero una potenza globale, il contesto era completamente diverso. Washington espanse il proprio ruolo internazionale durante la Guerra fredda con l’Unione Sovietica, che richiese la creazione di una rete di alleanze mobilitabili contro un blocco di nemici chiaramente definito. Per conquistare nuovi partner, gli Stati Uniti offrirono incentivi allettanti, tra cui garanzie di sicurezza.

Quel modello oggi non funziona più. Il mondo non è più diviso in blocchi contrapposti; i processi geopolitici si svolgono rapidamente e simultaneamente; le economie sono interconnesse; e le tecnologie facilitano interferenze negli affari interni degli Stati.

Per gli Stati Uniti è ormai troppo tardi per ritirare le garanzie di sicurezza offerte ai propri alleati: farlo provocherebbe un danno reputazionale enorme. Ma la Cina non ha mai fornito garanzie di questo tipo e — osservando le difficoltà attuali di Washington — non ha alcuna intenzione di iniziare ora. Pechino, infatti, evita perfino il termine “alleato”, preferendo formule come “amicizia senza limiti” o “cooperazione strategica per tutte le stagioni”.

Non è la prima volta che la Cina evita di correre in soccorso di partner strategici in difficoltà: Pechino è rimasta sostanzialmente assente nel caso della Russia in Ucraina, del presidente venezuelano Nicolás Maduro, o del Pakistan nel suo conflitto con i talebani in Afghanistan. Ma questo non è necessariamente un segno di debolezza. Il sostegno militare a regimi amici non è mai stato un elemento centrale della strategia cinese per la leadership globale.

Un altro pilastro della politica estera cinese è la diversificazione. Pur valorizzando i rapporti con l’Iran, Pechino ha altri partner importanti in Medio Oriente, come l’Arabia Saudita, che fornisce alla Cina più petrolio dell’Iran. L’iniziativa Belt and Road cinese è stata integrata con il programma saudita Vision 2030, e i due Paesi hanno successivamente firmato un accordo da 50 miliardi di dollari.

Il volume degli scambi commerciali tra la Cina e alcuni Stati arabi — come gli Emirati Arabi Uniti — è quasi dieci volte superiore al commercio tra Cina e Iran. Pechino collabora inoltre con aziende di altre monarchie del Golfo: per esempio sta sviluppando con la società saudita ACWA Power un progetto solare da 1 miliardo di dollari in Uzbekistan.

Tutti questi progetti congiunti — così come i significativi rapporti con Israele — sarebbero messi a rischio se la Cina si affrettasse a fornire assistenza militare a Teheran, soprattutto considerando l’intensità con cui l’Iran sta attualmente bombardando i suoi vicini del Golfo Persico.

Infine, il presidente statunitense Donald Trump dovrebbe visitare Pechino ad aprile: la prima visita di un leader americano da quasi un decennio. Non sono attese svolte decisive, ma il valore simbolico dell’incontro sarà notevole. La Cina non vuole compromettere le relazioni con gli Stati Uniti a causa dell’Iran.

In questo momento la priorità di Pechino è attraversare la presidenza Trump senza una grande guerra commerciale o altre escalation. Naturalmente la Cina cercherà anche di consolidare silenziosamente il proprio vantaggio nell’estrazione delle terre rare, acquisire quanto più possibile know-how dalle tecnologie occidentali finché ne ha accesso e rafforzare la sostituzione delle importazioni, cui il piano quinquennale 2026-2030 attribuisce grande priorità.

Anche se il regime iraniano non dovesse sopravvivere ai bombardamenti statunitensi e israeliani, il suo eventuale successore non avrebbe altra scelta che continuare a relazionarsi con la Cina, che detiene quasi un monopolio nella fornitura di beni ad alta tecnologia ed è il principale acquirente del petrolio iraniano. Per Pechino sarà sempre molto più facile trovare un fornitore alternativo — per esempio la Russia — di quanto non lo sia per l’Iran trovare nuovi compratori. Senza contare che l’importanza del petrolio iraniano per la Cina diminuirà con lo sviluppo delle energie alternative.

Alla luce di tutto questo, la Cina non ha alcun motivo per farsi coinvolgere in una guerra regionale imprevedibile. Per Pechino è molto più razionale restare ai margini, consolidare la propria posizione ed evitare di sprecare risorse in questioni periferiche.

(Estratto da Appunti)

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