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Cambio di regime in Russia?

Quale sarà l'effetto Wagner nella guerra in Crimea? E in Russia ci sarà un regime-change? L'analisi di Francesco D'Arrigo, direttore dell'Istituto Italiano di Studi Strategici "Niccolò Machiavelli"

Da mesi è diventato evidente che Vladimir Putin ha perso la guerra e mancato in pieno l’obiettivo che si era prefissato: conquistare tutta l’Ucraina e cambiarne il governo, o almeno impadronirsi di tutte le quattro province aggiuntive che aveva preteso di annettere, avendo puntato tutto sulla ricostruzione dell’Impero russo. Quando il suo piano è fallito la sua leadership si è progressivamente indebolita, fino a risultare contendibile.

L’”operazione militare speciale” in Ucraina ha fatto saltare ogni equilibrio interno ed esterno, minando gli accordi tra le fazioni dominanti al Cremlino e dando spazio a diffidenza e tensioni tra il presidente russo ed i membri della sua cerchia originaria. Tensioni e scontri che si sono violentemente scaricate anche all’interno dell’FSB, il Servizio segreto russo, che negli scorsi mesi avevano già provocato destituzioni e arresti, e che l’inaspettato attacco di Prigozhin hanno pubblicamente fatto riesplodere, facendo riaffiorare le indiscrezioni su un possibile “regime change” al Cremlino.

Ci potremmo ritrovare di fronte ad un “regime change”?

Le motivazioni di questo colpo di Stato incompiuto potrebbero non essere mai chiarite del tutto, ma forse, fra qualche tempo capiremo se siamo di fronte ad una ennesima operazione maskirovka (di inganno) messa in atto dal Cremlino a livello strategico, come quella riuscita con successo sostenendo che non avrebbe attaccato l’Ucraina, respingendo con fervore i report delle agenzie di intelligence statunitensi che presagivano apertamente un’invasione. Potrebbe essere una manovra di deception per far riposizionare le milizie della Wagner in Bielorussia per attaccare l’Ucraina da Nord. Oppure se si tratta di una rivoluzione di palazzo, di un violento rimpasto di Governo, o dei preparativi per l’elezione di un nuovo leader alle elezioni presidenziali del 2024 (se si svolgeranno).

Che vi siano molti lati oscuri nel tentato blitz contro il Cremlino lo dimostra anche l’inchiesta immediatamente aperta e chiusa dal FSB contro il solo Prigozhin, con un’accusa derubricata “per aver organizzato una ribellione armata”.

“Nel corso delle indagini sul procedimento penale avviato dal dipartimento investigativo dell’FSB della Federazione Russa il 23 giugno ai sensi dell’articolo 279 del codice penale sulla ribellione ribellione armata – si legge nella nota del Servizio di Sicurezza – è stato stabilito che il 24 giugno i suoi partecipanti hanno interrotto le azioni direttamente volte a commettere un crimine. Tenendo conto di questa e di altre circostanze rilevanti per l’indagine – continua la nota dei Servizi di intelligence russi – il 27 giugno l’autorità investigativa ha emesso una decisione di chiudere il procedimento penale”.

Le indagini sono state chiuse, caso risolto! Ma per molti esponenti di spicco delle Forze armate russe (forse anche per il Gen. Sergej Surovikin) si sono aperte le celle di una location che da sempre fa tremare tutti i russi: la prigione di Lefortovo, oggi sotto la giurisdizione del Ministero della Giustizia russo e nota per le esecuzioni di massa e per gli interrogatori sotto tortura dei dissidenti politici durante la grande epurazione staliniana. Carcere progettato per esasperare l’isolamento e dove si trova attualmente rinchiuso anche il giornalista americano del Wall Street Journal Evan Gershkovich, pretestuosamente accusato di spionaggio.

Nel suo discorso alla nazione, il presidente russo ha parlato di “tradimento” senza accusare direttamente Prigozhin (facendo così intendere che potrebbero esserci molti altri traditori), e che l’esercito ha agito “in maniera chiara e coerente” durante le convulse ore di sabato scorso. Mistificando la storia per adattarla alla sua narrazione, ha fatto riferimento alla “pugnalata alle spalle” del 1917 che ha consegnato la vittoria al nemico comune nella Prima Guerra Mondiale. Un messaggio anche questo da interpretare, perché mentre tenta di celare l’attuale situazione di scontro interno alle Forze armate, contiene una verità incontrovertibile: nessuno Stato può combattere e vincere contemporaneamente due conflitti, uno contro un nemico esterno ed una guerra civile al proprio interno.

La guerra arrivata a casa dei russi per mano di Prigozhin potrebbe mettere fine alla guerra in Ucraina?

L’incertezza in Russia ha raggiunto livelli così elevati questa settimana, a causa dell’ammutinamento di Wagner, da far dichiarare al presidente Putin di aver impedito una guerra civile.

L’annunciato e poi sospeso assalto al cuore dello Stato di Prigozhin ha sicuramente innalzato il livello di preoccupazione della popolazione russa, nessun cittadino di Mosca prima del 23 giugno riteneva plausibile una minaccia militare endogena. Ma nonostante la censura ed il blocco di Internet, le TV hanno mostrato dal vivo che la guerra è arrivata anche a casa dei russi, nella capitale. Tutti hanno ricevuto l’ordine emanato per l’immediata proclamazione dell’”operazione anti-terrorismo” nella città e nella regione di Mosca e nella regione di Voronezh, nel sud del Paese. Operazione che prevedeva quattro misure principali per fermare l’avanzata delle milizie Wagner: la limitazione della circolazione delle persone e dei trasporti, il controllo o la limitazione delle comunicazioni, il diritto di perquisire persone e veicoli e, se necessario, evacuare la popolazione.

Timori che vengono alimentati anche in Occidente dalla propaganda filorussa, esasperando la narrativa e la guerra psicologica sull’uso delle armi atomiche, secondo cui un Putin indebolito potrebbe fare cose irrazionali per dimostrare la sua forza, minacciando di dover abbandonare la posizione della Russia come potenza nucleare responsabile, per contrastare una minaccia esistenziale. Ma se da un lato risulta difficile immaginare che il controllo del presidente Putin possa tornare ai livelli precedenti, in realtà, tutto il sistema di potere del Cremlino, i vertici militari e le fazioni discendenti dal comune progenitore Kgb, hanno molto da temere dagli sviluppi di questo ingarbugliato complotto messo in atto da Prigozhin. Capo della Wagner che continua a lanciare messaggi (senza video), che sarebbe stato avvistato in un hotel a Minsk protetto da imponenti misure di sicurezza. Avrà anche lui timore per la sua incolumità, e qualche difficoltà ad alloggiare in una camera senza finestre, oltre a dover evitare di bere tè e caffè.

Certamente i leader europei devono essere pronti ad ogni evenienza, potrebbero verificarsi molti eventi del “Cigno Nero”, alcuni positivi per l’Ucraina e l’Occidente, altri devastanti, come il sabotaggio della grande diga di Nova Kakhovka sul fiume Dnipro. Il potenziale collasso dell’esercito russo in Ucraina, o un repentino cambiamento all’interno della leadership Russa sono tutte possibilità che potrebbero verificarsi improvvisamente o simultaneamente. C’è il rischio che incidenti provocati da altri gravi attacchi o sabotaggi “false flag”, come il più volte minacciato danneggiamento della centrale nucleare di Zaporizhzhia.

Per fronteggiare questa situazione in rapida evoluzione, il presidente Biden ha avuto dei colloqui con i partner alleati europei e con il presidente ucraino Zelensky. Anche la Nato, mentre prepara il prossimo vertice in programma a metà luglio a Vilnius, aumenta la presenza militare nei Paesi alleati ed innalza la propria capacità di deterrenza, dopo che la Bielorussia ha annunciato che accoglierà il capo di Wagner, Prigozhin. “La Nato è pronta a difendersi da ogni minaccia proveniente da Mosca o Minsk, rafforzando le difese per proteggere tutti i suoi membri, in particolare quelli che confinano con la Bielorussia”, ha dichiarato il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Jens Stoltenberg ieri all’AIA.

Quindi non c’è spazio per malintesi a Mosca o Minsk sulla capacità e la determinazione della Nato a difendere gli alleati da qualsiasi potenziale minaccia, e questo indipendentemente dalle intenzioni di Wagner.

Nessuno si augura che la Russia torni ad essere un “failed State”, come lo è già stato dopo il crollo del comunismo, e l’Occidente non vuole che la Russia precipiti nel caos interno. Ma ciò non significa che un cambio ai vertici del Cremlino rappresentino una minaccia più grande della guerra scatenata nel cuore dell’Europa dalle ambizioni imperialistiche del presidente Putin e dal suo entourage.

Un cambio di regime al Cremlino non rappresenta un pericolo maggiore, un salto nel buio o un aumento dei rischi nucleari per l’Ucraina e l’Occidente, come cercano di far credere la dezinformacija e le narrazioni dei soliti noti filo-Cremlino in Italia, ma potrebbe essere il presupposto per l’inizio di negoziati di pace che portino alla fine dell’aggressione russa all’Ucraina. Negoziati che, oltre a far tacere le armi, dovranno definitivamente disinnescare l’insostenibile minaccia di Mosca alla pace ed alla sicurezza internazionale.

(2. fine; la prima parte si può leggere qui)

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