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Il doppio registro di Ruotolo su Emiliano e Toti

Il responsabile comunicazione Pd, Sandro Ruotolo, forcaiolo con Toti ma non con Emiliano, illumina inconsapevolmente il paradosso irrisolvibile della corruzione in politica. Il corsivo di Falconi

Meravigliosa conversazione, questa mattina a “Radio anch’io”, tra Giorgio Zanchini e Sandro Ruotolo. Affrontare la complessità della nostra epoca guardandola nella sua interezza è impossibile, ed è molto difficile farlo anche osservando avvenimenti aggrovigliati come quello della Liguria. Ma se si estrapolano dei singoli pezzetti della narrativa come questo c’è la possibilità di usarli come faro per illuminare il tutto.

Zanchini chiede a Ruotolo cosa pensi della Liguria e il responsabile comunicazione del Pd ovviamente risponde che Toti si deve dimettere subito. All’obiezione garantista per la quale non ci sono ancora sentenze definitive che attestino la colpevolezza del governatore ligure, anzi non ce n’è nessuna in assoluto, la risposta è sempre ovviamente che c’è però un problema etico: per esempio, la conversazione nella quale si parla delle mascherine per il Covid dicendo “abbiamo fatto briscola”. Il parallelo proposto è quello con i due cinici imprenditori che, all’epoca del terremoto, ridacchiavano al telefono pensando agli affari che ne avrebbero ricavato.

Dunque etica che prevale sulla giustizia. Si può essere d’accordo ma, allora – domanda Zanchini – “in Puglia?”. In Puglia no, risponde Ruotolo senza palesare imbarazzo, perché Emiliano non è indagato. Quindi a Bari torna la precedenza del dato giudiziario su quello morale, mentre a Genova è il contrario. La contraddizione è evidente quanto altrettanto evidentemente riconducibile al doppio registro usato da Ruotolo per il suo partito e per gli avversari.

Il sottosegretario Sisto di Forza Italia – garantista per posizione partitica e per cultura, essendo di professione avvocato – dice che questa è la “prevalenza della politica sulla Costituzione”, la quale, ci piaccia o meno, ì costringe a considerare innocente una persona sino alla sua definitiva condanna. Il che vuol dire, in Italia, aspettare decenni. Non ha del tutto torto Ruotolo quando obietta che questo vincolo non può diventare la dilazione sine die di qualunque scelta di pulizia nelle amministrazioni locali e nazionali.

C’è solo un minuscolo problema che sfugge al dibattito e che riguarda l’impossibilità di mantenere pulite persone che di mestiere devono maneggiare la sporcizia. La sporcizia intesa come potere, soldi, affari che provocano inevitabilmente attività di corruzione, concussione, collusione. Non esiste la possibilità, se non in una versione edenica e mitologica, di immergersi in realtà di questo tipo di attività senza sporcarsi le mani. E questo riguarda non i singoli leader ma tutti i partecipanti, noi cittadini, come emerso nei commenti più intelligenti delle settimane scorse dopo l’esplosione dello scandalo genovese.

La politica morale, secondo il liberalismo crociano, è solo quella competente, capace di fare le cose giuste anche se usando mezzi discutibili. E qui sta l’altro problema, che oggi in gran parte la politica si deve limitare a gestire scarse risorse, limitate e condizionate da movimenti globali – finanziari (soprattutto) ed economici, ma anche sociali e culturali, tecnologici e scientifici – contro cui non può quasi nulla.

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