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Cosa penso del caso Regeni

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“La verità sul massacro di Giulio Regeni è talmente palese da non avere bisogno di essere cercata; nonostante ciò, probabilmente, non sarà mai trovata”. Il commento dell’editorialista Giuliano Cazzola

 

La verità sul massacro di Giulio Regeni è talmente palese da non avere bisogno di essere cercata; nonostante ciò, probabilmente, non sarà mai trovata, perché di mezzo ci sono quelle “ragioni di Stato’’ che impediscono al governo italiano di rompere le relazioni diplomatiche con l’Egitto, nonostante l’evidente copertura che le istituzioni di quel Paese (compresa la magistratura) riservano ai loro Servizi segreti.

La recente presa di posizione — un processo in Italia sarebbe immotivato — della Procura generale egiziana è andata oltre il confine della decenza accreditando, nel suo comunicato, la tesi che imprecisate “parti ostili a Egitto e Italia vogliano sfruttare” il caso di Giulio Regeni “per nuocere alle relazioni” tra i due paesi. Ciò sarebbe provato dal luogo del ritrovamento del corpo e dalla scelta sia del giorno del sequestro sia di quello del ritrovamento del cadavere, avvenuto proprio durante una missione economica italiana al Cairo (guidata dal ministro Federica Guidi, la quale interruppe, dignitosamente e doverosamente, la visita per rientrare subito in patria).

La reazione della Farnesina ha messo in evidenza il consueto imbarazzo e l’impotenza di chi si sente costretto ad abbozzare, trovando ogni volta il modo di tirare il filo della protesta evitando di strapparlo. È ormai chiaro, però, che le mezze misure non bastano a compiere giustizia anche sul piano formale di un processo e di una condanna. E non ha più molto senso il palleggio tra le due procure, dopo quanto ha tentato di rifilarci quella egiziana, perché quando le menzogne sono tanto palesi, diventano anche spudorate.

La Procura di Roma ha concluso le indagini ed indicato – nome e cognome – quei funzionari ritenuti responsabili delle torture e dell’uccisione del giovane ricercatore italiano. Si vada avanti nel processo.

La disciplina della “contumancia’’ nel diritto processuale italiano è stata modificata ma restano norme inequivocabili: ‘’Se l’imputato, libero o detenuto, non è presente all’udienza e, anche se impedito, ha espressamente rinunciato ad assistervi, il giudice procede in sua assenza (….) il giudice procede altresì in assenza dell’imputato che nel corso del procedimento abbia dichiarato o eletto domicilio ovvero sia stato arrestato, fermato o sottoposto a misura cautelare ovvero abbia nominato un difensore di fiducia, nonchè nel caso in cui l’imputato assente abbia ricevuto  personalmente la notificazione dell’avviso dell’udienza ovvero risulti comunque con certezza che lo stesso è a conoscenza del procedimento o si è volontariamente sottratto alla conoscenza del procedimento o di atti del medesimo’’.

Volendo ci sarebbero metodi più sbrigativi, a cui è ricorso e ricorre uno Stato democratico come Israele. Nel 1972, il 5 settembre durante le Olimpiadi di Monaco, un commando palestinese dell’organizzazione terroristica di Settembre Nero, entrò nei locali dove dormivano gli atleti e i dirigenti della squadra israeliana e provocò un massacro.

Nella vicenda, durante il trasferimento all’aeroporto richiesto dai terroristi insieme agli atleti sequestrati per sfuggire alla cattura, si inserirono discutibili comportamenti delle autorità tedesche che diedero luogo a diverse polemiche. Ma non è questo il punto. Dalla strage di Monaco scaturì una vendetta pianificata, voluta e organizzata dal servizio segreto israeliano – il Mossad – su preciso ordine di Golda Meir, allora premier laburista di Israele. Fu istituita una squadra top secret, nome in codice “Comitato X” con il compito di rintracciare, stanare e uccidere tutti i mandanti, i finanziatori e gli organizzatori di quel massacro. Ci vollero anni, ma la lista di Golda fu esaurita.

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