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Ransomware, criptovalute, Russia e Cina. Ecco i moniti del capo dell’intelligence inglese

Intelligence Inglese

Che cosa ha detto Jeremy Fleming, direttore del Gchq britannico. L’approfondimento di Giuseppe Gagliano

 

Difficile negare che la relazione fatta dal direttore del Gchq, Jeremy Fleming, all’Imperial College il 23 aprile sia di grande interesse e sia perfettamente coerente con l’attuale politica estera inglese volta a esercitare un ruolo di rilevo a livello globale.

Vediamo, seppur brevemente, di sottolineare alcuni aspetti della prolusione accademica del direttore Feming.

Negli ultimi quattro anni, è stato istituito il National Cyber ​​Security Center per mantenere il Regno Unito al sicuro online e diventare un leader mondiale nella sicurezza informatica. Inoltre la realizzazione della National Cyber ​​Force consente all’Inghilterra di difendersi dagli stati ostili e dai numerosi criminali nel cyberspazio. Ma affinché tutto ciò sia possibile sono necessarie alcune condizioni imprescindibili fra le quali la necessità di investire nella scienza, nella tecnologia e, in particolar modo, in quella informatica.

A questo riguardo il direttore sottolinea come vi sia stato un aumento impressionante di dati: i volumi di dati raddoppiano ogni due anni, guidati dall’innovazione e dai nuovi utenti. Il 63% della popolazione mondiale è ora online, con l’Asia che rappresenta oltre la metà di tutti gli utenti di Internet. Le cifre stimate per i dati creati e consumati a livello globale quest’anno sono di 74 zettabyte. Nel 2010 quel numero era di soli due zettabyte.

Ebbene, sotto il profilo squisitamente tecnologico, la Gran Bretagna è la quinta economia più grande a livello globale e quindi va bene al di là della sua dimensione geografica rispetto a quello di altre nazioni. Ma naturalmente l’innovazione tecnologica e la competizione globale che questa determina deve essere costantemente aggiornata e reinventata poiché la prosperità e la sicurezza del paese —come la qualità della vita dei suoi cittadini e l’influenza che il governo in grado di proiettare a livello globale — dipendono proprio in larga misura dei vantaggi delle tecnologie digitali e dalla capacità che queste siano protette da attacchi malevoli.

Infatti la National Cyber ​​Force sta trasformando le capacità cibernetiche del Regno Unito per distruggere gli avversari attraverso il cyberspazio. Fra i pericoli indicati dal direttore vi sono quelle di inviare e-mail di “phishing” che offrono “cure” per il virus e, naturalmente, infettano i computer con malware nel tentativo di acquisire denaro o l’ identità; oppure a livello nazionale — sottolinea il direttore — sono stati individuati hacker statali che hanno tentato di rubare le ricerche sul coronavirus e sfruttare a proprio vantaggio le catene di approvvigionamento. Inoltre il ransomware è diventato una seria minaccia sia in termini di portata che di gravità. Infatti sempre di più colpisce i fornitori cruciali di servizi pubblici, così come delle imprese, ma ha anche determinato gravi interruzioni per l’istruzione, la sanità e le autorità locali. Ha inoltre causato enormi perdite per le aziende impreparate ed è rapidamente diventata una minaccia significativa per le catene di approvvigionamento inglese.

A livello di pericoli statali, la Russia e la Cina rappresentano certamente la maggiore preoccupazione per l’Inghilterra e per i suoi alleati.

Il modello di comportamento maligno della Russia nel mondo — sia nel cyberspazio, sia nelle interferenze elettorali o nelle operazioni aggressive dei loro servizi di intelligence — dimostra che rimane la minaccia più acuta per la sicurezza nazionale e collettiva del Regno Unito. Tuttavia la minaccia certamente più grave è rappresentata dalla Cina determinata dalle dimensioni e dal peso tecnologico che questo paese possiede e soprattutto dalla capacità potenziale che ha di controllare il sistema operativo globale. La Cina infatti ha una visione competitiva per il futuro del cyberspazio e sta giocando un ruolo sempre più rilevante nel dibattito sulle regole e gli standard internazionali.

Ma certamente vi sono altri pericoli strettamente legati alla proiezione di potenza informatica del Dragone come per esempio le città intelligenti: queste offrono una grande promessa di rendere le aree urbane più efficienti e meno inquinanti attraverso l’uso dei dati. Dovrebbero aiutarci a navigare nella vita, non a tenere traccia dei nostri movimenti. Ma se non controllata, o implementata in modo sbagliato, c’è il rischio che i malintenzionati possano importare tecnologia che cablerà la raccolta dei dati in modi che vanno contro gli interessi e i valori di società aperte e democratiche.

Un altro pericolo è rappresentato dalle valute digitali: la loro introduzione da parte di alcuni governi — leggi Cina — promette di rivoluzionare il settore finanziario, rendendolo più resiliente, innovativo e competitivo. Ma progettati senza valori liberali, potrebbero essere utilizzati per consentire intrusioni significative nella vita dei cittadini e delle aziende in quei paesi e di coloro con cui si fanno affari a livello globale.

In ultima analisi, per contrastare tutti questi pericoli è necessario uno sforzo collettivo da parte di alleati che la pensano allo stesso modo per usare la tecnologia per fornire un vantaggio strategico.
Quindi l’Inghilterra deve mantenere una mentalità aperta e focalizzata a livello internazionale.

Nella narrazione in gran parte ideologica fatta dal direttore dell’intelligence inglese il Regno Unito viene più volte presentato come una potenza globale, come una nazione che ha un ruolo centrale a livello globale ma soprattutto viene indicata come forza del bene in contrapposizione implicita alla Russia e alla Cina. Difficile non ricordare come contrapposizioni di tale natura fossero alla base della propaganda ideologica della guerra fredda.

Uno degli aspetti che il relatore sottolinea maggiormente, e che certamente rientra nella tradizione sia inglese che americana, è la stretta collaborazione tra università, centri di ricerca privati e istituzioni governative con buona pace di Noam Chomsky che fin degli anni 70 criticò duramente proprio questa sinergia soprattutto in relazione al ruolo che gli analisti universitari giocarono durante la guerra fredda e la guerra del Vietnam.

In collaborazione con l’UK Research and Innovation, l’intelligence inglese ha creato quattro istituti di ricerca per sviluppare capacità di sicurezza informatica in aree strategicamente importanti. L’Imperial College ospita due di questi istituti di ricerca, che esaminano l’efficacia dei software e dei sistemi cyber-fisici interconnessi ma ve sono altre 18 che conducono fondamentali ricerche in ambito informatico.

Inoltre l’Inghilterra ha lavorato a stretto contatto con i suoi omologhi di tutto il governo per istituire il Consiglio per la sicurezza informatica.

Al di là della contrapposizione — del tutto legittima in un’ottica di realismo politico — tra l’Inghilterra da una parte la Cina e la Russia dall’altra, la lezione che il nostro paese deve apprendere da questa prolusione è quella di fare tesoro di queste indicazioni e di attuarle all’interno dei propri confini nazionali nel più breve tempo possibile.

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