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Sovranismo, Cosmopolitismo e ragioni liberali. Il libro di Monsurrò

di

Cosmopolitismo

Stralci sul perché non fidarsi né del Sovranismo né del Cosmopolitismo ripresi dal libro “Potere senza responsabilità. La crisi della legittimità politica, tra sfiducia nelle élite e miti populisti” di Pietro Monsurrò (editore Public Policy)

Quelli che seguono sono alcuni stralci di “Potere senza responsabilità. La crisi della legittimità politica, tra sfiducia nelle élite e miti populisti”, libro in uscita per l’editore Public Policy, già ora disponibile online e presto anche in versione cartacea. Prefazione di Marco Valerio Lo Prete

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(…) Una tendenza accettata acriticamente dalle classi dirigenti è spostare i poteri così lontano dai popoli da svuotare di significato la democrazia, in modo da poter governare in maniera svincolata dalla base da cui sono state elette. Questa tendenza prende varie forme: devolvere poteri verso istituzioni transnazionali, oppure vincolare le politiche nazionali a leggi internazionali di fatto immodificabili. In alcuni casi ciò è utile: se un paese rimuove gli ostacoli al commercio a condizione che gli altri facciano lo stesso, tutti i paesi si arricchiscono. Se i paesi delegano ad una istituzione transnazionale (come il Wto o l’Ue) il controllo del commercio internazionale, questi ostacoli possono essere rimossi più efficacemente.

Unicef, Unesco, Onu sono invece spesso visti come superflui, se non ostaggio di paesi dittatoriali. Sono legittimi anche parecchi dubbi sui poteri dell’UE, che potrebbe farne a meno, senza danno per gli Stati membri, nei campi della difesa, della politica estera, dell’immigrazione, e delle sovvenzioni agricole e strutturali.

Idem per organizzazioni come il Wto, spesso usate per assicurare privilegi ad alcune lobby (come le aziende farmaceutiche) a danno dei consumatori (farmaci più costosi).

Le tendenze ‘transiste’ sono accompagnate da un’ideologia che sembra giustificare la sensazione di tradimento che i governati provano verso i governanti: il cosmopolitismo.

Politici e funzionari pagati da una collettività, che legiferano, governano e giudicano per questa collettività, e che hanno giurato fedeltà a questa collettività, ma che ritengono che il loro dovere non sia fare l’interesse della collettività: questo è il cosmopolitismo. Che i governati si sentano traditi non è frutto di teorie del complotto o di macchinazioni del Cremlino, ma la logica conseguenza di un’ideologia diffusa tra i governanti. Oggi appare quasi rivoluzionario ricordare che i governanti sono agenti dei governati, che i secondi sono i principali, che il potere dei primi è delegato.

A questa comprensibile mancanza di fiducia si accompagna però una (meno comprensibile) fiducia cieca nelle leadership “populiste”: l’uomo deve credere a qualcosa, e se l’establishment non è credibile, qualcun altro, anche inadeguato, riempirà il vuoto. L’alternativa sembrerebbe essere la disperazione e l’anomia.

(…) Se l’obiettivo è ricostituire e ampliare il capitale politico, occorre superare le due visioni della politica che stanno rovinando la coesione interna a ciascuna comunità,

e rischiano di rovinare i rapporti tra una comunità e le altre. Occorre superare il sovranismo (dottrina identitaria chiusa, monolitica, conflittuale), nella consapevolezza che una comunità è al suo interno complessa e diversa, e che le interazioni con altre comunità possono essere costruttive (commercio, alleanze…). Occorre però anche superare il cosmopolitismo, dottrina astratta utopistica, che vede le comunità come inutili o dannose, anziché come unica base per la democrazia.

Comunità che peraltro, nell’uno e nell’altro caso, non devono necessariamente corrispondere alle nazioni (in alcuni casi è meglio siano i comuni, in altri degli organi transnazionali), ma che per funzionare hanno bisogno di una società sufficientemente coesa, e non di una retorica che legittimi il sospetto di tradimento e slealtà; coesione che, al momento, esiste in pratica solo a livello nazionale. L’errore del sovranismo è considerare una comunità politica di grandi dimensioni come una piccola tribù isolata; l’errore del cosmopolitismo è considerare l’intera umanità come un’unica comunità politica. Il livello di coesione necessario in una comunità di grandi dimensioni è ridotto, perché i beni pubblici che rimangono da produrre sono pochi, e, data l’elevata eterogeneità interna, i costi per accordarsi sono elevati. Ma un certo livello di coesione è sempre necessario, altrimenti

la democrazia degenera nel tentativo di tutti di vivere a spese degli altri, alimentando sospetti, sfiducia, e conflitto. (…)

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