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Quota 161 al Senato? Ecco perché non è necessaria

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Quota 161 al Senato è una semplice indicazione politica, decine di gabinetti sono nati da una fiducia concessa a maggioranza non assoluta. Fatti, nomi, numeri e precedenti storici. Il commento di Cesare Maffi per Italia Oggi

Sia lode a colui che per primo ha avuto la geniale trovata d’inventare la necessità della maggioranza assoluta per la fiducia al governo. È riuscito, nel giro di poche ore, a far passare una bufala (si potrebbe dire: castroneria) per un principio costituzionale, trovando eco e rilancio non soltanto in chi aveva l’interesse politico per sostenere una simile tesi, ma altresì in commentatori e cronisti all’evidenza ignari sia della Costituzione sia della storia parlamentare. Solo successivamente, a seguito di qualche intervento di stupefatti costituzionalisti, ci si è resi conto sull’assoluta inconsistenza del preteso obbligo della maggioranza fra i componenti le due Camere, derubricandolo a una soglia psicologica, a un livello politico, a un’opportunità per la successiva conduzione dell’esecutivo.

Chiunque abbia letto almeno una volta la Carta è informato sui ben rari casi in cui sia necessario che un provvedimento riceva «la maggioranza assoluta dei componenti delle due Camere», come nel caso delle leggi volte a garantire l’equilibrio di bilancio. Si spiega così perché gli scostamenti siano sempre stati approvati a maggioranza assoluta: del resto, Matteo Renzi ha prontamente garantito che pure la prossima legge in materia sarà da lui sostenuta.

Fra i pochi casi in cui sia indispensabile arrivare a tale quota (che di quando in quando subisce lievi incrementi o diminuzioni, nel caso vi siano seggi vacanti o entrino nuovi senatori a vita: oggi, per esempio, i deputati in carica sono 629 in luogo dei 630 costituzionalmente previsti) c’è il meccanismo necessario per rinviare a giudizio i ministri. Lo ha patito sulla propria pelle Matteo Salvini, a favore del quale non si è trovata la maggioranza assoluta.

In passato decine di gabinetti sono nati da una fiducia concessa a maggioranza non assoluta, con complicazioni per il voto a palazzo Madama, in cui fino alla scorsa legislatura gli astenuti contavano come voti contrari. Possibile che nessuno si fosse preso subito la briga di ricordare che la storia parlamentare ha annoverato perfino un «governo della non sfiducia»?

L’esecutivo Andreotti III fu salutato da 258 sì (altro che maggioranza assoluta!) e 303 astenuti: non a caso venne definito pure «governo delle astensioni». Giulio Andreotti non fu l’unico a ottenere, a Montecitorio o a palazzo Madama o in entrambe le Camere, un sostegno che contava almeno un voto in più rispetto a chi glielo negava. Da Amintore Fanfani a Silvio Berlusconi, da Giovanni Leone a Carlo Azeglio Ciampi, da Francesco Cossiga a Massimo D’Alema e via risalendo nei decenni andati, fino alla Costituente, lungo è l’elenco.

Al più, si può rilevare che l’assenza di un numero irraggiungibile può rendere difficile il percorso di un esecutivo. Tuttavia, per trovare la possibilità d’incidenti bisogna risalire al Prodi II, che si reggeva sull’apporto di senatori a vita o eletti all’estero e che richiedeva presenze accorte al Senato, ove languivano certezze.

Nei governi successivi non sono mai mancate, sui mezzi d’informazione, citazioni di possibili incertezze di cammino. Come mai non si sono, nella realtà, viste? A parte la tendenza di molti, anche fra gli oppositori, a non provocare crisi (onde evitarne pericolosi e sgradevoli ritorni alle urne), per mettere in minoranza un esecutivo c’è bisogno di un lavoro efficace delle opposizioni compatte, pronte a qualche incursione nei casi di assenze nella maggioranza.

Sarà così pure per il governo in carica, se non otterrà la maggioranza assoluta di 161 senatori. Bisognerebbe che i gruppi di minoranza tendessero qualche agguato. Potrebbero farcela in commissione, senza dubbio; ma in aula?

(estratto di un articolo pubblicato su Italia Oggi; qui la versione integrale)

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