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Ecco la strategia trumpiana di Biden sull’Indo-Pacifico

Inflazione Biden

La nuova strategia sull’Indo-Pacifico dell’amministrazione Biden abbraccia molte priorità e iniziative di Trump. L’analisi di Giuseppe Gagliano

 

La nuova strategia sull’Indo-Pacifico dell’amministrazione Biden abbraccia molte delle priorità e delle iniziative adottate dall’amministrazione Trump. Sfortunatamente, la strategia e la relativa scheda informativa di accompagnamento sono sorprendentemente vaghi su dettagli, metodi e mezzi per affrontare la sfida più scoraggiante dell’America nell’Indo-Pacifico: l’ascesa di una Repubblica popolare cinese sempre più bellicosa e nazionalista.

In primo luogo il nuovo documento strategico mantiene il quadro “Indo-Pacifico” adottato dalla precedente amministrazione, e cioè contestualizza i teatri dell’Asia orientale e meridionale, dell’Oceano Indiano e del Pacifico occidentale in un unico quadro strategico.

In secondo luogo segue la precedente strategia nel discutere la necessità di rafforzare le alleanze statunitensi, riaffermare il ruolo dell’America come “potenza indo-pacifica”, migliorare il “Quad”, sostenere l’ascesa dell’India, espandere le attività della Guardia Costiera nella regione, ospitare un vertice con i leader dell’Asean e dare priorità alla firma di nuovi Patti di Libera Associazione.

In terzo luogo la strategia posta in essere si fonda su impegni vaghi: “Promuoveremo i legami di sicurezza tra gli alleati” e “incontreremo le sfide della sicurezza civile” e “costruiremo connessioni”. Ma esso e la scheda informativa sono a corto di proposte concrete e idee originali per affrontare la sfida della Cina. In effetti, la strategia di Biden non dice praticamente nulla sulla competizione militare con la Cina o sui passi necessari per far arretrare la sua proiezione di potenza.

I due documenti strategici indo-pacifici rilasciati dall’amministrazione Trump — uno dal Dipartimento della Difesa nel giugno 2019 e uno dal Dipartimento di Stato nel novembre 2019 — erano più lunghi, più sostanziali e più espliciti sulle attività della Cina nella regione e sulla necessità di affrontare Pechino. Contenevano una serie di proposte concrete, dal BUILD Act al cambiamento della posizione della forza nell’Indo-Pacifico, dal Blue Dot Network e numerose nuove iniziative infrastrutturali ed energetiche. La strategia indo-pacifica di Biden evita in gran parte di definire sia le sfide poste da Pechino che dalle relazioni Usa-Cina. Sottolinea che la Cina “persegue una sfera di influenza nell’Indo-Pacifico e cerca di diventare la potenza più influente del mondo” e critica Pechino per “coercizione e aggressione” e per “minare i diritti umani e il diritto internazionale”.

In quarto luogo colpisce un tono relativamente più accomodante e conciliante sugli obiettivi degli Stati Uniti nei confronti della Cina: “Il nostro obiettivo non è cambiare la RPC, ma plasmare l’ambiente strategico in cui opera, costruendo un equilibrio di influenza nel mondo che sia massimamente favorevole agli Stati Uniti, ai nostri alleati e partner e agli interessi e ai valori che condividiamo. Cercheremo anche di gestire la concorrenza con la RPC in modo responsabile. Collaboreremo con i nostri alleati e partner mentre cerchiamo di lavorare con la RPC in settori come il cambiamento climatico e la non proliferazione”.

In quinto luogo una delle lacune più evidenti nella strategia dell’amministrazione Biden è la relativa assenza di una strategia economica coerente nell’Indo-Pacifico. Promette infatti di lanciare un quadro economico indo-pacifico entro la fine dell’anno che consisterà nel “raddoppiare i nostri legami economici con la regione”, ma per ora i dettagli rimangono scarsi.

Anche le circostanze che hanno caratterizzato la pubblicazione del documento strategico sono peculiari la più importante delle quali è la seguente: la pubblicazione di questo documento infatti è arrivata prima della pubblicazione della strategia di difesa nazionale e della strategia di sicurezza nazionale. Infatti la strategia dell’Indo-Pacifico dovrebbe essere contestualizzata proprio sul piano strategico all’interno di uno dei due documenti invece di essere scorporato.

In sesto luogo sugli strumenti concreti attraverso i quali gli Stati Uniti intendono affrontare la sfida che la Cina pone, il report dimostra di essere troppo vago, troppo indiretto, troppo diplomatico.

In settimo luogo la strategia, nonostante evidenzi le sfide economiche, diplomatiche, militari e tecnologiche poste dalla Repubblica popolare cinese (RPC), non riesce a dettagliare sufficientemente come l’amministrazione Biden intenda operare per salvaguardare i suoi interessi per l’Indo-Pacifico. Quanto diciamo è dimostrato dagli obiettivi che questo documento indica come fondamentali per la strategia americana e cioè: “promuovere un Indo-Pacifico libero e aperto” “costruire connessioni all’interno e all’esterno della regione” “guidare la prosperità regionale” “sostenere la sicurezza indo-pacifica” e “costruire la resilienza regionale alle minacce transnazionali”. Ma in quale modo nel concreto la strategia americana intende raggiungere questi obiettivi? Nel documento questo non è indicato.

Ma l’aspetto più ambiguo del report della Casa Bianca consiste nell’oscillare continuamente e in modo ambiguo sul concetto di concorrenza e cooperazione sottolineando che gli Stati Uniti dovranno cercare di bilanciare sia l’uno che l’altro. Gli Stati Uniti, dichiara il report, cercheranno “di gestire la concorrenza con la RPC in modo responsabile”, mentre “cercheranno anche di lavorare con la RPC in settori come il cambiamento climatico e la non proliferazione”. Questa ambiguità tra cooperazione e concorrenza non dimostra ancora una volta come anche l’attuale amministrazione sia restia a compiere scelte difficili ma necessarie per salvaguardare l’egemonia globale americana? Ed ancora: ci domandiamo se l’attuale amministrazione rivolgerà la sua attenzione più sulla concorrenza estrema che la Cina rappresenta oppure la cooperazione su questioni come quella climatica; ma ci domandiamo anche se l’attuale amministrazione darà più importanza alla costruzione di un quadro economico dell’indo-Pacifico oppure darà più importanza ai problemi di sicurezza regionali che sono determinati dalla politica assertiva cinese. Insomma esiste una sorta di punto di non ritorno a causa del quale gli Stati Uniti non saranno più disposti ad attuare una scelta cooperativa ma passare a loro volta ad una scelta offensiva?

Ma le ambiguità del documento certo non finiscono qui: da un lato infatti la strategia del documento sottolinea che l’America cercherà di costruire il proprio sostegno su regole condivise anche nel Mar cinese meridionale e nel Mar cinese orientale ma no dà alcuna risposta in merito al fatto che la Cina sta, con la sua politica assertiva, erodendo gradualmente l’ordine marittimo regionale. Cosa intende fare in questo caso l’America? Promuovere iniziative come accordi bilaterali e multilaterali?

Chi segue le riflessioni strategiche militari americane da anni sa che gli Stati Uniti amano coniare termini che poi diventano dei veri e propri mantra a livello globale. È il caso di un termine molto accattivante usato in questo documento e cioè la deterrenza integrata. Ma fino a questo momento pare che questa deterrenza integrata non sia stata in grado concretamente di rafforzare la posizione americana nella regione dell’indo-Pacifico.

Ed ancora: sul costante riarmo da parte della Cina attraverso ingenti finanziamenti nell’intelligenza artificiale, nelle armi ipersoniche da un lato e dall’altro lato sulla questione controversa di Taiwan il documento rimane ancora una volta ambiguo. A tale proposito l’attuale amministrazione continuerà con i trasferimenti di arma sull’isola contesa oppure deciderà di incrementare la presenza delle forze statunitensi nell’addestramento dell’esercito di Taiwan?

In conclusione a nostro avviso l’attuale amministrazione non sarà in grado di contrastare in modo reale ed efficace la politica di proiezione di potenza cinese nell’Indo-Pacifico e certamente non rischierà un conflitto aperto per Taiwan con la Cina.

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