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Qual è il futuro degli Stati Uniti?

di

L’analisi di Daniela Coli

Edward Luce, grande firma del giornalismo inglese, si domanda preoccupato sul Financial Times se gli States stiano diventando un’oligarchia plutocratica. Il miliardario Howard Schultz, Ceo di Starbucks fino al 2017, vorrebbe presentarsi alle presidenziali del 2020. Anche se Schultz decidesse di non presentarsi, la democrazia statunitense è ormai un broken system per Luce, perché anche il magnate Michael Bloomberg, ex sindaco di New York, vorrebbe presentarsi per i democratici.

Com’è possibile che la democrazia americana assunta da noi come paradigma ed esempio di virtù civili e di dedizione al bene comune, possa correre tale rischio?

Da noi, dalla caduta della Russia sovietica, intellettuali e accademici sono diventati tutti filoamericani e hanno scoperto Tocqueville e da anni si discetta su La democrazia in America. Gli  americani, invece, non prendono tanto sul serio Tocqueville: basta pensare a una commedia famosissima del 1946, Born Yesterday, divenuta un classico di Hollywood nel 1946, remake del 1993 con Melanie Griffith, dove una pupa-oca born yesterday è l’unica a leggersi i tomi di Tocqueville per sentirsi à la page a Washington. E tutti le spiegano che non è il caso di leggere Tocqueville, basta citarlo, perché la corsa alla Casa Bianca non è decisa da dibattiti sui Padri Fondatori o su Tocqueville, ma da finanziatori miliardari, spin doctor e media.

Tanti film statunitensi hanno affrontato questo problema: da The Candidate (1972) a The Manchurian Candidate ( remake 2004 del film omonimo del 1962), senza contare House of Cards o Mad Men, dove a Don Draper preoccupato per la sconfitta di Nixon, un capo della Sterling & Cooper risponde ridendo: “Ma dai, se il padre di Kennedy ha comprato i voti dalla mafia per il figlio, figurati se non farà affari con noi”. Anche libri importanti affrontano questo problema: ormai classici Ruling America. A History of Wealth and Power in a Democracy di Steve Fraser e Gary Gerstle del 2005 e Machiavellian Democracy di John Paul McCormick del 2011. McCormick mette addirittura in discussione che gli Usa siano una democrazia. Fraser e Gerstle sono leftist, ma è indubbio che negli States esistano dinastie politiche ed economiche, insieme a grandi differenze sociali e vaste sacche di povertà.

In realtà, come ha spiegato Schumpeter in Capitalism, Democracy and Socialism nel 1942, la democrazia è la formula politica del capitalismo e le elezioni sono un grande business politico-mediatico per avere la delega di gestire il potere. Schumpeter, casomai, vedeva il declino del capitalismo americano nell’evoluzione che oggi conosciamo e profetizzava addirittura la Cina attuale, affermando che il capitalismo avrebbe potuto affermarsi anche in una sistema socialista.

La crisi finanziaria del 2006, dovuta ai subprime, che ha portato alla bancarotta di banche d’affari come la Lehman & Brothers nel 2008 e, poi, di Goldman Sachs e Morgan Stanley, è una conseguenza dell’evoluzione del capitalismo americano, dell’ottimismo razionalistico della democrazia americana, e di una élite di intellettuali con valori diversi da quelli della grande impresa capitalista. Nel capitalismo per Schumpeter è fondamentale la libertà, non l’uguaglianza sociale, e la democrazia non significa che il popolo realmente governa, ma che può soltanto scegliere da chi essere governato.

Il capitalismo, infatti, non è nato per confezionare calze di seta alle aristocratiche, ma per vendere calze di nylon alle operaie e deve pure coinvolgere le classi sociali meno fortunate nel sistema politico. La crisi della società americana è anche dovuta alla perdita di credibilità delle élite intellettuali. Già nel 2010 Mark Lilla, sulla New York Review of Books, aveva osservato come il Tea Party non fosse reazionario, né prodotto da Fox, così come non lo erano le proteste di Occupy Wall Street. Lilla segnalava l’inizio di una rivolta storica: molti americani non credevano più alle élite intellettuali e scientifiche. Dopo la crisi del 2008, che ha lasciato molti statunitensi senza casa, senza lavoro e senza risparmi, la rivolta contro le élite era prevedibile. Lilla avvertiva ciò che poi si è verificato con Trump e ne riteneva responsabili élite colte, preoccupate dell’ambiente, contrarie al fumo come al diavolo, saltuarie consumatrici di droghe leggere, tecnologicamente all’avanguardia, utenti di internet e dei social network, capaci di scegliere buon cibo e buon vino, ma lontane dalla realtà dei tanti americani che abitano negli stati del Sud e di montagna, che mandano i figli alla scuola pubblica, vedono i quartieri distrutti dalla droga, famiglie sfasciate, degrado. Una situazione aggravata dalla delusione delle guerre in Afghanistan e in Iraq che non accennano a finire, dove gli Usa spendono enormi quantità di dollari e, nonostante ciò, non riescono a vincere. In un’America con 46 milioni di poveri, alle prese con guerre in cui sono stati compiute illegalità di ogni tipo, in contrasto con i diritti umani predicati, il tema del declino è costante. Anche i continui shooting, le stragi di massa sempre più frequenti compiute dovunque, nelle chiese e nelle scuole, sono un sintomo che qualcosa si è rotto. Un broken system, come lo chiama Edward Luce. 

L

a vittoria di Trump, provocata da questa situazione di crisi, declino e rifiuto delle élite, non è però secondo Henry Kissinger – si veda l’intervista del 20 luglio 2018 a Edward Luce sul Financial Times – in grado di risolvere i gravi problemi degli States. Kissinger va spesso in Cina, è buon amico di Xi, non demonizza Putin, è convinto che la Cina sia avanti nell’intelligenza artificiale, e, soprattutto, ritiene Trump incapace di affrontare un’epoca contrassegnata dalla fine dell’egemonia americana, anche se intuisce la nuova realtà. Kissinger vede talmente nero nel futuro degli Usa da pensare che i due oceani da cui l’America è sempre stata protetta, possano addirittura diventare veicolo della fine degli States. Un quadro catastrofico di un grande stratega politico.

Trump agisce d’impulso, fa grandi scenate con la diplomazia twittarola: si pensi a tutta la sceneggiata bellicosa con Kim e poi alle dichiarazioni di amore. Trump capisce che il sistema geopolitico post-45 e post-89 non regge più, ma reagisce arroccandosi: il muro, la rottura del trattato missilistico con la Russia, guerre commerciali contro la Cina con conseguenze gravi anche per l’America, dazi e minacce all’Iran e all’Europa. Anche nell’ultima decisione sul Venezuela, da cui gli Usa comprano petrolio dal 1920, la dichiarazione che gli Usa sono pronti  all’opzione militare, tenendo presente che l’America Latina è imprevedibile come il Medio Oriente, sembra non tenere conto delle conseguenze catastrofiche, come le ha definite Edward Luce, che potrebbero investire gli States. Gli Stati Uniti sono un broken system e per ora non si vede via d’uscita, nonostante Trump abbia trovato entusiasti supporter nel nostro paese. Pensare che l’isolamento e l’uso della forza economica e militare possa riportare l’America a essere grande, forse non è la soluzione migliore. Ogni tanto Niall Ferguson paragona Trump a Giorgio III di Hannover, il primo sovrano del Regno Unito, morto pazzo nel 1820. Sotto il suo regno si verificò l’insurrezione delle colonie americane, che malgrado le esortazioni alla moderazione dei primi ministri, cercò di soffocare con la forza. Il risultato fu la rivoluzione americana e la dichiarazione d’indipendenza nel 1776.

Questo evento segnò il declino del potere del re e portò a una svolta storica in UK con l’affermazione del principio dell’autonomia del governo e più ancora del primo ministro. Ma chissà, se il sistema americano, di fatto una monarchia elettiva settecentesca, sarà in grado di riformarsi come il Regno Unito di re Giorgio III, oppure si incarterà sempre più nell’oligarchia plutocratica di un broken system.

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