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Economia Tedesca

Ecco cause economiche ed effetti politici delle proteste dei trattori in Germania

Le proteste degli agricoltori in Germania si stanno trasformando in conflitto sociale con potenziali effetti politici. L'approfondimento di Pierluigi Mennitti da Berlino

Da un lato la piazza, con migliaia di trattori tornati a invadere Berlino e a concentrarsi all’ombra (si fa per dire visto il tempo grigio) della Porta di Brandeburgo. Dall’altro la diplomazia, e il tentativo di dialogo, nelle sale dei gruppi parlamentari di maggioranza, con delegazioni dell’associazione degli agricoltori e dei partiti di governo le une di fronte alle altre alla ricerca di un compromesso possibile. Difficile quello sui sussidi per il diesel, specie dopo la chiusura del ministro delle Finanze Christian Lindner, possibile su altri punti che potrebbero alleviare le pene del mondo rurale (ma non dei consumatori). Secondo indiscrezioni della Süddeutsche Zeitung, il ministro verde dell’Agricoltura Cem Özdemir avanzerebbe la proposta di una tassa sulla carne, sul latte o sulle uova che potrebbe generare miliardi per le aziende agricole (ma pesare ulteriormente sulle tasche dei cittadini già vessati dagli aumenti dei generi alimentari negli ultimi mesi).

PROSEGUONO LE PROTESTE DEGLI AGRICOLTORI IN GERMANIA

La settimana in Germania si è aperta più o meno come si era conclusa la precedente, una delle più turbolente degli ultimi anni. Agricoltori per le strade di cento e più città, ingressi autostradali parzialmente bloccati nelle ore di punta del traffico pendolare, in più treni silenziosi accatastati nelle stazioni per lo sciopero di tre giorni dei ferrovieri (si è concluso venerdì scorso), ristoratori che esponevano cartelli di solidarietà con gli agricoltori all’ingresso dei locali mentre i menù gonfiavano i prezzi per il ritorno dell’Iva al 19%.

Non siamo ancora in presenza di scenari ribellistici di stampo francese, ma la crisi economica che la Germania ha riscoperto dopo quasi due decenni di crescita pressoché ininterrotta si sta trasformando in conflitto sociale. E per l’economista Daniel Stelter, noto consulente d’azienda e autore di un popolare podcast ospitato dall’Handelsblatt, lo spettro di un movimento di protesta più strutturato tipo i gilet gialli d’Oltrereno è più che concreto. “Il governo ha superato la pazienza dei cittadini venendo meno alla promessa dei fondi per il clima e aumentando ulteriormente le tasse”, ha detto Stelter nell’ultima puntata, “non avrei mai pensato che qualcosa di simile al movimento dei gilet gialli in Francia potesse accadere in Germania. Ora penso che ogni giorno che i politici insistono nel dipingere le proteste come il risultato di fattori esterni – la guerra, l’inflazione, la Corte costituzionale federale – invece di cercare le cause nelle loro stesse azioni, il pericolo cresce”.

UN GOVERNO CONFUSO

Il deterioramento del clima sociale era inevitabile di fronte a un governo confuso, formato da tre forze diverse costrette a coabitare dalla legge dei numeri e che aveva puntato tutto sulla divisione dei compiti per impiegare il tesoretto lasciato in eredità dagli “anni grassi” di Angela Merkel.

Nei programmi di inizio legislatura l’Spd avrebbe irrobustito e consolidato lo Stato sociale, i Verdi avrebbero accelerato il cammino della transizione energetica, i liberaldemocratici avrebbero dato forma alla troppo a lungo trascurata rivoluzione digitale. Grazie alla cura di questo governo innovativo la Germania avrebbe recuperato i ritardi nella modernizzazione accumulati sotto la cancelliera (quasi) eterna e avrebbe proseguito il suo cammino glorioso anche in tempi di globalizzazione declinante.

I carri armati di Putin nelle terre ucraine hanno stravolto tutto e le conseguenze della guerra tuttora in corso si sono abbattute sul sistema economico tedesco in maniera assai più radicale di quanto la stessa retorica “scholziana” della Zeitwende, la svolta, facesse immaginare. La verità è che il governo non ha tratto tutte le conseguenze da questa rottura epocale, provando ancora a tenere insieme le esigenze (anche di clientela elettorale) dei tre partiti.

DA DOVE NASCE LA RABBIA DEGLI AGRICOLTORI

È oggi quasi un dettaglio che le diffuse e rumorose proteste degli agricoltori prendano spunto da una misura materiale: il taglio dei sussidi al diesel, deciso nel tentativo affannoso di rincorrere gli ammonimenti della Corte costituzionale, che ha mandato all’aria il sistema governativo dei fondi speciali obbligando a riscrivere i bilanci 2023 e 2024. Semmai si può sorridere per la beffa di un tetto al nuovo debito pubblico, reso costituzionale in ossequio a dogmi economici e a una certa superbia da primo della classe, oggi trasformatosi in un cappio che soffoca aiuti e investimenti.

L’insoddisfazione è più profonda, abbraccia varie fasce e settori dei lavoratori e della popolazione, investe operatori di aziende una volta fiore all’occhiello del paese, come le ferrovie Deutsche Bahn, e oggi divenute zimbello in tutta Europa. Si nutre della crisi (lunedì l’Ufficio di statistica ha certificato che il 2023 è stato anno di recessione, con il Pil diminuito dello 0,3%), dell’inflazione che alza i prezzi e assottiglia i salari, del vicolo cieco imboccato con una transizione energetica che richiede ai cittadini soldi che scarseggiano per cambiare le caldaie e che ha messo sotto pressione il pilastro dell’industria tedesca, l’automobile, consegnandola alle dipendenze di tecnologia e materie prime cinesi.

C’è una rabbia covata da tempo, mantenutasi sotto traccia negli ultimi anni della crescita economica. Ma, almeno per quel che riguarda gli agricoltori, già esplosa con fragore cinque anni fa, proprio sull’asse centro-europeo che va dai Paesi Bassi alla Germania, come ricordano gli articoli che vi riproponiamo nei link. Allora si trattava di contrastare le misure sull’uso più restrittivo dei prodotti a base di glifosato e dei nitrati, elaborate da un ministro considerato “amico”, come era la democristiana Julia Klöckner. Oggi lo scontro è con un governo nel quale il mondo delle campagne vede solo nemici: i liberali legati ai boss delle industrie, i socialdemocratici dediti a curare gli interessi di operai sindacalizzati e impiegati pubblici garantiti, per non parlare dei Verdi, il vero bersaglio. Tanto più che il ministero competente è guidato proprio da un ecologista, l’ex enfant prodige Cem Özdemir, menato per il naso dai suoi colleghi che hanno deciso i tagli e oggi costretto a presenziare tra i fischi le manifestazioni di protesta rinnegando il proprio governo e le misure che ha adottato. Ma nella giornata di lunedì i fischi non hanno risparmiato neppure il ministro liberale delle Finanze, Christian Lindner, che ha avuto il coraggio di presentarsi di fronte ai manifestanti per ribadire la fine dei sussidi statali. Gli agricoltori non hanno gradito.

GLI SCENARI POLITICI

Questa volta la protesta assume dunque una valenza politica. Non si tratta più di contrastare una misura specifica sgradita, ma di opporsi a una politica complessiva di un governo che si ritiene ostile. E il panorama partitico oggi offre alternative allargate. Non c’è solo quella dell’Union, l’alleanza democristiana di Cdu e Csu tradizionale spalla degli interessi del mondo delle campagne, ma quella più aggressiva e sistemica di AfD, il partito nazionalista con venature di estrema destra (come dimostra da ultimo lo scandalo degli incontri segreti con esponenti neonazisti per organizzare espulsioni di massa di stranieri), che è in grande ascesa nei sondaggi. Specie a Est, dove in autunno si giocherà il futuro politico della Germania (più che alle Europee) con le elezioni in Sassonia, Brandeburgo e Turingia. AfD è il primo partito con percentuali che superano largamente il 30% e in Turingia, il cuore spirituale e culturale della Germania, potrebbe addirittura riuscire a governare da sola.

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