Nell’ambito della guerra asimmetrica, in questi giorni è circolato in rete un volantino della “Federazione Civica Italiana Bene Comune” dal titolo esplicito: “Goiym svegliamoci. I sionisti stanno acquistando resort, terreni, casali masserie in Italia”. Il testo intende denunciare una presunta “invasione” immobiliare israeliana nel nostro Paese. Secondo gli autori, l’obiettivo di questi acquisti sarebbe la creazione di spazi di relax per i “militari criminali dell’IDF” dopo aver — si cita testualmente — “massacrato e ucciso bambini, anziani e donne a Gaza, in Cisgiordania, come in Libano”.
Per contrastare questa “losca manovra”, il volantino lancia un appello per individuare le agenzie immobiliari (italiane e internazionali) e le banche ritenute complici. Queste ultime sono accusate di favorire aste giudiziarie speculative attraverso “mutui speculativi a loro volta contro gli italiani strozzati dalle tasse o dalla disoccupazione”. Come strategia di contrasto, si propone il monitoraggio costante del territorio per denunciare cantieri e abusi edilizi, suggerendo persino l’utilizzo del FOIA (Freedom of Information Act).
Un dettaglio cruciale del documento è la presenza sullo sfondo di marker scritti in lingua russa. Non è chiaro se tali segni siano il frutto di una dimenticanza dei redattori o una traccia lasciata volutamente per esplicitare la fonte geopolitica delle notizie. In ogni caso, il messaggio fonde tre elementi precisi: l’invasione sionista, la speculazione bancaria e l’allarme ecologista per la tutela del territorio.
Questo mix ideologico non è una novità, ma affonda le sue radici in una precisa tradizione propagandistica e antisemita che attraversa il Novecento.
Il richiamo ai marker russi evoca immediatamente il legame storico con i “Protocolli dei Savi di Sion”, il celebre falso documentale confezionato nella Russia zarista per dimostrare un fantomatico piano ebraico di sottomissione globale. La fama internazionale del testo esplose durante la guerra civile russa (1918-1921), quando le forze controrivoluzionarie dei “Russi Bianchi” lo usarono per dipingere la rivoluzione bolscevica come un complotto giudaico. Questa propaganda offrì la giustificazione ideologica per i feroci pogrom che insanguinarono quegli anni.
Nel primo dopoguerra il libello si diffuse rapidamente in Occidente. In Gran Bretagna, testate autorevoli come il Times, il Morning Post e lo Spectator diedero ampio risalto al testo, chiedendo persino una Commissione regia per verificare la lealtà degli ebrei britannici. Negli Stati Uniti il testo circolò con il titolo The International Jew (“Il pericolo ebraico”), godendo del massiccio sostegno finanziario del magnate dell’automobile Henry Ford, che ne curò la stampa e la distribuzione su larga scala.
Gli stereotipi antisemiti vennero riattualizzati all’inizio degli anni ’60 dalle autorità sovietiche, che lanciarono una dura campagna repressiva su due fronti, quello religioso di una polemica contro l’ebraismo molto più aggressiva rispetto a quella riservata al cristianesimo o all’islam e quello economico dell’utilizzo della minoranza ebraica come capro espiatorio per la diffusa corruzione statale. Tra il 1961 e il 1964 i media sovietici presero di mira gli ebrei: nel 1962 essi rappresentavano il 54% dei condannati a morte per reati economici nell’intera URSS, quota che saliva all’81% nella Repubblica ucraina.
In questo clima, nel 1963, venne pubblicato il saggio Giudaismo senza abbellimenti di Trofim K. Kichko. Sebbene inizialmente condannato e ritirato dal PCUS per l’eccessiva virulenza (con conseguente espulsione dell’autore), Kichko fu riabilitato nel 1968 dal Soviet Supremo dell’Ucraina con un diploma d’onore. La sua tesi descriveva l’ebraismo come una religione che insegna il furto, il tradimento e l’odio verso gli altri popoli, con il fine ultimo di consegnare il mondo intero agli ebrei. La sua seconda opera, Giudaismo e sionismo (1968), cavalcò la massiccia ondata di propaganda antisemita scatenata dal blocco sovietico all’indomani della Guerra dei Sei Giorni del 1967, saldando definitivamente l’antigiudaismo tradizionale alla retorica antisionista.
L’ultimo tassello di questa strategia fu aggiunto negli anni ’80. Come documentato dalle informative dei servizi segreti italiani dell’epoca, la propaganda sovietica, a volte tramite l’aiuto di Paesi terzi dell’area mediorientale e del Nord Africa, cercò di destabilizzare i Paesi della NATO infiltrando e pilotando i nascenti movimenti pacifisti ed ecologisti, sfruttando le tematiche ambientali in chiave geopolitica e antioccidentale.
L’analisi del volantino della Federazione Civica Italiana Bene Comune dimostra come elementi apparentemente inediti — come l’uso del FOIA o la difesa del paesaggio italiano dalle speculazioni — non siano altro che vecchi rigurgiti del passato. I pregiudizi antisemiti storici vengono oggi riadattati e aggiornati, riproponendo il mito della conquista sionista del mondo, declinato stavolta sotto le vesti dell’emergenza ecologica e del contrasto a speculatori edilizi privi di scrupoli.






