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Giù le mani dalla Polizia di Stato

L’opinione del Generale della Guardia di Finanza in congedo Alessandro Butticé, già portavoce dell’Ufficio Europeo per la Lotta alla Frode (OLAF), primo militare in servizio presso le Istituzioni Europee

Consideravo, e considero, il caso Vannacci un pericolosissimo precedente per la democrazia italiana. Quello cioè di dare licenza ai militari in servizio di entrare a gamba tesa nel dibattito politico, come avviene unicamente nelle repubbliche delle banane o in quelle islamiche.

Precedente che, se non stigmatizzato sia da destra che da sinistra, ricordavo, a chi da destra lo sostiene, potrà giustificare un giorno, ad esempio, un generale musulmano che inneggi pubblicamente all’adozione della sharia in Italia.

Mentre le Forze Armate, come le Forze di Polizia, in un Paese libero e democratico come l’Italia, devono essere patrimonio di tutti i cittadini. A tutela della loro sicurezza, esterna e interna, da chi minaccia le loro libertà ed i loro diritti.

Critiche ingiustificate alla Polizia anche da parte di persone moderate

Gli attacchi mediatici e politici rivolti alle forze dell’ordine, ed in particolare alla Polizia di Stato, a seguito degli scontri con gli studenti di Pisa mi hanno lasciato molto perplesso.

Non solo perché li ho seguiti da Bruxelles, dove vivo, e dalla Francia, che frequento spesso per ragioni familiari. Da paesi dove, come avviene nel resto d’Europa, la polizia in ordine pubblico non usa certo i fiori per disperdere manifestanti non autorizzati, o impedire lo sfondamento di zone off-limits. Per ragioni di sicurezza pubblica. Quindi degli stessi manifestanti e degli altri cittadini. E chi lo fa lo fa a proprio rischio e pericolo.

Mi ha lasciato perplesso, soprattutto, perché temo che questa ondata indiscriminata di attacchi e critiche ingenerose verso le forze di polizia, da un lato, rischia di fare crescere la frustrazione già esistente in molti dei suoi appartenenti. Lasciandomi nel timore, pur sperando di sbagliarmi, che questo attacco generalizzato da parte delle opposizioni, e dei media che le sostengono, provocherà un’onda ed una reazione di forza uguale e contraria da parte dei sostenitori del generale Vannacci. Anche tra coloro che indossano ancora l’uniforme.

E questo non va bene. Che il generale sarebbe stato libero di scrivere e pubblicare. Se solo non l’avesse fatto indossando ancora l’uniforme. E non fosse quindi vincolato al suo solenne giuramento di osservanza della Costituzione e delle leggi repubblicane. Che non contemplano nessuna “normalità” razziale o di genere, e nemmeno il da lui proclamato “diritto all’odio”.

Negli attacchi indiscriminati alle forze dell’ordine, soprattutto sui social, ho letto molti commenti, anche da parte di persone generalmente molto moderate. Ed è ciò che più mi preoccupa.

Nonostante il Ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, che è un professionista in materia di ordine pubblico, prima di essere un politico, abbia assicurato ogni misura per acclarare quanto accaduto.

A Pisa un fallimento sicuramente ci è stato. Ma non credo sia stato solo quello dell’uso del manganello verso dei ragazzi. Ma anche quello della mancata educazione di alcuni di loro a manifestare pacificamente, e solo in manifestazioni che siano state legittimamente autorizzate. Ai fini della sicurezza loro e degli altri cittadini. Senza cappucci, senza insultare sputando, senza sfondare i posti di blocco attaccare le forze dell’ordine preposte alla sicurezza di tutti. A cominciare dalla loro.

Impressione che ho avuto – da mestierante della materia – dopo aver osservato con attenzione le poche immagini (molte riprese dalla parte dei manifestanti parte) che circolano sui social e sui media in questi giorni.

Il ricorso al manganello è sempre un fallimento

È vero che il ricorso al manganello, al pari di una bocciatura o una espulsione scolastica, e di una condanna, è sempre un fallimento, come ha ammesso lo stesso Capo della Polizia, Vittorio Pisani (nella foto).

Ma è il fallimento solo di chi non è riuscito a prevenirla, come probabilmente è avvenuto a Pisa, in deroga alla consolidata filosofia del “meglio l’inchiostro che il manganello”? Che significa privilegiare sempre la strada del dialogo con i manifestanti, e ricorrere più alle videoregistrazioni dei facinorosi, ed ai loro arresti differiti, che al manganello. Filosofia in auge da decenni tra i professionisti dell’ordine pubblico italiano, che ha imparato la lezione dagli episodi drammatici di Genova. Evitando da allora il ripetersi di tantissime tragedie.

O è anche un fallimento collettivo, che va al di la degli stessi agenti che hanno operato a Pisa?

Come dichiarato a La Repubblica dal Segretario Generale del SIULP, Felice Romano, “la gestione dell’ordine pubblico è, sicuramente, uno dei terreni più complessi e imprevedibili sui quali la Polizia di Stato si confronta quotidianamente, considerato che la sua buona riuscita non dipende solo dall’attività delle forze di polizia ma anche, e soprattutto, dal comportamento di chi organizza e/o partecipa alle manifestazioni”.

E Romano porta come prova i numeri delle sole manifestazioni organizzate dallo scorso 7 ottobre a oggi a favore della Palestina.

A fronte di ben 1023 effettuate solo il 3%, peraltro tutte quelle che sono state attuate senza preavviso o rispetto dei precetti previsti dall’autorità di pubblica sicurezza, hanno registrato scontri con feriti e provvedimenti di fermo o denunce”. Questo a differenza di altri paesi europei, dove le manifestazioni autorizzate hanno avuto mediamente un tasso inferiore. Perché l’autorizzazione non significa censura della protesta, ma garanzia di avere i mezzi ed il personale sufficienti a garantire la sicurezza dei manifestanti e degli altri cittadini.

«Da più di un anno le manifestazioni pubbliche gestite dalle forze dell’ordine sono state oltre 13 mila, e di queste solo una minima parte ha fatto registrare incidenti, peraltro con una prevalenza di feriti tra le forze dell’ordine rispetto ai manifestanti», ha ricordato al Corriere della Sera il Ministro Piantedosi.

Pisa un fallimento anche dell’esempio generazionale

Quello di Pisa è quindi anche un fallimento di chi ha educato e cresciuto quei forse pochi, ma più rumorosi e pericolosi, giovani che insultano, sputano e aggrediscono i poliziotti. Che sfondano sbarramenti incappucciati, per inneggiare alla pace.

Un fallimento non solo loro, e della Polizia, che ha probabilmente abusato del manganello. Ma anche dei loro genitori, delle loro famiglie e dei modelli che, a cominciare dalla politica e dai media, stiamo dando loro.

Ed uso la terza persona plurale. Perché bisogna avere il coraggio di farlo.

Con grande autocritica per la mia generazione, e quelle vicine alla mia, di nonni e genitori. Generazioni che hanno ricevuto, dai nostri padri, nonni e bisnonni, un’Italia ed un’Europa ricche ed in pace. Libere dalle dittature e dalle guerre. Ma che stanno dimostrando non essere in grado di lasciarle in eredità, come le abbiamo ricevute noi, ai nostri figli e nipoti. Ai quali spesso non forniamo nemmeno quel grammo di esempio, che vale sempre più ti tanti quintali di parole.

All’insegna dell’ubriacatura e sete di tutte le libertà che ci arroghiamo, facciamo dimenticare ai ragazzi spesso, assieme al monito di Platone nella Repubblica, gli obblighi che ne garantiscono, a noi, a loro ed agli altri, la loro stessa esistenza. A cominciare dall’arrogato diritto di manifestare pubblicamente sempre e comunque. Persino assieme a chi insulta la polizia, o scrivendo di “normalità” e “diritto all’odio”, pur continuando ad indossare la toga del magistrato o l’uniforme del generale dell’Esercito in servizio.

Cosa possiamo quindi attenderci e pretendere dai nostri figli e nipoti? Che esempio stiamo dando loro? È questo un tema sul quale dobbiamo profondamente riflettere, se vogliamo fare del bene al nostro Paese ed ai nostri ragazzi.

Diamo tempo al tempo

Al di fuori di queste considerazioni, ritengo difficile ed azzardato giudicare i fatti di Pisa, come rischierei di fare io, comodamente seduto alla tastiera del mio PC. Senza essere stato tra le manganellate della polizia e gli insulti, gli sputi, e gli attacchi di facinorosi mischiati a tanti ragazzi per bene. Che chiedevano solo la pace. Pur nell’illusione che l’Italia, da sola, possa essere capace di ottenerla nelle martoriate terre di Israele e Palestina.

Ragazzi per bene ai quali, come faccio con i miei quattro nipoti, andrebbe però spiegato che non si sfondano sbarramenti della polizia, senza rischiare di farsi male. Ed in altri Paesi di finire sotto processo. Non si partecipa soprattutto a manifestazioni non autorizzate, e le uniformi vanno rispettate. Perché rappresentano lo stato, e chi è al nostro servizio a salvaguardia dello stato di diritto. Che è pilastro delle libertà di cui tutti noi godiamo e vogliamo godere. Soprattutto nel nostro Paese. Che non è certo l’Ungheria, dove si rischiano guinzagli e catene in aula di giustizia, o gli Stati Uniti d’America, dove reagire all’intimazione di un poliziotto può costare la vita.

Da estremista della moderazione, quale mi considero da tempo, di fronte ad alcune reazioni mediatiche e social fuori le righe e sull’onda dell’iperemotività, invito pertanto i miei amici a dare tempo al tempo. A lasciare lavorare l’autorità giudiziaria competente. Che non possiamo certo, in Italia, considerare dipendente del governo. Che dispone del lusso di non avere un solo corpo di polizia che indaga su se stesso.

Senza dimenticare infine di sottolineare che i fatti di Pisa potevano accadere sotto ogni colore di governo. Perché è impensabile, nel 2024, poter solo immaginare che un governo un ministro dell’interno, un prefetto od un questore, possa dare ordine di usare il manganello. Solo chi in malafede, o ignorante delle regole che governano il funzionamento delle nostre forze di polizia può sostenerlo.

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