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Perché sono renzate quelle di Renzi su governo, crisi e Iva

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Decreto Rinnovabili

Quella di Renzi al sito di Le Monde è “voce dal sen fuggita”. Ecco perché. Il commento di Gianfranco Polillo

 

Quella di Matteo Renzi al sito di Le Monde – ma non al quotidiano che si occupa di altro – è “voce dal sen fuggita”. Ne è rivelatore il titolo dell’intervista. “Bisogna impedire il voto voluto da Matteo Salvini”.

Il fatto è che l’impedimento non è nei confronti di Salvini. Ma rivolto contro il popolo italiano, unico titolare di quel diritto. Ma colpevole, agli occhi dell’ex premier, di non aver votato, nella competizione europea, secondo i suoi desiderati. E quindi: giusta punizione. La possibile nascita di un governicchio, desinato, forse (ma non è detto) a ricomporre le “sparse membra” del suo stesso partito. Politique d’abord.

Qual ė, infatti, la prospettiva? La speranza di un possibile cambiamento (“si spera duraturo”: dice testualmente), dopo mesi e mesi passati ad insultarsi con una violenza estrema. Come del resto messo in luce dallo stesso Le Monde. Naturalmente si può sempre sperare in una conversione lunga la via di Damasco. Ma quel fatto biblico rimane un evento unico nella storia dell’umanità. Se governo dovrà essere sarà un programma all’insegna della “decrescita felice”, caratterizzato da una rinnovata propensione al “tassa e spendi”. L’esatto contrario di quanto serve all’economia italiana per uscire dalla fossa del progressivo sottosviluppo. Quei dieci anni, che sono alle nostre spalle, qualcosa dovrebbero aver insegnato.

L’unica argomentazione di Renzi è quella che bisogna evitare l’aumento dell’Iva. Figuriamoci se non si può essere d’accordo. Ma questa spada di Damocle pesa sull’economia nazionale dal 2011. Fu, infatti, Giulio Tremonti ad impostare la prima misura di salvaguardia, prevedendo una riduzione delle tax expenditures (le agevolazioni fiscali). Il governo Monti, su input europeo, le mutò nella prospettiva di un aumento dell’Iva e delle accise. E da allora si sono trascinate, anno dopo anno. È stato come un morire: giorno dopo giorno. Impedendo qualsiasi prospettiva di più lungo periodo.

Gli italiani l’hanno capito e votato in massa per la Lega. Non si sono trasformati, in un sol giorno, in esseri “brutti, sporchi e cattivi”. Hanno solo compreso ch’era necessario voltare pagina. Avviare un confronto serrato con la Commissione europea, che finge di non vedere e disapplicare norme da lei stessa volute (l’Alarm meccanism). Impostare una politica di tipo “produttivistico” basata sull’avvio di una profonda riforma fiscale (non pannicelli caldi) ed una forte ripresa degli investimenti: soprattutto in infrastrutture ormai degradate a livello di Terzo Mondo. Basta guardare Roma.

Certo: il percorso non è stato lineare. Il vecchio “contratto di governo”, da questo punto di vista, era quello che era: un puro ferro vecchio. Ma alla fine i nodi sono venuti al pettine e la crisi è stata inevitabile. Da questi dati oggettivi occorre partire per dare una prospettiva all’intero Paese. Forse è giunto il momento di pagare, quel che si deve pagare, per poi andare avanti. L’unica certezza è che non si può continuare con le mezze misure del passato. Prolungano soltanto una lunga agonia. Gli italiani, del resto, hanno dimostrato di essere stanchi di sopravvivere. Vorrebbero, invece, come tutti gli altri europei, cominciare a vivere. Nonostante le manovre di vecchi oligarchi. Achille Occhetto docet.

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