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Perché sono eccessive le critiche alla mossa di Renzi. L’opinione di Polillo

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La stampa – giornali, opinionisti, conduttori televisivi e quant’altro – si è mostrata per lo meno scettica, se non proprio ostile. Un po’ perché non ha capito le ragioni della scissione. Un po’ perché Matteo Renzi è quello che è. Il commento di Gianfranco Polillo

 

Il mondo della politica italiana, in generale, non sembra aver accolto bene la nascita di “Italia Viva”. Perplessità diffuse e critiche al vetriolo. Che queste ultime, salvo qualche significativa eccezione (Goffredo Bettini), provengano dai suoi ex compagni, ci può stare. Checché se ne dica, l’addio di Matteo Renzi ne indebolisce la forza contrattuale. Che non potrà essere compensata dal probabile ingresso di Pierluigi Bersani & Co. Anzi quest’ultima mossa rischia di dare al PD una verniciata passatista. Rendendolo sempre più simile alla pattuglia di Forza Italia. Un ciclo che si è chiuso o si sta chiudendo, mentre in campo sono scesi altri protagonisti.

Diversa la reazione dei suoi diretti competitor a partire da Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Specialmente il primo avrebbe dovuto manifestare se non proprio giubilo, almeno soddisfazione. Legare questo nuovo avvenimento all’intervenuto processo di sfaldamento di coloro ch’erano stati i principali oppositori del progetto giallo-verde. Dire, in altre parole, che la semplice pregiudiziale contro una destra, dipinta come l’anticamera di un ritorno al fascismo, non aveva pagato. Tanto è vero che, cessato l’ipotetico pericolo, quello schieramento non si era rafforzato ma si indebolito. Ha prevalso invece un sentimento diverso. Il fuoco di sbarramento contro un personaggio ritenuto inaffidabile per le sue continue giravolte politiche.

Per Luigi Di Maio, il pericolo maggiore è rappresentato soprattutto dall’anagrafe. Un conto era confrontarsi con una vecchia struttura non solo organizzativa, quale quella rappresentata dal Pd. Non si dimentichi che alcuni dei suoi principali dirigenti, come Dario Franceschini, calca le scene della politica quando lui ancora non era nato. Un’altro è misurarsi con uno dei figli del suo stesso tempo. Che si muove all’interno di un identico universo: la modernità. Che non lascia ad altri i dilemmi connessi all’immediato futuro. Declinandoli tuttavia in modo opposto: non la resa alla “decrescita felice”, ma tutto ciò che c’è da fare per rimettere in moto l’economia e la società per non perdere gli appuntamenti che, nei prossimi anni, diverranno cruciali. Si comprende allora un certo senso di fastidio. Tipico del monopolista che vede sorgere al suo fianco un pericoloso concorrente.

La stampa di complemento – giornali, opinionisti, conduttori televisivi e quant’altro – si è mostrata per lo meno scettica, se non proprio ostile. Un po’ perché non ha capito le ragioni della scissione. Un po’ perché Matteo Renzi è quello che è. Nel salotto di Bruno Vespa è tornato ad essere il personaggio di sempre: esuberante, sicuro di sé fino alla temerarietà, pronto alla risposta e all’invettiva. Quasi a dimostrare che gli incidenti di percorso che hanno costellato la sua azione politica non hanno lasciato segno. Ed allora la risposta consolatoria di questo ritorno in campo è stata in prevalenza: semplice operazione di Palazzo. Che naturalmente c’è, come lo stesso Renzi ha riconosciuto, pur motivando, anche su questo terreno, la limpidezza (presunta o reale) della sua decisione.

Il problema tuttavia rimane. E solo il tempo potrà risolverlo. C’è, tuttavia, un dato che nessuno (non solo Renzi) può trascurare. In Italia vi sono larghi strati di classe media che sono, da tempo, alla ricerca di una propria rappresentanza politica. Lo dimostra il continuo sbandamento di un elettorato pronto a dare credito alla prima forza che scende in campo contro un vecchio establishment politico, che non è riuscito a trovare la via di una normalità. Ma costretto, con altrettanta determinazione, a toglierli la delega, al minimo ulteriore sentore di fallimento. La parabola dei 5 stelle, ma anche lo sconcerto che ha accompagnato le ultime scelte di Matteo Salvini.

Se l’altro Matteo saprà interpretarne le pulsioni più profonde e tracciare una rotta che sappia fare uscire il Paese da questa lunga e prolungata fase d’incertezza, la sua non sarà stata una semplice operazione di Palazzo. Altrimenti i suoi critici avranno dimostrato di aver ragione. Da questa impostazione discendono alcuni corollari di cui il principale è “tornare con i piedi per terra”. Basta con le fumisterie. L’immigrazione è un problema, che va risolto non fra cento anni, ma subito. Chiedere a Marco Minniti. L’economia deve tornare a crescere. E fare di quest’obiettivo la priorità assoluta. A favore dei “penultimi” si può e si deve intervenire, ma nella logica: ”meglio la gallina domani che non l’uovo oggi”. Con l’Europa il confronto deve essere aperto e sereno, ma non arrendevole. Altrimenti tutta la fatica di Mario Draghi – il duro confronto con la Bundesbank e soci – sarebbe stato vano.

Queste sono le sfide vere che “Italia Viva” deve affrontare, se vuole smentire le più facili accuse di piccolo cabotaggio. E non sarà né semplice né facile. Perché non basterà prendere lo zaino e riprendere il cammino dal punto in cui era stato interrotto. Da allora sono passati solo pochi anni, ma nel cangiante firmamento della politica italiana sembrano decenni. Decenni che hanno determinato rotture e rattoppi nel tessuto sociale del Paese, di cui Matteo Renzi, se vorrà mantenere fede alle sue intenzioni, dovrà tener conto.

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