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Perché pure in Germania ci sono tensioni sulla vaccinazione anti Covid

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Germania vaccini Covid

Come procede in Germania la vaccinazione anti Covid? Fatti e polemiche (la stampa tedesca fa raffronti con il piano di Israele). L’approfondimento di Pierluigi Mennitti da Berlino

 

A leggere i titoli dei media tedeschi sulla partenza della vaccinazione in Germania, sembra quasi di trovarsi in Italia. “Avvio stentato dei vaccini, critiche al governo” strilla il titolo del tg della prima rete, “Lotteria del vaccino nella casa di riposo” denuncia la Bild raccogliendo lo sfogo di un ex sottosegretario alla Sanità, “Un grande fallimento di chi era responsabile” tuona lo Spiegel riprendendo il duro giudizio di uno scienziato della Leopoldina, l’istituto che ha contribuito alla definizione delle griglie di priorità. Anche dal vicino estero, i giudizi non sono migliori: “La Germania è inciampata all’avvio delle vaccinazioni”, titola l’autorevole Neue Zürcher Zeitung.

Se in Italia giornalisti e commentatori vari, sui quotidiani e sui social (dove si fanno chiamare influencer), pubblicano masochisticamente il confronto delle vaccinazioni “minuto per minuto” in Italia e in Germania, qui il paragone viene impietosamente fatto con Israele, dove invece la campagna prosegue a gonfie vele e i numeri fanno impallidire quella che agli italiani pare la gioiosa macchina da guerra tedesca. Dimenticando, anche qui, che probabilmente una società che convive con la guerra matura nella gestione delle emergenze livelli di efficienza inarrivabili.

Il difetto non è nella infrastruttura, come forse in Italia, ma nel collo di bottiglia di cui lo Spiegel aveva già parlato oltre due settimane fa, in un’inchiesta che poi, solo dopo molti giorni, è stata scoperta anche da buona parte della stampa italiana: la Commissione europea ha puntato su vaccini ancora in fase di studio, che arriveranno sul mercato con ritardo rispetto sia a quello prodotto dal connubio tedesco-americano Biontech/Pfizer già approvato dall’Ema, che da quello tutto americano Moderna che verrà vidimato il 6 gennaio. Un po’ di sfortuna da un lato, perché al momento della composizione del ventaglio di aziende con cui trattare non era molto chiaro quali vaccini avrebbero per primi tagliato il traguardo, decisioni sbagliate dall’altro, dal momento che quando più tardi la Commissione definì i contratti con Biontech/Pfizer e Moderna (a novembre) si sapeva già che questi due vaccini erano in fase avanzata e si sarebbe potuto prenotare l’intero stock che queste aziende offrivano. Bruxelles optò invece per quantitativi minori, una scelta che i due scienziati di Biontech, Özlem Türeci e Ugur Sahin, definiscono “sorprendente” nella lunga intervista concessa allo Spiegel. L’accusa del settimanale tedesco che la Francia si sia opposta per non sfavorire l’azienda di casa Sanofi è stata smentita dal governo parigino.

Da quando è uscita l’inchiesta dello Spiegel (19 dicembre) in Germania non si parla altro che degli “inciampi” cui sarebbe con molta probabilità andata incontro anche la campagna di vaccinazione tedesca. Ed è aumentata sul ministro della Salute Jens Spahn la pressione a sfruttare le opzioni aggiuntive al contratto europeo che, secondo i tedeschi, legittimano i governi nazionali a stipulare contratti diretti con le aziende produttrici al di fuori del pacchetto Ue. Per placare polemiche interne sempre più violente (la Bild ha avviato una campagna roboante nei giorni natalizi) Spahn ha annunciato l’acquisto di 30 milioni di dosi aggiuntive da Biontech/Pfizer, vicenda che ha suscitato violente reazioni quasi solo in Italia. La mossa di Spahn, giudicata in Italia come una rottura del patto europeo, avrà anche per i tedeschi un effetto ritardato: le dosi aggiuntive arriveranno dopo che Pfizer avrà completato la distribuzione delle dosi europee. Se ne parlerà dunque non prima della primavera, quando peraltro si spera che anche l’atteso (soprattutto in Italia) vaccino AstraZeneca avrà ottenuto l’approvazione dell’Ema. Dunque anche la già pronta macchina tedesca dovrà far di conto nelle prossime settimane con la scarsità delle dosi.

La buona notizia è che il governo tedesco sta supportando Biontech nella riconversione di una fabbrica a Marburg, in Assia, che da marzo dovrebbe sfornare nuove dosi del vaccino per rinforzare le forniture di tutta Europa. Türeci e Sahin, nell’intervista allo Spiegel, avvertono che potrebbe non bastare e sperano che altri vaccini ottengano al più presto l’autorizzazione dell’Ema. La possibilità di una forzatura da tempi di guerra, e cioè obbligare Biontech a concedere la licenza di produzione ad altre aziende, come chiedono le opposizioni liberale e della sinistra (Fdp e Linke), si scontrerebbe innanzitutto con la complessità della produzione di questo vaccino di nuova generazione.

Torna così in primo piano la strategia tradizionale di contenimento della seconda ondata, peraltro affatto affievolita dal lockdown più severo introdotto il 16 dicembre, dopo che un mese e mezzo di mini-lockdown aveva solo rallentato l’esponenzialità della crescita. Al netto della non linearità della raccolta dati nei giorni festivi e degli accumuli che spiegano anche la punta a fine dicembre di oltre 1000 morti al giorno, sia i numeri delle infezioni che quelli dei ricoverati nelle terapie intensive e dei decessi sono molto alti. Sono numeri che certificano come la Germania sia stata investita in pieno da una seconda ondata che in tanti avevano previsto, ma per la quale non ci si è fatti trovare più o meno con gli stessi strumenti della primavera. Forse con qualche mascherina in più.

Martedì 5 gennaio il comitato di crisi composto dalla cancelliera e dai presidenti dei Länder tornerà a riunirsi virtualmente per decidere come affrontare i prossimi mesi invernali. I primi effetti della vaccinazione, se non ci saranno ulteriori intoppi, si vedranno a primavera inoltrata, e assieme all’effetto del bel tempo e delle temperature più elevate (come accadde lo scorso anno), porteranno probabilmente al sospirato allentamento della pressione. Fino ad allora mancano tre mesi, pronosticati “come i più duri di tutta la pandemia” da uno che finora non ha sbagliato una previsione, anche perché medico: Karl Lauterbach, l’esperto di sanità dell’Spd.

Le indiscrezioni rilanciate da tutti i media all’unanimità convergono sul prolungamento del lockdown, che consiste nella chiusura della gran parte dei negozi di vendita al dettaglio e per la cura del corpo (come i parrucchieri), oltre a ristoranti, bar (concesso solo l’asporto), eventi (fiere, teatri, cinema, musei) e restrizioni alberghiere (pernottamenti possibili solo per viaggi di lavoro). Nonostante gli esperti del Koch Institut abbiano monitorato una riduzione della mobilità quasi ai livelli della prima ondata, l’impressione che si ricava dalla vita quotidiana è di un lockdown osservato in maniera assai meno rigida dai cittadini rispetto a quello della primavera scorsa, nonostante anche allora non sia mai entrato in vigore il divieto di uscire di casa. Il prolungamento della chiusura di tanti settori commerciali rischia però di trascinarsi appresso la tanto temuta ondata di fallimenti di piccoli e medi esercenti.

Resta aperto il nodo della scuola. Nella conferenza dei ministri regionali dell’Istruzione, che anticiperà di un giorno quella del comitato di crisi, da alcuni Länder si alzeranno voci per un immediato ritorno sui banchi di scuola. Ma viene dato per scontato il prolungamento della chiusura, con l’eccezione dell’assistenza che ogni istituto è tenuto a dare ai bambini i cui genitori sono impegnati in settori strategici (medici e infermieri, forze dell’ordine e sicurezza, lavoratori dell’industria, addetti nei supermercati, personale amministrativo non in home office): si tratta di una media di 20-30 bambini a scuola.

Ma il tema resterà centrale. Da un lato gli esperti sanitari premono per una chiusura prolungata, temendo che le varianti del covid apparse un po’ ovunque in Europa e in Germania rappresentino un pericolo di infezione anche per i più piccoli. Dall’altro i politici, che premono per una qualche forma di ritorno alla normalità (lezioni in presenza per le classi inferiori, misto presenza-home schooling per quelle superiori), tanto più che le scuole aperte erano state la bandiera della strategia (fallita) di gestione della seconda ondata. Il rischio di riaprire è però enorme, anche perché la priorità di riaprire le scuole non combacia con la priorità delle categorie chiamate a vaccinarsi: il personale scolastico è scivolato nel terzo gruppo, assieme agli ultra 60enni, e se tutto va bene se ne parlerà dalla primavera. Anche qui il confronto con Israele è impietoso: lì i lavoratori della scuola sono stati inseriti nel primo gruppo. Scuole aperte non solo a parole.

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