Sanità

Chi sono gli scienziati-fondatori di Biontech (vaccino Pfizer anti Covid)

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scienziati-fondatori Biontech

Fatti, mosse e obiettivi di Ugur Sahin e Özlem Türeci, scienziati-fondatori della Biontech, l’azienda tedesca che ha contribuito al vaccino di Pfizer anti Covid

 

Ora la disputa è tutta all’ombra del politicamente corretto. E la stampa tedesca si interroga se il cono di luce accesosi sulla coppia di scienziati-fondatori della Biontech, l’azienda di Magonza che ha individuato il primo vaccino contro il Sars-CoV-2 accendendo le speranze sulla fine non troppo lontana della pandemia, debba concentrarsi sulla favola del riscatto dei migranti o su una semplice storia di successo di due scienziati.

Chi li conosce assicura che Ugur Sahin e Özlem Türeci, 55 e 53 anni, marito e moglie con una vita dedicata alla ricerca contro il cancro, siano poco interessati al clamore mondiale che si è acceso attorno alle loro origini e a presunte voglie di riscatto che si estenderebbero, chissà perché, anche all’intera comunità turco-tedesca, in verità ormai troppo stratificata in generazioni e classi sociali differenti per essere trattata come un’entità unica e compatta. Amici e colleghi raccontano che Sahin e Türeci non siano proprio tipi da mettersi in mostra, e che anche ai congressi medici siano soliti starsene in disparte piuttosto che cercare il proscenio.

La loro biografia è lì, nelle carte anagrafiche, e parla soprattutto la lingua della ricerca scientifica, che non ha patrie né confini. Quanto ai percorsi familiari, Sahin arrivò in Germania a 4 anni a rimorchio del padre, attirato da un posto in una fabbrica Ford nel quadro degli accordi sui Gastarbeiter (lavoratori ospiti) che la Germania del dopoguerra aveva stipulato con diversi paesi mediterranei, fra cui l’Italia. Il suo percorso di formazione – affettivo, scolastico, culturale – può dunque considerarsi tutto tedesco. E Türeci in Germania ci è addirittura nata, senza neppure il fardello di dover cercare un riscatto sociale, giacché suo padre si trasferì da una metropoli come Istanbul nella provinciale Cloppenburg, in Bassa Sassonia, per continuare a fare quel che faceva in patria: il medico. E furono proprio le continue visite in clinica per salutare il padre che influenzarono i sogni professionali di Türeci, come lei stessa ha confessato ad agosto, in un colloquio con i redattori della rivista online Heise, una sorta di Bibbia dell’informazione IT in Germania. Sahin il modello se lo dovette cercare fuori dalla cerchia familiare, e lo trovò nel grande pantheon della medicina tedesca: nientemeno che in Paul Ehrlich, l’immunologo fondatore della chemioterapia, collaboratore di Robert Koch e vincitore nel 1908 del Nobel per la medicina.

L’incontro tra Sahin e Türeci avvenne alla fine degli anni Novanta, dopo gli studi universitari, nella clinica di una cittadina della Saar dove si curavano i malati di cancro. E sempre secondo il racconto fatto ad Heise, la molla dell’unione sentimentale e professionale fu la convinzione di poter trovare una strada per la cura dei pazienti che andasse oltre le possibilità del momento: chemioterapia, chirurgia, radioterapia.

Da lì il passaggio a Magonza, tappa fondamentale della loro vita, in futuro sede delle loro aziende, compresa la Biontech ora sulla bocca di tutti. L’idea di base era che in qualche modo dovesse essere possibile indurre il sistema immunitario ad attaccare da solo le cellule tumorali. È il concetto che sarà grosso modo alla base del vaccino a Rna contro il Covid. Sahin e Türeci aprirono un laboratorio di ricerca all’interno della clinica universitaria di Magonza, ma la risposta dell’industria non fu quella attesa: la nostra idea era giudicata troppo ardita, hanno spiegato ad Heise. Così fondarono una loro prima azienda, la Ganymed, avviando una carriera di ricercatori senza precedenti. A dispetto della conclamata loro scarsa attenzione alle questioni finanziarie, Sahin e Türeci vendettero quattro anni fa la Ganymed per 1,4 miliardi di euro, soldi che in buona parte finirono in un’altra azienda che avevano fondato nel 2008, la Biontech, con sede sempre a Magonza in una via dal nome che ora sembra un segnale premonitore: An der Goldgrube. Tradotto: alla miniera d’oro.

I soldi sono l’altra faccia della medaglia della storia che porterà il vaccino contro il Covid nelle nostre vite, non meno importante dell’idealismo e della tenacia che ha animato la coppia di ricercatori. Un esempio di come, nella scienza e nella ricerca, l’antitesi fra Stato e mercato sia in fondo una disputa priva di senso. Biontech, che come tutte le piccole imprese ha trascorso molti anni difficili, con le spese in ricerca che sopravanzavano gli introiti che mancavano, ha trovato nella ricerca contro il cancro sia la fiducia dei sottoscrittori di una Ipo (offerta pubblica iniziale) negli Usa da 150 milioni di dollari, che quella della Banca europea degli investimenti. E quando i due scienziati hanno immaginato che le ricerche sul cancro potessero essere utilizzate per ricavare il vaccino per il Covid, hanno poi ottenuto il supporto del governo tedesco e la condivisione dell’impresa dell’azienda farmaceutica privata americana Pfizer. Istituzioni pubbliche e private hanno letto le carte in mano a Sahin e Türeci, le hanno giudicate credibili e promettenti e ci hanno puntato sopra.

Il Sole 24 Ore ha riportato l’elenco degli investimenti. Nel dicembre 2019, come detto, la Bei aveva già rilasciato un primo aiuto da 50 milioni di euro: un finanziamento ad alto rischio, con prospettive promettenti, che la Banca europea degli investimenti ha potuto accordare grazie alla garanzia “Efsi” creata con il Piano Juncker. Non solo soldi, ma anche un prestigioso biglietto da visita, perché “gli interventi della Bei attraggono altri investitori venture che non hanno una squadra di scienziati per analizzare i rischi”, ha scritto il Sole. Oggi Biontech attrae investitori da tutto il mondo, Asia compresa. Ma la svolta è arrivata a fine gennaio, quando grazie a uno studio arrivato per e-mail dalla Cina, Sahin ha compreso la gravità dell’epidemia di Wuhan e ha deciso di dirottare l’impegno di Biontech sullo sviluppo di un vaccino per il Covid: da allora i finanziamenti sono arrivati a gettito continuo. “A giugno altri 100 milioni di euro dalla Bei e un private placement da 250 milioni di dollari, a luglio una sottoscrizione di ADR da 512 milioni di dollari, a settembre 375 milioni di sussidi dallo Stato federale tedesco attraverso il ministero per la ricerca e l’istruzione”, ha elencato il Sole.

L’accordo con la Pfizer è stato poi decisivo e Sahin ha raccontato al Wall Street Journal la velocità con cui è avvenuta la stretta di mano con gli americani: tre giorni di trattative in tutto, nessuno spazio per egocentrismi. Per gli amanti degli aspetti romantici, si può aggiungere che il ceo di Pfizer è il greco Albert Bourla e con i chiari di luna che intercorrono oggi fra Grecia e Turchia ci sarebbe altro materiale per storie di colore.

A ogni modo, scrive il Tagesspiegel di Berlino, i diritti sul futuro vaccino restano in buona parte nelle mani di Sahin e Türeci, e i due questa volta assicurano di non aver alcuna intenzione di vendere Biontech. La Welt ha fatto loro due conti in tasca, scoprendo che in un anno il loro patrimonio è passato da 650 milioni a 2,4 miliardi di euro, circostanza che li colloca tra le 100 persone più ricche della Germania (per l’esattezza alla 93esima posizione). Niente male per due scienziati poco avvezzi alle questioni finanziarie, descritti dai colleghi come ricercatori riservati e modesti e che ogni giorno arrivano puntuali al lavoro nella sede in Via della miniera d’oro. In sella a una bici.

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