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Perché non era scontato lo scudo di Mattarella pro governo

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Ha un notevole significato politico e istituzionale l’intervento di Sergio Mattarella. I Graffi di Damato

 

Non era né usuale né scontato che il presidente della Repubblica, per giunta durante una missione all’estero, particolarmente a Vienna, intervenisse in prima persona su una vertenza fra il governo e gli organismi comunitari per fornirgli quello che giustamente alcuni giornali hanno definito uno “scudo” o un “soccorso”. Ha pertanto un notevole significato politico e istituzionale l’intervento di Sergio Mattarella, visti anche i suoi noti, anzi notissimi contatti internazionali, cercati e ricambiati più o meno dietro le quinte, a sostegno dell’assestamento apportato finalmente al bilancio dal Consiglio dei Ministri, dopo tanti annunci e altrettanti rinvii: un assestamento finalizzato a chiarire i conti dello Stato di fronte alle contestazioni mosse dalla Commissione Europea e al conseguente rischio di apertura di una costosa procedura d’infrazione per debito eccessivo.

Il capo dello Stato non si è limitato a una generica condivisione delle cifre del governo, ma le ha fatte proprie ribadendole, come per farsene personalmente garante: disavanzo ridotto dal 2,4 al 2,1, avanzo primario aumentato dall’1,4 all’1,6 per cento e deficit giù di 7,6 miliardi di euro. “Non vedo ragioni” per dubitarne e avviare una procedura d’infrazione, ha detto quindi Mattarella risparmiando per garbo agli interlocutori europei qualsiasi osservazione pur non peregrina sulle circostanze dei rilievi mossi dai controllori sotto scadenza di mandato, visto che proprio in questi giorni si tratta, con tutte le difficoltà del caso, su come e con chi sostituirli a causa del rinnovo del Parlamento europeo.

Peccato che a tanta premura, fermezza, coraggio, chiamatelo come volete, del presidente della Repubblica abbia corrisposto tanta imprudenza o sprovvedutezza del governo. Che è improvvisamente uscito dallo stato di grazia unitario in cui l’aveva involontariamente messo la guerricciola per mare dichiaratagli e condotta al comando della Sea Watch 3 dalla signorina tedesca Carolina Rackete, rimasta non si sa ancora per quanto, mentre scrivo, agli arresti domiciliari dopo l’interrogatorio subìto nel tribunale di Agrigento per una serie di reati di non poco conto, compreso il concorso in traffico clandestino di persone.

Uniti nel considerare provocatoria e gravissima la sfida pseudo-umanitaria lanciata dalla comandante della nave battente bandiera olandese scegliendo da sola dove sbarcare i migranti soccorsi nelle acque libiche, al netto di quelli già prelevati volontariamente per ragioni di necessità dalle autorità italiane, i due vice presidenti del Consiglio dai cui starnuti e umori dipende la stabilità e la stessa credibilità internazionale del governo, o quel che ne rimane grazie anche agli “scudi” di Mattarella, sono tornati a litigare come i polli di manzoniana memoria che Renzo -non il Renzi dei nostri giorni- portava praticamente alla morte.

Questa volta al vice presidente leghista Matteo Salvini non sono piaciuti, del suo omologo Luigi Di Maio, l’assenza a Palazzo Chigi, nella seduta del Consiglio dei Ministri sull’assestamento del bilancio, e un attacco sferratogli via Facebook sull’affare Benetton. Che è la questione della revoca delle concessioni autostradali alla società Aspi del gruppo Atlantia per il crollo, l’anno scorso, del ponte Morandi, senza aspettare i risultati degli accertamenti giudiziari, e con rischi perciò di forti penali.

I grillini purtroppo non sanno stare senza avere un nemico da combattere e linciare. Li aiuta in questo caso la dichiarata impossibilità o indisponibilità di Giuseppe Conte, che pure è un avvocato e un professore di diritto prima ancora che il presidente pro tempore del Consiglio dei Ministri, di attendere “i tempi della giustizia”. Neppure un suicidio dell’ottantaquattrenne Luciano Benetton, con tanto di lettera di scuse depositata preventivamente presso un notaio, o spedita al blog delle cinque stelle, non foss’altro per scongiurare danni agli sprovveduti risparmiatori che hanno investito sui titoli di Atlantia, riuscirebbe forse a fermare l’esecuzione della condanna reclamata da Luigi Di Maio in veste anche di cuoco, dovendosi considerare inevitabilmente o auspicabilmente “decotto” il gruppo di questo pericoloso criminale a piede ancora libero e dei suoi soci.

Fra le urgenze reclamate pubblicamente da Di Maio, forse per non restare chiuso in quella specie di gabbia in cui l’ha messo con le sue polemiche l’amico -si fa per dire- e compagno di partito Alessandro Di Battista, c’è quella di onorare la memoria delle vittime del crollo del ponte Morandi entro il primo anniversario, a metà del mese prossimo, della tragedia verificatasi a Genova. Ma sarà un modo forse anche per rifarsi, sotto le cinque stelle, dei mancati festeggiamenti del primo anniversario del governo gialloverde per via di un altro crollo: quello elettorale, il 26 maggio scorso, di un partito tanto rapidamente cresciuto quanto rapidamente ridotto.

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