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Perché non è Trump il problema della Nato

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L’analisi di Federico Punzi per Atlantico Quotidiano sulle maggiori sfide e incognite per l’Alleanza Atlantica, più interne che esterne oggi, a 70 anni dalla sua costituzione.

Il 4 aprile di 70 anni fa nasceva la Nato, l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord, e i ministri degli esteri degli stati membri dell’Alleanza sono riuniti in queste ore a Washington, insieme al segretario generale Stoltenberg, per celebrare l’anniversario della firma del Trattato.

La Nato è probabilmente l’alleanza militare di maggior successo nella storia. Fino ad oggi ha compiuto la missione, difendendo i suoi membri da minacce esterne, come l’Unione Sovietica, con la sola forza della dissuasione, senza sparare un colpo, e impedendo il ripetersi di un conflitto tra grandi potenze come la Prima e la Seconda Guerra Mondiale. La clausola di solidarietà difensiva prevista dall’articolo 5 del Trattato è scattata una sola volta, nei confronti dell’Afghanistan governato dai Talebani dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti. Più che all’Unione europea, e alla CEE prima, come viene spesso ripetuto dagli eurofili e gli eurolirici, si deve alla Nato, alla sua supremazia militare e all’ombrello di difesa garantito e pagato dai contribuenti americani, se l’Europa ha potuto vivere settant’anni di pace e prosperità.

Se dunque si può affermare che la Nato abbia ampiamente adempiuto alla sua missione originaria, con altrettanta nettezza bisogna riconoscere la crisi che da molti anni la sta affliggendo, indebolendola.

Anche oggi le minacce esterne non mancano: dal terrorismo islamico alle cyberwar. E pur non costituendo una minaccia nemmeno lontanamente paragonabile a quella sovietica, l’assertività politica e militare della Russia di Putin ai confini orientali dell’Europa e in Medio Oriente dev’essere certamente monitorata e confrontata con la massima attenzione. A preoccupare però, più delle minacce esterne, è l’atteggiamento degli alleati verso tali minacce, che oscilla tra l’indifferenza, la negazione, la sottovalutazione e l’appeasement.

Oggi le vere sfide e le incognite per l’Alleanza provengono dal suo interno. A quasi trent’anni dalla fine della Guerra Fredda sembra che gli alleati Nato abbiano smarrito le ragioni profonde, strategiche, del loro stare insieme, o che esse ai loro occhi stiano perlomeno sbiadendo. Il processo di riorientamento strategico, invocato da lustri come urgente, avanza lentamente e con passo incerto, e non può certo dirsi sulla via della conclusione. La supremazia militare e tecnologica, le riforme della struttura di comando, il numero dei contingenti e degli alleati (salito a 29 con l’ingresso del Montenegro), la spesa militare – che nonostante la riluttanza di molti stati membri a rispettare gli impegni e il boom di quella cinese, è ancora diverse volte superiore a quella di Pechino, per non parlare della Russia – sono fattori importanti, ma non dimostrano di per sé la vitalità e l’efficacia di un’alleanza. Sono le braccia e le gambe, ma non la mente. Puoi avere una potenza schiacciante, ma se non hai la volontà di usarla, se gli alleati sono divisi e litigiosi, se non condividono almeno a grandi linee una visione strategica, se non concordano sulle principali minacce e se, di fondo, una parte di essi è convinta di abitare un mondo ormai senza più nemici, senza più confini, inevitabilmente avviato vero la “fine della storia”, dove non resta che concentrarsi sugli scambi commerciali e culturali, allora il rischio è di ritrovarsi con una tigre di carta. Oggi la Nato è, sulla carta, senza rivali. Ma la sensazione è che i suoi rivali possano approfittare della sua incertezza e indeterminatezza strategica.

Non è un mistero, per esempio, che l’amministrazione Trump stia spingendo perché la Nato rivolga le sue attenzioni verso la Cina, in particolare per contrastare le minacce alla sicurezza derivanti dal potere commerciale e cyber, tecnologico, di Pechino. Ed è uno dei temi al centro anche dei colloqui di questi due giorni tra i ministri degli esteri riuniti a Washington per il 70esimo anniversario. Come risponderanno alleati che hanno atteggiamenti contrastanti verso Pechino, alcuni dei quali fino ad oggi hanno visto nella Cina al massimo un rivale, oltre che un partner, dal punto di vista economico e commerciale? I Paesi che aderiscono al progetto infrastrutturale della nuova Via della Seta, precursore e fondamento di un nuovo ordine economico e politico globale guidato da Pechino, ma anche quelli che, pur in assenza di adesione formale, attraverso gli investimenti accrescono la loro dipendenza, adottano tecnologie cinesi nelle loro telecomunicazioni, come la rete 5G, mettono a rischio la condivisione delle informazioni di intelligence e sicurezza tra alleati, con serie conseguenze sull’interoperabilità della Nato, come avverte Washington.

C’è il tema della Turchia di Erdogan, che con la sua strategia neo-ottomana ormai da tempo sembra guardare più a Oriente, voler giocare una partita in totale autonomia per l’egemonia nel mondo sunnita e turcofono, e interloquire con potenze ostili, come Russia e Iran, così come con gli Usa. Basti pensare alla delicata questione dell’acquisto del sistema antiaereo russo S400. E stiamo parlando del secondo Paese dell’Alleanza atlantica per numero di truppe permanenti.

C’è il tema del rilancio, dopo la decisione britannica di uscire dall’Ue, guarda caso, dell’esercito comune europeo, che ha preoccupanti tratti di ambiguità: complementare, duplicazione o, in prospettiva, alternativo e sostitutivo della Nato? Soprattutto alla luce dei discorsi dei leader europei sull’Europa che “deve fare da sola”, che non può più contare su Stati Uniti e Regno Unito come “alleati affidabili”, che evocano la pericolosa illusione di una autonomia strategica da Washington. Abbiamo il ministro delle finanze francese Bruno Le Maire, per esempio, che nel suo libro “The New Empire: Europe in the 21st Century”, farnetica di fare dell’Ue un “nuovo impero”, per contrapporci alla due superpotenze “rivali”, riferendosi, oltre che alla Cina, anche agli Stati Uniti, da 70 anni nostri alleati e principali garanti della difesa dell’Europa.

Ci sono poi le ambiguità e la riluttanza della Germania, gigante commerciale e leader politico ed economico dell’Ue, che rende se stessa e l’Europa più dipendenti dal gas della Russia, da cui si suppone che la Nato e gli Stati Uniti dovrebbero difenderci; che flirta con la Cina e rispedisce al mittente le preoccupazioni di Washington sulla rete 5G; che si rifiuta, pur essendo l’economia europea più ricca e meno indebitata, di rispettare gli impegni di spesa militare assunti in sede Nato.

Non è molto ottimista Walter Russell Mead, che nella sua column sul Wall Street Journal avverte che “la Nato sta morendo”. Ma “non incolpate Trump”, aggiunge. “L’idea una volta impensabile è diventata inevitabile”, dopo la decisione del governo tedesco di mantenere praticamente stabile nei prossimi cinque anni la sua spesa per la difesa, aumentandola impercettibilmente dall’1,2 all’1,25 per cento del Pil, livello molto lontano dall’impegno del 2 per cento entro il 2024 assunto con gli alleati Nato cinque anni fa. La decisione non è dettata da alcuna emergenza fiscale, il bilancio tedesco è in equilibrio dopo il surplus di 11 miliardi dello scorso anno, il quinto di fila.

Quindi per WRM la decisione di Berlino ha un chiaro significato: la Nato e gli Stati Uniti non sono così importanti per la Germania come in passato. Ma avverte che “qualcosa di più profondo” è in azione che non la semplice “irritazione” e il “disprezzo” per il presidente Trump. Sia presidenti democratici come Obama, che esponenti repubblicani ben lontani da Trump, come John McCain, hanno a lungo richiamato la Germania a dimostrare il suo impegno per la Nato investendo il 2 per cento del Pil nella difesa. E non stiamo parlando di un Paese in crisi o indebitato, ma della prima economia europea. Ora, conclude WRM, “rifiutandosi persino di avvicinarsi al target, Berlino si fa beffe non solo di Trump ma degli Stati Uniti”.

Quello del burden-sharing, del giusto contributo alla Nato da parte degli alleati, è un tema affrontato, sebbene con toni e accenti diversi, da praticamente tutti i presidenti Usa del Dopoguerra, da Eisenhower a Obama, passando per Kennedy e G.W. Bush. A differenza dei suoi predecessori, presi in giro per anni, l’approccio di Trump è stato particolarmente duro, anche sprezzante. Ma se i suoi attacchi in campagna elettorale e nei primi giorni di presidenza – sull’inutilità dell’Alleanza, fino a minacciare di non difendere chi non fosse in regola con la spesa e ad evocare la possibilità di un ritiro Usa – potevano trarre in inganno, oggi vorrebbe dire perseverare nell’errore scambiarli per una volontà di disimpegno. Ha più volte di persona, e tramite il vice presidente Pence e il segretario di Stato Pompeo, riaffermato l’impegno Usa verso l’articolo 5 sulla mutua difesa: “We’re going to be with Nato 100 percent”, ha assicurato. Con Trump il budget per la European Reassurance Initiative (ERI), il piano di impegni aggiuntivi Usa in difesa del fronte orientale Nato dopo l’aggressione russa in Ucraina, è salito nel 2018 fino a 4,8 miliardi di dollari dai 3,4 richiesti per il 2017 da Obama, con il quale era sceso nel 2016 sotto gli 800 milioni. Nella strategia di sicurezza nazionale si dichiara che “la Nato diventerà più forte quando tutti i membri si assumeranno maggiori responsabilità e pagheranno la loro giusta quota per proteggere i nostri comuni interessi, sovranità e valori”, e si ribadisce che Washington si aspetta dagli alleati europei il rispetto dell’impegno a spendere il 2 per cento del Pil in difesa entro il 2024.

Le dure critiche del presidente Trump agli alleati sulla spesa militare “hanno avuto un impatto e reso l’Alleanza più forte”, ha detto ieri il segretario Stoltenberg intervenendo al Congresso Usa: “Gli alleati devono spendere di più nella difesa. Questo è stato il chiaro messaggio del presidente Trump. E questo messaggio sta avendo un impatto reale”. Dopo anni di riduzione della spesa militare, “tutti gli alleati hanno fermato i tagli e la stanno aumentando. Prima tagliavano miliardi, ora li stanno aggiungendo”. Gli alleati europei e il Canada hanno speso 41 miliardi in più negli ultimi due anni ed entro la fine del 2020 saranno 100. Tranne che con Berlino, dunque, la linea dura pare stia funzionando: i Paesi membri che rispettano l’impegno sono passati da tre a sette nel 2018 (Stati Uniti, Regno Unito, Polonia, Grecia, Estonia, Lettonia e Lituania) e la Francia è molto vicina (1,82 per cento del Pil).

Ma, come abbiamo detto, la supremazia nei numeri non è tutto. Non è solo su questi che si può giudicare la salute della Nato nel giorno del suo 70esimo compleanno.

 

Articolo pubblicato su Atlanticoquotidiano.it

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