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Perché non è più assurdo che il virus sia nato in un laboratorio di Wuhan?

Coronavirus Wuhan

Tre ricercatori del Wuhan Institute of Virology si sono ammalati con sintomi simili al Covid nel novembre 2019. L’analisi di Federico Punzi, direttore di Atlantico Quotidiano

Nel novembre 2019, tre ricercatori del Wuhan Institute of Virology si sono ammalati con sintomi simili al Covid al punto da dover ricorrere a cure ospedaliere, secondo un rapporto dell’intelligence Usa citato dal Wall Street Journal.

La notizia non è del tutto nuova ai più attenti lettori di Atlantico Quotidiano, perché al contrario dei media mainstream l’avevamo riportata e analizzata già un paio di mesi fa. E nonostante fosse liquidata come teoria complottista, fin dall’inizio abbiamo preso molto sul serio l’ipotesi dell’origine del virus nei laboratori di Wuhan.

Erano gli ultimi giorni dell’amministrazione Trump, per la precisione il 15 gennaio scorso, quando il Dipartimento di Stato, guidato da Mike Pompeo, pubblicava una nota in cui si parlava per la prima volta di diversi ricercatori del Wuhan Institute of Virology, dove si studiano coronavirus molto simili a quello responsabile della pandemia, con “sintomi compatibili sia con il Covid che con le comuni malattie stagionali”, come l’influenza. Un fatto che “solleva dubbi sulla credibilità” della dottoressa Shi, aggiungeva il Dipartimento di Stato nella nota, criticando il regime comunista per “inganni e disinformazione”. Nella nota si accennava anche alla cooperazione su alcuni progetti tra il WIV e le forze armate di Pechino e si ricordavano i precedenti incidenti nei laboratori cinesi. Affermazioni che l’amministrazione Biden non ha finora messo in discussione, limitandosi ad osservare che non si possono trarre conclusioni sulle origini del virus e a chiedere una indagine indipendente e trasparente.

All’epoca la notizia passò praticamente inosservata. All’incirca un anno fa, l’allora presidente Usa Donald Trump disse di aver visionato prove di intelligence che avvaloravano l’ipotesi dell’origine del virus dai laboratori cinesi, ma ovviamente le sue parole furono accolte con la solita sufficienza, se non con aperto dileggio. Twitter aveva cominciato a censurare chi si azzardava a sostenere l’ipotesi.

Ora però, osserva il WSJ, abbiamo il numero dei ricercatori infettati (tre), il periodo preciso della loro malattia e dei loro ricoveri in ospedale (il mese precedente il primo caso confermato di Covid, l’8 dicembre 2019). Il tutto proprio alla vigilia di una riunione del board dell’Organizzazione mondiale della sanità che dovrebbe discutere la prossima fase dell’indagine sulle origini del Covid-19.

E guarda caso, persino il famoso virologo Anthony Fauci, direttore dell’Istituto nazionale di malattie infettive e consigliere della Casa Bianca sul Covid, di cui sono ben note le divergenze con l’ex presidente Trump, cambia versione. Ora si dice “non convinto” che il virus si sia sviluppato per vie naturali: “Non ne sono convinto, penso che dovremmo indagare su ciò che è successo in Cina”, ha risposto a Fox News.

Una clamorosa giravolta, una delle tante di Fauci, uno degli scienziati più autorevoli ad escludere con spocchia le teorie del virus creato dall’uomo e/o uscito accidentalmente da un laboratorio cinese, liquidandole come illogiche (“I don’t spend a lot of time going in on this circular argument”) proprio nei giorni in cui il presidente Trump e il segretario di Stato Pompeo cercavano di mettere sotto pressione Pechino sull’origine del virus.

Il WSJ riporta anche differenti pareri di ex e attuali funzionari a conoscenza del rapporto di intelligence. Per alcuni, l’informazione arriverebbe da un partner internazionale, è potenzialmente significativa ma necessita ancora di ulteriori indagini e verifiche, mentre secondo altre fonti sarebbe più solida: “L’informazione che abbiamo ricevuto dalle varie fonti era di prima qualità. Molto precisa. Quello che non diceva era esattamente il motivo per cui si sono ammalati” i ricercatori.

La tempistica però è più che sospetta: novembre 2019 è proprio il mese in cui molti epidemiologi e virologi ritengono che il virus abbia iniziato a circolare a Wuhan, mentre le autorità cinesi hanno sempre affermato che il primo caso risalisse all’8 dicembre 2019 e – ricordiamolo – è del 31 dicembre la prima comunicazione cinese all’Oms – su sollecitazione di quest’ultima.

Come noto, nel corso della missione-passerella condotta da un team dell’Oms nella città cinese, tra fine gennaio e inizio febbraio 2021, l’Istituto di Wuhan non ha condiviso i dati grezzi, i registri di sicurezza e gli archivi di laboratorio delle sue estese ricerche con i coronavirus dei pipistrelli. Negati finora anche i campioni di sangue raccolti a Wuhan prima del dicembre 2019.

Nel rapporto conclusivo della loro missione (scritto insieme ai colleghi cinesi!) gli esperti dell’Oms definivano “estremamente improbabile” la fuga da laboratorio, osservando che l’ipotesi non meritava ulteriori approfondimenti, mentre affermavano che il virus “molto probabilmente” si era diffuso naturalmente, passando da un pipistrello all’uomo attraverso un altro animale, senza però essere in grado di indicare quale.

Ma in seguito alle perplessità espresse dall’amministrazione Biden riguardo l’influenza cinese sul rapporto e la mancanza di trasparenza di Pechino, lo stesso direttore dell’Oms Tedros ha dovuto riconoscere che il team non aveva adeguatamente esaminato l’ipotesi di una fuga da laboratorio, sollecitando egli stesso un’inchiesta più completa.

Pechino ha ripetutamente negato e ieri ha seccamente smentito il rapporto citato dal WSJ: “completamente falso”, l’ha bollato il portavoce del Ministero degli esteri, Zhao Lijian, sollecitando gli Stati Uniti a non continuare a diffondere teorie del complotto: “Si preoccupano di individuare l’origine o stanno solo cercando di distrarre l’attenzione?”. “Continuiamo ad avere serie domande sui primi giorni della pandemia di Covid-19, comprese le sue origini nella Repubblica popolare cinese”, ha dichiarato al WSJ un portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale Usa.

La virologa olandese Marion Koopmans, che ha preso parte alla controversa missione dell’Oms, ha confermato alla Nbc che in effetti alcuni impiegati del WIV si sono ammalati nell’autunno del 2019, attribuendo però la loro malattia ad una normale influenza stagionale: “Niente degno di nota… Forse uno o due, non un granché”.

Al contrario, David Asher, che ha guidato una task force del Dipartimento di Stato sulle origini del virus per l’allora segretario Mike Pompeo, ha spiegato ad un seminario dell’Hudson Institute nel marzo scorso che è improbabile che i ricercatori del WIV si siano ammalati di una normale influenza: “Dubito che tre persone in circostanze altamente protette, in un laboratorio di livello 3, che lavorano sui coronavirus, si ammalerebbero tutte di influenza, finendo in ospedale o in condizioni gravi tutte nella stessa settimana, e che non abbia nulla a che fare con il coronavirus“, ha detto aggiungendo che la malattia dei ricercatori potrebbe rappresentare “il primo cluster conosciuto” di Covid-19.

Pompeo è sicuro delle prove che ha visto: il Partito Comunista Cinese, ha twittato ieri, è stato “attivamente impegnato nella ricerca presso il Wuhan Institute of Virology. Ogni elemento di prova indica una fuga da questo laboratorio”, anche se “il PCC ha fatto di tutto per occultare e deviare la colpa… Devono essere ritenuti responsabili”.

Certo, al momento si tratta ancora di prove indiziarie, è bene tenerlo presente, ma i comprovati tentativi di insabbiamento messi in atto dal regime di Pechino nelle prime settimane di diffusione del virus, la sua reiterata mancanza di trasparenza, l’assenza tuttora di teorie alternative sull’origine naturale, il passaggio del virus dai pipistrelli all’uomo, diretto o tramite un altro animale (al mercato del pesce non crede più nessuno), portano a prendere molto sul serio l’ipotesi dell’origine nei laboratori del Wuhan Institute of Virology.

Che il rapporto dell’intelligence Usa citato prima dal Dipartimento di Stato e poi dal WSJ non contenga informazioni decisive, osserva su Twitter Josh Rogin, giornalista del Washington Post , non significa che l’ipotesi sia meno plausibile. Ma è un’ipotesi, aggiunge, che chiama in causa la comunità di intelligence Usa, perché, se fosse confermata, vorrebbe dire che “l’hanno totalmente mancata”: “80 miliardi di dollari l’anno e nessuno stava sorvegliando questa rete di laboratori cinesi che lavoravano con i militari nella ricerca sui virus pericolosi”… sarebbe “il più grande scandalo di intelligence dall’11 settembre”.

Articolo pubblicato su Atlantico Quotidiano, qui la versione integrale. 

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