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Perché Monti sul Corriere della Sera sbarella su Polonia, Ungheria, Recovery e Stato di diritto

di

Francia

 

Che cosa non quadra nell’editoriale scritto da Mario Monti sul Corriere della Sera. Il commento di Giuseppe Liturri

Dopo l’articolo, a firma George Soros, pubblicato dal Sole 24 Ore qualche giorno fa, la campagna di stampa tutta finalizzata ad attribuire a Polonia ed Ungheria la responsabilità di un eventuale slittamento dell’approvazione del pacchetto di norme comprendente Next Generation EU e bilancio pluriennale, è indubbiamente salita di livello. Prova ne è quanto scritto dal senatore Mario Monti oggi sul Corriere della Sera. Un articolo dove la distorsione dei fatti fa ombra al rispetto, sempre dovuto, per le opinioni.

Il sommario (“Non esistono ragioni geopolitiche che debbano indurre l’Ue a chinare il capo di fronte ai governanti autocratici che sono oggi al potere in Ungheria e in Polonia”) dà l’idea dell’orientamento generale e della sentenza già emessa: c’è un (anzi due) carnefice che ricatta ed affama l’Europa che deve resistere eroicamente e non chinare il capo. Invece le cose stanno esattamente al contrario, e ve lo dimostreremo.

Secondo il professore, questi Stati reprobi bloccano tutto perché si oppongono ad un regolamento che stabilisce che “uno Stato non potrà percepire i fondi ad esso attribuiti se viola le regole dello Stato di diritto, come l’indipendenza della magistratura o la libertà di stampa, ad esempio quando queste indagano o protestano contro esponenti politici o partiti corrotti”.

Purtroppo leggendo il regolamento non è affatto così e temiamo che il senatore non l’abbia letto. I fatti presupposto che innescherebbero le sanzioni non menzionano affatto la libertà di stampa, mentre parlano di indipendenza della magistratura. Inoltre, essi sono di una tale genericità – soprattutto quelli previsti dall’articolo 2a della bozza uscita dal Trilogo (negoziato tra Commissione, Consiglio ed Europarlamento) – che somigliano a strumenti buoni a tutto, sono il trionfo della discrezionalità e quindi, in ultima istanza, della ricattabilità del malcapitato Stato membro che si trovasse poco allineato alla linea politica della Commissione e degli altri Stati membri. Il concetto stesso di Stato di diritto è sfuggente, infatti il regolamento si richiama ai valori già presenti nell’articolo 2 del Tue (separazione dei poteri, principio di legalità ed uguaglianza davanti alla legge, democraticità e pluralismo del processo legislativo, limiti all’arbitrarietà del potere esecutivo, indipendenza del potere giudiziario ed effettività della tutela giudiziaria) che già trovano protezione nella procedura prevista dall’art. 7 Tue che può arrivare fino alla sospensione del potere di voto del Paese inadempiente.

Il processo sommario prosegue affermando che “in una Comunità che non è solo economica, ma prima di tutto di valori e di diritti, non possiamo ammettere che in qualche Stato membro si abbandoni la democrazia, né che i denari dei contribuenti europei vi siano utilizzati non per promuovere lo sviluppo economico e sociale, ma per arricchire corruttori e corrotti a danno dei cittadini”.

Spiace rilevare che Monti si erga a paladino di valori e diritti quando è stato il protagonista di una stagione di tagli di bilancio che hanno messo in discussione nel nostro Paese, proprio l’effettivo esercizio di alcuni diritti come quello alla Salute, con i posti letto per abitante in caduta verticale. Sed transeat. Lascia altrettanto perplessi apprendere, ma ne prendiamo atto, che quando in un Paese l’esito di un voto non corrisponde ai suoi desiderata, allora c’è “abbandono della democrazia”. Curiosa concezione.

Proseguendo, il totale stato di soggezione di Monti verso la superiorità del vincolo esterno viene confermato da questo inciso:

(N.B. per l’Italia. Non dovremmo sorprenderci se un giorno la Ue, prima di erogare i suoi fondi, volesse verificare bene, in ogni Paese, se lo Stato e il governo non solo osservano lo stato di diritto, ma vogliono e riescono a farlo osservare da parte dei cittadini e delle imprese. Consiglierei anzi che un piano dettagliato, «armato» e credibile contro la corruzione e l’evasione fiscale costituisse il primo e corposo capitolo del «Piano italiano per la ripresa e la resilienza» da sottoporre alla Ue. Ciò anche allo scopo di «sorprendere» favorevolmente i funzionari comunitari e di indurli ad una lettura, mi spingo un po’ in là, «appassionata» dei capitoli successivi).

A Monti va ricordato che se i funzionari di Bruxelles facessero un effettivo scrutinio sul nostro Paese, forse avrebbero qualcosa da obiettare riguardo al clima di sostanziale ricatto nel quale il Parlamento fu costretto a votare a fine 2011 una legge di bilancio che affossò il Paese in una recessione lunga quasi 3 anni. Oppure, nei mesi successivi, la legge costituzionale sull’equilibrio di bilancio o il Trattato istitutivo del Mes. Giusto per fare i primi due esempi. Oppure la Commissione potrebbe dare un’occhiata al sostanziale azzeramento della potestà legislativa del Parlamento in conseguenza della presentazione alle Camere della legge di bilancio 2021 avvenuta solo il 18 novembre, impedendo di fatto una discussione nel merito.

Monti prosegue: “Confido che una soluzione sarà trovata, ma la Ue non può cedere su un principio così fondamentale. Piuttosto, mi sembrerebbe ragionevole (accrescendo e non riducendo l’adesione della stessa Ue allo stato di diritto) prevedere che quello Stato membro che, su proposta della Commissione, sia sanzionato dal Consiglio che riscontra violazioni dello stato di diritto e perciò dispone il blocco delle erogazioni, possa portare la questione dinanzi la Corte di giustizia della Ue.”

E qui ha un sussulto di rispetto per lo Stato di diritto, perché realizza che una sanzione disposta da un organo politico e non giurisdizionale come il Consiglio, forse meriterebbe uno scrutinio da parte di un magistrato. Peccato che nel frattempo il Paese si ritroverebbe in braghe di tela e l’esecutivo finito sotto i riflettori della Commissione sarebbe politicamente distrutto.

Nella Ue si deve poter entrare, a certe condizioni, come 22 Paesi hanno fatto, unendosi ai 6 fondatori. Dalla Ue si deve poter uscire, come un Paese ha democraticamente deciso di fare. Ma finché in questo condominio si sta, si è certo liberi di criticarne aspramente ogni aspetto, il che può aiutare i condomini a migliorare l’edificio o alcune regole condominiali; ma non di violarne fondamentali regole in vigore

Siamo sempre là: Monti, beato lui, ha già individuato i colpevoli ed accertato i reati. Per poi lanciarsi nel gran finale in cui frulla in una indigeribile macedonia tutta la paccottiglia dei media mainstream ascoltati dalla “gente che piace alla gente che piace”:

Oggi, la Polonia di Kaczynski e l’Ungheria di Orbán si trovano forse un po’ disorientate. Trump non è stato rieletto, Biden è un sostenitore dell’integrazione europea, la Ue si è rafforzata, i due partiti italiani più amici di Orbán e Kaczynski sono entrambi all’opposizione (Lega e Fratelli d’Italia, il secondo però meno visceralmente avversario della Ue e più selettivo nelle sue critiche); la Russia di Putin sembra prossima ad una delicata fase di successione.

Non ci sono insomma ragioni geopolitiche che debbano indurre la Ue a chinare il capo di fronte ai governanti autocratici di Budapest e Varsavia in un momento in cui sfidano, per di più da posizioni di debolezza, i principi morali e giuridici sui quali poggia la nostra e, vorremmo, la loro Europa.

Invece, non si intravvedono ragioni per cui governi democraticamente eletti vengano posti alla gogna sulla base di presupposti sfuggenti e di difficile valutazione, per il solo fatto di non volersi piegare ad una procedura innescabile anche da “altre rilevanti organizzazioni internazionali” (leggete pure voi la parola ONG?) a cui sarebbe conferita la facoltà di adire la Commissione.

Il ricatto è esattamente al contrario: quei Paesi avevano fatto sapere in modo chiaro che lo Stato di diritto non c’entra nulla con la protezione del bilancio Ue e quindi avrebbero consentito all’accordo del 21/7 solo purché le condizioni per l’erogazione dei fondi si riferissero unicamente ai sani principi di gestione finanziaria. Non altri. Se nel corso delle trattative successive si è consentito all’Europarlamento di introdurre riferimenti che sarebbero una clava buona ad ogni uso, significa aver esplicitamente voluto mettere con le spalle al muro Polonia ed Ungheria, costringendole ad attivare l’unica leva a loro disposizione: bloccare il bilancio (dove è richiesta l’unanimità) e che porta a quei Paesi ingenti e preziosi fondi.

Allora il responsabile ed il ricattatore non è proprio chi, portando scientemente avanti un regolamento inapplicabile, li ha messi nelle condizioni di compiere il gesto disperato di “farsi esplodere”, ponendo il veto sul bilancio e conseguendo il doppio risultato di rendere invisi quei governi in Europa ed in patria?

Introdurre norme che, esse sì, sono un vero sfregio allo Stato di diritto, per condizionare l’arrivo di risorse finanziarie: questo è il vero ricatto a cui quei Paesi oggi sono sottoposti ed a cui ci auguriamo non si pieghino.

Chi ha ricordi recenti dei poteri oligarchici e totalitari li riconosce prima e non accetta certificati di buona condotta democratica da nessuno.

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