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Tutte le stranezze tra Recovery Fund e Stato di diritto

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Ungheria Stato di Diritto

Stato di diritto e Recovery Fund? Il corsivo di Teodoro Dalavecuras

The Financial Times – riferisce il Corriere della sera online – “spende tutta la sua autorevolezza per chiedere all’Europa mano ferma nello scontro con Polonia e Ungheria”. E per fortuna che si è schierato anche il grande quotidiano britannico. Infatti la situazione è di estrema gravità: riferisce ancora il Corriere che “sia Varsavia sia (soprattutto) Budapest, non vogliono ingerenze né ostacoli nel cammino che sta portando i due governi a limitare l’indipendenza del potere giudiziario, la capacità di manovra dell’opposizione e i diritti delle minoranze, di genere ed etniche. Insomma, a inquinare la democrazia”.

Ho scelto una fonte a portata di mano, ma quasi tutti i media che si considerano indipendenti trattano esattamente come il Corriere la questione del conflitto che si è aperto tra Slovenia, Polonia e Ungheria da una parte, e i rimanenti stati membri dell’Unione Europea dall’altra, sulla proposta di subordinare l’accesso ai fondi europei al “rispetto dello Stato di diritto”: in un modo che, per la sua superficialità, si può solo definire frivolo; nemmeno fazioso, perché ci vorrebbero delle fazioni, cioè gruppi ragionevolmente omogenei laddove i 24 stati membri che vogliono questa clausola sono notoriamente divisi quasi su tutto, e perfino tra i due principali che la rifiutano, Polonia e Ungheria, c’è insanabile inimicizia per quel che concerne il rapporto con la Federazione Russa.

Sarebbe interessante leggere un’inchiesta, magari documentata e senza troppe interviste, fotografie e disegnini, che descrivesse il modo nel quale ciascuno dei 27 Paesi dell’Unione realizza l’indipendenza del potere giudiziario: in Grecia, per esempio, in virtù di una riforma costituzionale promossa negli anni Ottanta da Andreas Papandreou, i vertici della magistratura sono nominati dal potere esecutivo. Per quanto riguarda la “capacità di manovra dell’opposizione” solo noialtri italiani avremmo da dire qualcosa, non solo per quel che è successo e non è successo da un anno abbondante a questa parte, ma i nostri soci europei si guarderanno sempre, saggiamente, dall’impantanarsi nello scrutinio di un sistema di potere opaco come quello italiano. E sorvoliamo sui miliardi di euro (sempre di “fondi europei” si tratta) erogati negli scorsi anni alla Turchia, retta da una Costituzione che vieta a qualsiasi giudice, compresa la Corte costituzionale, di sindacare una decisione del presidente della Repubblica, alla sola condizione che provenga effettivamente da lui.

In realtà quel che rende impresentabile questa clausola del rispetto dello Stato di diritto non è solo né soprattutto il fatto che lascia vistoso spazio all’arbitrio, ma ciò che la clausola sottintende. Cioè, che anche Paesi a “democrazia inquinata” per usare il pacato lessico del Corriere, sono benvenuti nel “club” dell’Ue, purché però non battano cassa. Per aspirare ai quattrini europei si deve ottenere il certificato di buona condotta democratica.

E’ impressionante la coerenza della storia dell’Europa post-bellica, che dall’inizio è sempre stata e continua a essere mercato comune più svuotamento delle competenze degli stati membri, con irremovibile esclusione di qualsiasi iniziativa diretta a concepire almeno un embrione di unione politica, accettando anche il rischio dell’aborto: la “clausola dello Stato di diritto”, oltre a essere un contentino per un “Parlamento” che non ha il potere di sfiduciare nessun esecutivo e nemmeno di assumere, attraverso le sue componenti, l’iniziativa legislativa, ma solo di scimmiottare i parlamenti veri, è la manifestazione forse estrema di questo disegno di rimuovere dall’Europa la politica.

Non che non ce lo siamo meritato, questo esito avvilente, noi europei, con due tentativi di suicidio collettivo: il secondo, tra il 1939 e il 1945, perfettamente riuscito. Infastidisce che il disegno di svuotare gli spazi politici reali – quelli degli stati membri – dei loro contenuti, per collocarli in uno spazio immune da ogni legittimazione democratica, si materializzi in nome della democrazia quando è evidente che l’unica conseguenza certa della rimozione della politica è di privare i cittadini europei del potere, illusorio in grandissima parte, forse solo simbolico, ma non perciò privo di significato, di concorrere alla configurazione del loro futuro collettivo. Ma infastidisce pochissimi anziani sicché anche questo marginale problema si risolverà ben presto da sé.

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